“Anticotestamento”: una rivelazione incompiuta

Tre capitoli per “raccontare” altrettanti conflitti mondiali, due già avvenuti – Prima e Seconda Guerra Mondiale – uno – la Terza – tanto temuto da venire evocato con toni apocalittici. Un falso profeta (Ivano Conte) declama ripetutamente il titolo dello spettacolo e ne decreta l’inizio: così comincia Anticotestamento, portato in scena dalla compagnia C.T. Genesi Poetiche, firmato da Gianluca Paolisso e scelto per inaugurare la stagione del Teatro Trastevere.

Si inizia con Giuditta (Daria Contento) impegnata in un surreale quanto impossibile dialogo con quell’Artemisia Gentileschi che ne eternò l’immagine in un dipinto famoso quasi quanto quello di Caravaggio. Michelangelo Merisi sarà, comunque, più volte citato esteticamente a giudicare dai tagli di luci che si vorrebbero sugli attori. L’eroina biblica esegue la sua violenta missione con successo ma finendo per interrogarsi su cosa, in fondo, distingue gli assediati dagli assedianti guidati da Oloferne: avere l’autentico Dio dalla propria parte. È questa un’assoluzione?

Si passa alla protagonista de Il Cantico Dei Cantici, la giovane “bruna ma bella” (Elèna Elizabeth Scaccia) bollata come pazza per la furia della propria passione, tradita non da colui che ama ma dalle conseguenze di ogni conflitto, che uccide gli uomini ma non sempre i sentimenti da essi suscitati: amore tragico verso colui che non può tornare.

In conclusione il falso profeta si scontra con la profetessa che, invece, ancora crede nonostante tutto (Chiara Della Rossa): gli stracci e il sangue addosso, la follia della battaglia, il terrore dello scempio. L’umanità a un passo dal baratro, riuscirà a ritirarsi verso luoghi più sicuri dove vivere in fratellanza?

“Anticotestamento” è certamente un progetto molto ambizioso e rischioso da maneggiare: i libri che compongono la Bibbia, come del resto ogni materiale “mitopoietico”, sono densi, archetipici, incandescenti. Per “piegarli” alla propria visione artistica ci vuole una maturità che la compagnia C.T. Genesi Poetiche ancora non possiede. Lo si evince da alcuni dettagli, alcuni grandi altri piccoli ma ugualmente significativi: la scelta di una recitazione sempre in crescendo alla lunga non paga ma, anzi rischia di banalizzare; una contaminazione tra passato e contemporaneo espressa anche con l’uso dell’inglese dalla pronuncia troppo stentata; frasi declamate non sempre in maniera comprensibile; ; l’entrata di un microfono in scena poco elegante e capace di spezzare il calarsi dello spettatore nella realtà dell’illusione teatrale; movimenti scenici non propriamente compiuti o ben eseguiti – che rimandano a un certo linguaggio corporeo di cui, per fare un esempio virtuoso, il collettivo bologninicosta è maestro; un eccesso di temi e chiavi di lettura che finisce per “caoticizzare” il tutto. Rimane un sospetto: se lo spettacolo invece di trattare tre personaggi per altrettanti capitoli si fosse concentrato su una monografia, forse, avrebbe rivelato il suo senso più compiutamente.

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