Relazione in italiano di Urmila Bhoola, relatrice speciale ONU sulle forme contemporanee di schiavitù, comprese cause e conseguenze

Si pubblica per intero la relazione della dott.ssa Bhoola, relatrice speciale delle Nazioni Unite sulle forme contemporanee di schiavitù, presentata a Roma venerdì 12 ottobre 2018, dopo aver visitato i luoghi in Italia in cui tale fenomeno è più diffuso e organizzato e aver incontrato alcuni dei maggiori protagonisti di questa tematica, come ricercatori, braccianti migranti e italiani, operatori sociali, sindacalisti e organizzazioni varie. Ne derivano considerazioni di grande interesse che sono in linea con quanto, mediante report, pubblicazioni, inchieste e ricerche, nel corso degli ultimi anni è stato prodotto sul tema. Ciò peraltro sconfessa tanti “negazionisti” nonché “normalizzatori” concentrati sul definire il fenomeno marginale o espressione di illegalità prettamente amministrative legate a condizioni di “lavoro grigio”.

Con riferimento all’Agro Pontino, la dott.ssa Bhoola è stata accompagnata dal presidente di Tempi Moderni e responsabile scientifico di In Migrazione, Marco Omizzolo, nelle relative campagne dove ha incontrato braccianti indiani la cui condizione, da loro stessi raccontata e sostenuta da importanti inchieste e indagini delle Forze dell’Ordine e della Magistratura, rappresenta in modo evidente lo stato di sfruttamento sistemico e organizzato, sino alla riduzione in schiavitù, nella quale essi sono precipitati. Con particolare riferimento la relatrice Onu ha incontrato il primo caso in Italia di bracciante indiano gravemente sfruttato che ha ottenuto il permesso di soggiorno per motivi di giustizia, alcuni braccianti indiani che hanno lavorato per molto mesi in stalle senza percepire alcune retribuzione, vittime di tratta internazionale a scopo di sfruttamento lavorativo e di caporalato. Gli incontri, ai quali ha partecipato Gurmukh Singh, presidente dell’Ass. Comunità Indiana del Lazio e attivo nell’organizzare manifestazione e scioperi insieme a In Migrazione, Flai Cgil e Cgil, hanno permesso di produrre un’analisi chiara del fenomeno, peraltro ripresa dalla relazione finale della relatrice speciale dell’Onu. In particolare, nel rapporto si citano alcuni episodi e situazioni specifiche a partire dalle bustepaga false, da un sistema di corruzione che coinvolge datori di lavoro italiani, caporali migranti, ispettori del lavoro, alcuni sindacalisti e impiegati pubblici, sino al caso emblematico e rilevato dalla coop. In Migrazione con il dossier “Doparsi per lavorare come schiavi” dell’uso indotto di sostanze dopanti da parte dei braccianti indiani allo scopo di sopportare le fatiche prodotte dallo sfruttamento e dalle dinamiche di subordinazione e normalizzazione ad esso legate.

Qui di seguito si pubblica per intero la relazione presentata a Roma che sarà meglio dettagliata e argomentata a settembre del 2019 circa con una relazione alle Nazioni Unite dalla stessa relatrice Bhoota, alla quale vanno i nostri ringraziamenti per l’impegno e il coraggio dimostrato.

 

Membri della stampa, signore e signori,

Mi rivolgo a voi oggi al termine della mia visita ufficiale in Italia, che ho effettuato dal 3 al 12 ottobre 2018 su invito del Governo.

L’obiettivo della mia missione è stato valutare la situazione dello sfruttamento lavorativo dei migranti nel settore dell’agricoltura. La seguente dichiarazione illustra le mie constatazioni preliminari sulla base delle informazioni raccolte durante la visita. La mia relazione sarà presentata al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite nel settembre 2019.

Vorrei esprimere la mia gratitudine al Governo italiano per l’invito rivoltomi e per l’ospitalità riservata a me e alla mia delegazione. Ringrazio i rappresentanti delle autorità governative a livello nazionale, provinciale e di comunità e i membri delle commissioni parlamentari che ho avuto l’onore di incontrare, nonché gli interlocutori delle organizzazioni della società civile, dei sindacati, delle organizzazioni dei datori di lavoro, delle organizzazioni internazionali e della Commissione europea. Ho inoltre incontrato gli stessi lavoratori sfruttati e apprezzato la loro disponibilità a parlarmi della loro situazione.

Ringrazio anche il referente per la visita presso il ministero degli Affari esteri per tutta l’assistenza e il sostegno prestato.

Negli ultimi dieci giorni, ho visitato Roma, varie località della Calabria, Foggia e Cerignola in Puglia e Latina nel Lazio.

Ambiti fondamentali del quadro giuridico e istituzionale che prevede la protezione contro le forme contemporanee di schiavitù

L’Italia ha ratificato tutti i principali strumenti concernenti i diritti umani internazionali in merito ai diritti dei lavoratori a eccezione della Convenzione internazionale sulla protezione dei diritti di tutti i lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie. Inoltre, la ratifica del protocollo n. 29 della Convenzione sul lavoro forzato dell’OIL è tuttora in sospeso.

Il quadro giuridico italiano prevede la tutela dei diritti umani dei lavoratori migranti estesa mediante accordi collettivi nazionali e provinciali. Il quadro giuridico prevede inoltre una protezione completa contro la schiavitù e la servitù e le forme specifiche dello sfruttamento lavorativo. L’articolo 600 del Codice penale statuisce che la riduzione o il mantenimento in schiavitù o in servitù costituisce reato ed è punito con la reclusione da otto a venti anni.

La legge n. 199/2016 (legge anti-caporalato), che ha modificato il Codice penale, rappresenta un progresso importante nell’ambito della protezione contro la schiavitù e la servitù, anche nel settore dell’agricoltura. La legge configura come reato lo sfruttamento lavorativo agevolato dai caporali o mediatori del lavoro nero nell’ambito del sistema del caporalato, ampliando il reato dell’intermediazione illegale e dello sfruttamento del lavoro ai sensi del Codice penale (articolo 603 bis). La legge prevede inoltre la responsabilità penale del datore di lavoro e dell’azienda, ivi compresa la gestione giudiziaria dell’impresa nonché sanzioni obbligatorie come il sequestro dei beni. Rivolgo un elogio al Governo per questo provvedimento positivo e incisivo. Tuttavia, come illustrerò in seguito, persistono limiti in termini di piena ed efficace applicazione della legge. Pertanto, nonostante l’eccellente quadro giuridico sembra che il sistema del caporalato prosperi nel settore dell’agricoltura in un clima di impunità dei criminali e nell’assenza di controllo della tutela dei diritti umani fondamentali dei lavoratori migranti. Il ruolo dei caporali nell’agricoltura delle province che ho visitato è stato ribadito da molti interlocutori come la causa e la conseguenza di pratiche simili alla schiavitù quali la schiavitù per debiti, la servitù e il lavoro forzato nelle aziende agricole.

Le possibilità di lavoro legale sono inoltre limitate. Decreti governativi annuali (decreti flussi) stabiliscono quote per diversi tipi di lavoratori sulla base delle attuali esigenze del mercato del lavoro. Quote sono riservate al lavoro stagionale e non stagionale. Tuttavia, nel 2017 la quota per il lavoro stagionale è stata pari solo a 12 850. La riduzione significativa delle quote sembra contraddire un’esigenza decisamente maggiore di lavoratori agricoli. Di conseguenza, i datori di lavoro ricorrono a migranti irregolari che lavorano senza contratto in condizioni di elevato sfruttamento pari alla schiavitù. Siamo stati informati, ad esempio, che lo stretto legame tra un permesso di soggiorno e l’esistenza di un contratto di lavoro rischia di spingere i migranti ulteriormente verso canali irregolari, aumentandone la vulnerabilità allo sfruttamento.

È positivo che la legislazione in materia di immigrazione preveda un permesso di soggiorno per ragioni umanitarie con validità di 6 mesi laddove il lavoratore sporga denuncia contro un datore di lavoro e collabori con il ministero del Lavoro e delle politiche sociali. Tuttavia, sono stata informata in merito al fatto che molti lavoratori migranti abbiano paura di denunciare i datori di lavoro poiché non sono a conoscenza di tale protezione e temono ritorsioni in caso di denuncia. Pertanto, tali lavoratori continuano a essere soggetti a forme estreme di sfruttamento.

Ho inoltre constatato con interesse la recente iniziativa di elaborare una soluzione globale alla schiavitù moderna, da cui è scaturito un Piano nazionale d’azione triennale a seguito di una recente riunione interistituzionale tenutasi a Foggia cui hanno partecipato i principali portatori di interessi ed esperti tecnici. L’iniziativa valuterà i progressi compiuti in termini di attuazione del Piano nazionale d’azione contro la tratta e il grave sfruttamento degli esseri umani del 2016-2018 e determinerà l’elaborazione di un piano di follow-up.

In questo contesto è importante osservare che il Comitato Interministeriale per i Diritti Umani funge da meccanismo fondamentale per l’integrazione dei diritti umani dei lavoratori migranti in ogni agenzia e ministero. Inoltre, il Piano d’azione nazionale su imprese e diritti umani riconosce la necessità di porre fine al caporalato e a tutte le forme di sfruttamento illegale dei lavoratori migranti nell’ambito dell’impegno dell’Italia a realizzare gli obiettivi di sviluppo sostenibile, in particolare l’obiettivo 8 e il traguardo 8.7 che interessa la promozione del lavoro dignitoso come antidoto alla schiavitù moderna.

Sfide in merito all’applicazione del quadro giuridico e all’eliminazione delle pratiche simili alla schiavitù in Italia

Lo sfruttamento del lavoro prevale in particolare nel settore dell’agricoltura. Dei circa 1,3 milioni di lavoratori agricoli, quasi 405 000 sono migranti in situazione regolare o irregolare. A seconda della regione e della stagione, i migranti costituiscono la maggior parte di coloro che lavorano nei campi.

I lavoratori migranti che cercano lavoro durante il periodo del raccolto provengono prevalentemente dall’Africa, ma anche dai paesi dell’Europa orientale come Romania e Bulgaria. In alcune parti dell’Italia come in provincia di Latina, vi è una grande comunità di lavoratori migranti indiani.

Durante la mia visita, ho prestato attenzione a vari fattori strutturali che hanno messo i soggetti già vulnerabili a rischio di essere vittime dello sfruttamento lavorativo nel settore dell’agricoltura, il che equivale al lavoro forzato o a condizioni simili alla schiavitù. In particolare, sono stata testimone di una prevalenza sistematica del sistema del caporalato in cui i caporali possono essere cittadini italiani o cittadini di paesi terzi provenienti dallo stesso paese d’origine dei lavoratori migranti. Essi fanno spesso parte di reti della criminalità organizzata che controllano l’intero processo dal reclutamento dei soggetti nei loro paesi di origine alle intese lavorative in Italia. Il caporalato non si limita all’agricoltura, ma è ampiamente utilizzato in tale settore. All’interno di questo sistema, i tipi di sfruttamento sono complessi e molteplici, ma sono la conseguenza dei seguenti fattori principali:

In primo luogo, la stagionalità del lavoro agricolo comporta una domanda di lavoratori durante determinati periodo dell’anno, spesso con breve preavviso. L’esigenza di flessibilità nel mercato del lavoro determina difficoltà nel far corrispondere l’offerta e la domanda. I centri pubblici per l’impiego non rispondono alle esigenze dei datori di lavoro in maniera efficiente e, di conseguenza, si ricorre ai caporali o intermediari per garantire il rispetto delle esigenze lavorative. In questo modo, essi diventano indispensabili.

Il contesto in cui i caporali operano crea le condizioni per lo sfruttamento dei lavoratori, poiché porta alla dipendenza da un intermediario non solo in merito all’accesso al mercato del lavoro, ma anche all’accesso ad altri servizi, come il trasporto, limitato nelle zone che abbiamo visitato. In tal modo, gli intermediari ricevono un potere e un controllo notevoli sui lavoratori che reclutano, poiché forniscono anche servizi come il trasporto ai campi, il cibo e l’acqua per i quali solitamente trattengono circa 5 euro al giorno. Poiché molti lavoratori non hanno altra scelta se non continuare a lavorare in condizioni simili alla schiavitù, essi si trovano intrappolati in un sistema pericoloso dal quale è difficile fuggire. Alcuni intermediari sequestrano inoltre i documenti dei lavoratori per aumentare il controllo su questi ultimi.

In secondo luogo, i migranti e in particolare quelli provenienti dall’Africa sub-sahariana affrontano una discriminazione razziale che impedisce loro di accedere ad alloggi dignitosi. Di conseguenza, centinaia di lavoratori migranti vivono in condizioni terribili in insediamenti informali geograficamente isolati, creando una preoccupante segregazione tra tali migranti e la popolazione locale. Negli insediamenti informali di San Ferdinando (Calabria) e Borgo Mezzanone (Foggia) che ho visitato, le persone vivono in rifugi di fortuna e non hanno alcun accesso all’elettricità, all’acqua, al servizio di smaltimento dei rifiuti, ai servizi igienici e all’assistenza sanitaria e sono privi di protezione sociale.

La presenza di tali insediamenti informali di grandi dimensioni e le condizioni ivi riscontrate rischiano di alimentare la tensione sociale aumentando il razzismo e la xenofobia. Il problema è preoccupante. È opportuno prestare maggiore attenzione alle misure intese a garantire l’integrazione sociale dei migranti, ad esempio attraverso programmi di sensibilizzazione dell’opinione pubblica per affrontare il razzismo e la xenofobia. Incidenti come l’uccisione di Soumaila Sacko a Rosarno il 2 giugno e il presunto utilizzo di fucili ad aria compressa per sparare contro lavoratori indiani a Latina potrebbero aumentare se non si presta attenzione nel far fronte all’integrazione sociale e nel porre fine all’impunità degli autori dei reati.

In altre località come Latina, i migranti vivono in abitazioni convenzionali all’interno della comunità locale, ma sono tuttavia emarginati e soggetti a discriminazione, spesso sotto forma di spese di fitto eccessive sostenute per l’alloggio. Sebbene lo sfruttamento del lavoro colpisca i migranti dell’UE e i cittadini di paesi terzi, anche una minoranza di cittadini italiani ne è soggetta.

Durante la mia visita, ho parlato con molte vittime dello sfruttamento del lavoro sfociato in schiavitù. Esse hanno riferito lunghe ore di lavoro, talvolta fino a 17 ore al giorno, e alcune non avevano giorni di riposo né ferie pagate. Non solo tali persone svolgono un lavoro pesante dal punto di vista fisico, ma spesso eseguono un lavoro pericoloso e sono esposte a pesticidi senza alcun rispetto dei requisiti necessari di salute e sicurezza sul lavoro. I lavoratori che hanno riportato ferite sul lavoro in alcuni casi sono stati lasciati dai caporali nei pressi degli ospedali per trattamenti d’urgenza e sono state fornite loro indicazioni rigorose a non divulgare i dettagli dell’azienda agricola in cui è avvenuto l’incidente. Spesso, i salari sono ben al di sotto dei contratti collettivi di lavoro regionali o provinciali e possono essere pari ad appena 3 euro all’ora o 50 centesimi a cassetta di arance raccolte in Calabria.

Vari lavoratori sono stati vittime di abuso, violenza o minacce di danni in caso di denuncia delle loro condizioni di vita o di lavoro. Abbiamo incontrato un lavoratore agricolo ventenne originario dell’India che non era stato pagato per 3 mesi e che è stato gravemente picchiato a ogni richiesta di pagamento.

Oltre allo sfruttamento sul lavoro, i lavoratori spesso sono vittime anche della violazione delle disposizioni contrattuali. Molti lavorano senza contratto e persino quelli che lo possiedono spesso riscontrano che le loro ore non sono correttamente registrate poiché il datore di lavoro elude il pagamento dei contributi previdenziali e registra anche lavoratori fittizi che beneficiano di tale pagamento. A meno che non rispetti la soglia delle ore minime richieste per rinnovare il contratto di lavoro, il lavoratore rischia di perdere il permesso di soggiorno e il contratto di lavoro.

Negli ultimi giorni mi sono state riferite molteplici pratiche fraudolente indicate in precedenza, che hanno compromesso le politiche e le istituzioni esistenti.

I migranti irregolari presentano un rischio maggiore di essere sfruttati poiché si trovano in una situazione persino più vulnerabile e pertanto guadagnano meno e non denunciano in genere le condizioni abusive per timore di essere arrestati o addirittura espulsi.

Le donne migranti sono spesso vittime della tratta a fini di sfruttamento sessuale, ma in alcuni casi sono anche soggette a sfruttamento lavorativo. Sebbene mi sia stato riferito che le donne rumene e bulgare sono particolarmente soggette a entrambe le forme di sfruttamento, mi sono stati segnalati anche casi verificatisi a Latina e in altre zone in cui i caporali e i datori di lavoro forzano le lavoratrici provenienti dall’India a prestare servizi sessuali. Le lavoratrici e in particolare i migranti irregolari sono forzati a rispettare tali richieste al fine di mantenere il proprio posto di lavoro ed evitare la segnalazione alle autorità giudiziarie. La vulnerabilità specifica delle lavoratrici deve essere affrontata attraverso misure di protezione e prevenzione più mirate, indipendentemente dal fatto di segnalare di essere vittime della tratta di esseri umani. I protocolli di assistenza sanitaria regionale proposti sono significativi per fornire uno spazio sicuro alle donne vittime e dovrebbero essere incoraggiati.

La creazione dell’Ispettorato nazionale del lavoro nel 2017 è importante in quanto razionalizza le ispezioni. Tuttavia, siamo stati informati del fatto che attualmente le ispezioni sul lavoro sono spesso inefficaci per vari motivi: gli ispettori hanno incentivi limitati a ispezionare le aziende agricole, poiché sono mal retribuiti, devono utilizzare spesso i propri veicoli per le ispezioni e la presenza di elementi criminali tra i datori di lavoro e i caporali li espone a rischi per la sicurezza personale. Inoltre, in alcune regioni è stata segnalata una collusione tra i datori di lavoro e gli Ispettorati del lavoro, nonché vi sono state notifiche preventive delle ispezioni. In provincia di Foggia, ad esempio, dei 31 ispettori sono stati assegnati al settore dell’agricoltura sei ispettori del lavoro, responsabili dell’ispezione di un totale di 9 000 aziende agricole. In tal senso, gli Ispettorati del lavoro presentano una notevole mancanza di risorse sufficienti e devono essere rafforzati al fine di aumentare l’efficacia del loro lavoro. È encomiabile che la Guardia di Finanza svolga un ruolo importante nelle ispezioni, poiché dispone di competenze e risorse preziose per individuare e perseguire tali pratiche fraudolente e illegali.

Un’altra questione fondamentale consiste nell’affrontare lo sfruttamento del lavoro nel settore dell’agricoltura nell’ambito delle catene di approvvigionamento globali ed europee per mezzo delle quali gli alimenti raccolti e trasformati in Italia sono esportati verso i paesi dell’Europa e del resto del mondo. Sono stata informata da rappresentanti delle organizzazioni dei datori di lavoro che gli agricoltori subiscono una notevole pressione da parte dei rivenditori internazionali a ridurre i prezzi e non hanno altra scelta che ricorrere alla manodopera a basso costo. Si tratta di una questione che richiede maggiore trasparenza, informativa e dovuta diligenza nelle catene di approvvigionamento agricolo globali e dell’Unione europea, nonché un aumento della sensibilizzazione dei consumatori. In tale contesto, la Rete del lavoro agricolo di qualità costituisce un’importante iniziativa, sebbene sia sconcertante che solo il 2 % dei datori di lavoratori ammissibili vi abbia aderito.

Nonostante il chiaro divieto, sotto il profilo penale, di schiavitù e gli strumenti disponibili, i procedimenti giudiziari continuano a essere l’eccezione a livello nazionale, in particolare in merito alle condanne dei datori di lavoro. Sono stata informata dal ministero della Giustizia che nel 2016 sono iniziati dieci processi penali non ancora conclusi. Gli ostacoli all’indagine e al perseguimento effettivi della schiavitù, con particolare riferimento al settore agroalimentare, comprendono impedimenti ad avvicinarsi alle vittime nei campi e ad ascoltare la loro testimonianza, ivi compresa la riluttanza delle stesse vittime a collaborare per timore di ulteriori danni o espulsione. Ciò incide sull’identificazione delle vittime che conferma la natura invisibile della schiavitù.

Buone pratiche di attenuazione del lavoro forzato

Durante la mia visita in varie località nei giorni scorsi ho osservato molti modelli alternativi positivi per porre fine al grave sfruttamento del lavoro e garantire sia la protezione delle vittime sia la prevenzione di future violazioni dei loro diritti umani fondamentali.

In Calabria, ad esempio, sono rimasta colpita dal progetto Incipit che fa parte della Comunità Progetto Sud. In collaborazione con le istituzioni pertinenti, il progetto individua e sostiene le vittime della tratta a fini di sfruttamento sessuale e lavorativo sensibilizzando, al contempo, i lavoratori in merito ai loro diritti.

Sono stata anche confortata dal prezioso lavoro svolto da Medici per i Diritti Umani che fornisce assistenza sanitaria ai lavoratori migranti che diversamente affronterebbero gravi limitazioni a tale riguardo.

Inoltre, mi ha particolarmente ispirato l’azione determinata dei sindacati, ad esempio la Confederazione Generale Italiana del Lavoro (CGIL), la Confederazione Italiana Sindacati Lavoratori (CISL), l’Unione Italiana del Lavoro (UIL) e l’Unione Sindacale di Base (USB), nel prevenire e nell’affrontare lo sfruttamento lavorativo dei migranti nel settore dell’agricoltura. I loro servizi di sostegno prestati ai lavoratori migranti sono essenziali e rendo loro omaggio per l’instancabile dedizione e impegno.

A Cerignola (Puglia) ho incontrato i partner della Cooperativa Altereco e del progetto Terra!, che partecipano all’agricoltura sostenibile in un approccio olistico, mentre i diritti dei lavoratori precedentemente sfruttati sono tutelati e promossi. In questo modo, si restituisce la dignità ai lavoratori fornendo una valida alternativa alle condizioni di sfruttamento.

In provincia di Latina, ho incontrato il sociologo Marco Omizzolo che per oltre un decennio ha difeso e promosso condizioni di vita e di lavoro dignitose dei lavoratori migranti punjabi. Sulla base del suo impegno e dell’attività sindacale dei lavoratori negli ultimi anni, le retribuzioni sono leggermente aumentate e i lavoratori hanno ora maggiore consapevolezza dei loro diritti e dei loro mezzi di ricorso.

Invito le autorità provinciali a sostenere tali iniziative, poiché sono essenziali anche per prevenire tensioni sociali tra le comunità italiane locali e i lavoratori migranti.

Questioni fondamentali che il governo italiano dovrà esaminare

Esorto le amministrazioni provinciali e centrali a esaminare l’attuazione delle seguenti misure intese a prevenire e far fronte allo sfruttamento del lavoro nel settore dell’agricoltura:

  • istituire centri pubblici locali per l’impiego incaricati di far corrispondere l’offerta e la domanda di lavoratori nel settore agricolo. In tal modo, l’intervento degli intermediari sarà evitato e la trasparenza dei processi di assunzione aumentata;
  • garantire sistemi di trasporto pubblico nelle zone rurali, in particolare durante le stagioni del raccolto al fine di evitare la dipendenza dagli intermediari;
  • creare incentivi più forti per segnalare lo sfruttamento del lavoro, aumentando, tra l’altro, la protezione delle vittime e garantendo l’accesso a meccanismi di denuncia, alla giustizia e a un ricorso effettivo indipendentemente dalla condizione di migrante dei lavoratori;
  • rafforzare gli Ispettorati del lavoro assegnando risorse supplementari al fine di garantire che le ispezioni siano efficaci ed esenti da corruzione, oltre a garantire la sicurezza degli ispettori. Le ispezioni del lavoro potrebbero inoltre beneficiare della cooperazione con i mediatori culturali al fine di ottenere la fiducia dei lavoratori migranti;
  • garantire l’accesso ai servizi di base, tra cui assistenza sanitaria, alloggi e servizi igienici adeguati, a tutti coloro che vivono nel territorio italiano, a prescindere dalla loro condizione di migrante, in conformità delle norme internazionali in materia di diritti umani;
  • ratificare il P029 (protocollo del 2014 della Convenzione sul lavoro forzato) e la Convenzione internazionale sulla protezione dei diritti di tutti i lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie;
  • garantire maggiore trasparenza nelle catene di approvvigionamento agricolo e aumentare la partecipazione dei datori di lavoro e di altri principali portatori di interessi come i sindacati alla Rete del lavoro agricolo di qualità, al fine di convertirla in una piattaforma multilaterale per garantire un’attività commerciale etica impegnata a favore dell’attuazione dei diritti umani e della dovuta diligenza.

Concludendo, vorrei ribadire che le leggi da sole non sono sufficienti a proteggere tutti i lavoratori dal lavoro forzato e da altre forme di schiavitù moderna. Per essere efficaci, esse devono essere rafforzate dall’azione, sostenute dalla volontà politica e potenziate con le risorse materiali e umane necessarie. L’accento posto sull’applicazione della legge deve essere accompagnato da misure efficaci di protezione e di prevenzione.

Ringrazio tutti per l’attenzione ed estendo ancora una volta la mia gratitudine a tutti i portatori di interessi e a tutte le persone che hanno contribuito al successo della missione. Auspico di intensificare il dialogo con il Governo italiano su questi e altri temi connessi al mio mandato.

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