Quasi niente è un luogo così umano

Uscendo da teatro, come spesso accade quando uno spettacolo mi colpisce, affiorano pagine o sensazioni, risuonano versi, probabilmente per aiutarmi a elaborare meglio, sentire ancor di più quanto visto.

Esco dal teatro Argentina, precisamente, e penso a una poetessa che ho avuto il piacere di conoscere, penso a Chandra Livia Candiani, a quel suo delicato e potente modo di far vibrare le parole.

“Quasi niente” è così, partendo dal titolo che ci accoglie, delicato e forte, continuando poi con la messinscena, uno spettacolo essenziale.

Dal 2008 Deflorian/Tagliarini indaga sempre più acutamente e con una continua ricerca su quello che è il disagio in senso di condizione. Lo fa con quel linguaggio semplice anche se esistenziale, con dinamiche riportate in modo asciutto ma non arido, non prosciugate, semmai toccate in modo profondo e sensibile.

Qui i versi della Candiani che mi risuonano: “Io è tantie c’è chi crollae chi vegliachi innaffia i fiorie chi beve troppochi dà sepolturae chi ruggisce.C’è un bambino estirpatoe una danzatrice infaticabilec’è massacroe ci sono ossache tornano luce.”

Io è tanti, appunto, e in scena cinque attori straordinari, tre donne e due uomini, tutti distinti e tutti uno, un velato fa da schermo, tra noi e loro, uno sfondo lontano, sfocato, che protegge o aliena. Una volta fuori dallo sfondo si animano le storie, man mano si svelano i dialoghi capiamo che le tre donne sono la medesima, rappresentata in diverse fasi e sì, sarebbe più semplice, “quanto sarebbe più facile se questo fosse quel teatro con una trama, / una di quelle trame che sostengono la vicenda, / quelle trame dentro cui ti puoi immedesimare” e invece non devi immedesimarti in niente se non in te stessa o in te stesso e nelle debolezze che compongono il tuo essere.

Ascoltare un attore che parla della paura dello sguardo altrui rende immediatamente la scena più “umana”, la pone su un piano familiare, o perlomeno riconoscibile, una condizione che interiormente ognuno prova, il disagio e la vulnerabilità che ognuno porta dentro e fuori, a proprio modo, ognuno con la propria esperienza, il proprio metodo. Fra il proprio monologo e il confronto con l’altro ognuno di loro ricorda come tutti possiamo scontare i nostri conti personali in maniera più o meno netta con la depressione, il disagio, la frustrazione, la maniacalità del pensiero, la disperazione, la solitudine, l’incomprensione, ognuno può sentire l’allontanamento nei confronti dell’altro o l’allontanamento verso se stesso, il non riconoscersi. L’incomunicabilità e il suo confine sempre troppo sottile che si delinea fra noi e il mondo, l’interrogativo che portato alla sua tensione estrema urla in silenzio: Chi è che non capisce, io o il mondo?

Probabilmente ognuno si è trovato in un momento della propria vita o nell’arco intero della sua durata seduto sul bordo di una poltrona per correre come la donna in soccorso di se stessa, sempre pronta a dover dimostrare che è capace di salvarsi, per fermarsi poi e pensare “sto sempre qui a migliorarmi”. E la resistenza di questo processo a volte cede.

Accade che “Io non ce la faccio”. Una frase pronunciata senza vittimismo, senza pietismo. Un tono diretto, semplice, umano, a ricordarci che i crolli ci appartengono e procedendo con delicatezza, in un tempo lento, ma consono alla materia che viene trattata, il tempo idoneo per far emergere l’interno senza pietismo o banalità, gli attori e lo spettacolo sono esattamente così, umani.

Procede la “non trama” con la regia pulita di Francesco Alberici, in dialoghi, momenti che alternano riflessioni a frammenti comici, perché siamo anche buffi con i nostri minuziosi ragionamenti, tragici e ilari, citazioni del famoso film di Antonioni “Il deserto rosso” a cui lo spettacolo è liberamente ispirato, procede senza azione, e poi improvvisamente ne trovi quattro a far la verticale, una sequenza di gambe e uno che prende una poltrona rossa e la fa roteare, e fra le parole si inseriscono momenti cantati da calda e immedesimata voce, in una scenografia essenziale. Tutto con una sua armonia, con questi individui disarmati, scoperti, ognuno nella propria vulnerabilità con ironia e consapevolezza, in una bellissima prova attoriale.

Francesca Cuttica, Daria Deflorian, Monica Piseddu, Benno Steinegger, Antonio Tagliarini alla fine ritornano in quello sfondo lontano sfocato e risuona ciò che dentro resta irrisolto, “io mi chiedo come vivere”.

Sarebbe bello risolverlo sempre con i versi della Candiani, con la medesima poesia: “Ci sono tutti, tutti quanti, non in fila, e nemmeno in cerchio, ma mescolati come farina e acqua nel gesto caldo che fa il pane:io è un abbraccio.”

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