Intervista a Oscar De Summa. La responsabilità del teatro: riprendersi l’empatia

È stata una chiacchierata veloce quella con Oscar De Summa, quelle che ti fanno domandare ancora una volta perché ti piace così tanto intervistare e la risposta è sempre quella curiosità antica di sentir raccontare storie, di approcciarsi con personalità diverse e in base a quelle elaborare una coreografia del tempo, capire le pause, i ritmi, l’interagire. E ogni volta è diverso. Con Oscar ad esempio è stata una conversazione piacevole e fugace, non perché si andava di corsa, ma perché le parole si condensavano nel loro arco senza fare altri giri, son bastate quelle dette per dire tutto e capirsi. Un po’ di lui e un po’ di Soul Music, lo spettacolo che andrà in scena in questi giorni al Teatro Quarticciolo.

Prima di affrontare lo spettacolo parliamo di te Oscar e del tuo percorso. Come ti vedi collocata ora in base alla tua esperienza?

Non so dare una risposta precisa, non sento una collocazione, il teatro inoltre cambia con grande velocità in base alle risorse di cui dispone. Sento che mi colloco ai margini di tutta questa velocità, nonostante vari riconoscimenti. Mi metto nella condizione di riuscire a venir fuori dai soliti circuiti autoreferenziali, continuando con il mio teatro di narrazione ad avvicinarmi al pubblico vero. Posso dire che faccio monologhi per piacere, è anche vero, da un altro punto di vista che si fa molta fatica a sostenere e far girare produzioni grosse ormai.

Vuol dire un po’ questo per te “essere dal lato opposto” ( come leggiamo dal titolo dello spettacolo)?

Dal lato opposto è rispetto alla tendenza generale. Nel caso specifico dello spettacolo, la band protagonista assiste a quel movimento che negli anni ’90 vede il diffondersi di tanta elettronica commerciale che spostava completamente il gusto rispetto alla musica, ed ecco che in loro nasce l’esigenza di tornare all’origine. Hanno preferito fare un passo indietro, interrogarsi, andare verso la soul music, appunto. Quindi sì, il mio essere dal lato opposto è non ritrovarmi sempre in questo teatro nuovo, che ha poco a che fare con la ricerca. Vedo molta forma e poca empatia, la linfa vitale interna alle cose sento è sempre più difficile da rintracciare.

Dichiari infatti che usciamo da “un decennio che non si è preoccupato di instaurare punti di riferimento per le nuove leve” e quindi si è andati verso il commerciale …

Sì, infatti anche il teatro segue questo processo. Si va per mode, che hanno dei tempi e poi passano, anche dimenticate. Mi sembra si assista sempre più a una linguaggio standardizzato, a un certo punto si crea un modus, una tendenza, a cui le nuove leve si appoggiano, poi cambia l’andamento, qualcuno si inventa un’altra cosa e si segue un nuovo ritmo. Ci sono delle eccezioni ovviamente, c’è chi fa talmente bene il proprio lavoro da identificarsi e persistere nel tempo, si tratta di quei personaggi che non si esauriscono in due repliche, chi fa veramente ricerca nel senso che indaga e porta avanti un suo discorso o esigenza precisa e va al fulcro delle cose dura nel e oltre il tempo. Molto teatro però, personalmente, mi sento di dire che non lo capisco o arriva poco, nel senso che si sta assistendo a una sorta di destrutturalizzazione dei concetti che poi qualcuno pare dimenticarsi di rimontare, i pezzi restano slegati, non trovano una loro armonia anche nella rottura, mi arriva poca empatia. Ma non è sempre colpa di noi artisti, sono mancate molte figure che potevano accompagnare. Un collega del mondo del cinema mi ha fornito una visione dall’esterno che mi ha fatto riflettere. Puoi sperimentare quando vuoi nel cinema, mi ha detto, ma poi il pubblico lo devi incontrare, ci devi fare i conti, se il tuo film non ha funzionato e non gira avverti nettamente ciò che il pubblico ha percepito, noi del teatro, nelle nostre bolle autoreferenziale, abbiamo col tempo dimenticato il pubblico, siamo più concentrati sul fatto che lo spettacolo si faccia, indipendentemente dal risultato, dimenticandoci un po’ di interrogarci su chi ci guarda e ci ascolta. Ci siamo persi questa relazione, senza la quale il teatro non è possibile.

Cosa ti aspetti che provi e capisca il pubblico dei tuoi spettacoli?

Desidero compiere un viaggio, fare un’esperienza insieme e mi metto in una condizione emotiva come se lavorassi ad una sinfonia. Lo spettacolo è una grande sinfonia, ci sono vari movimenti che portano a sentire emozioni a vivere passaggi emotivi e in un gruppo l’energia si amplifica. Si arriva ad un bello alto grazie alla comunione fra individui, un punto a cui non si può arrivare da soli guardando lo spettacolo a casa e provando comunque emozioni forti. È la magia della sala, si smuove qualcosa di importante. Penso alle religioni, ai vari culti, tutto si svolge in gruppo, si canta assieme o si prega assieme, questa energia si eleva attraverso il rituale, è potente, io aspiro a creare questo momento col pubblico. Smuovere delle forze fino a toccare dei punti vibrazionali. Quando dico la parola teatro io mi riferisco esattamente a questo momento, che all’interno di uno spettacolo possono essere anche cinque o dieci minuti, ma è quel momento preciso che si compie il teatro, dove percepisci tutto, il resto è come un percorso il cui scopo è per poter arrivare a questo momento.

Veniamo allo spettacolo, da dove nasce l’ispirazione?

Da ragazzino avevo molti amici musicisti, anni faticosi per poter studiare e questa cosa è affrontabile solo se hai una grande passione da un lato o è tuo padre che ha deciso che deve essere così e basta. La musica è arte immediata, appena si tocca uno strumento noi alziamo gli occhi e succede subito qualcosa. Avendo la musica, dunque, un ruolo importante nella mia vita, ho pensato fosse importante inserirla all’interno di uno spettacolo per raccontare quella possibilità di canalizzare il proprio daimon dentro una forma. Il protagonista di questo spettacolo soccombe al suo daimon e non c’è qui un giudizio sul bene o il male, ma la riflessione sulla nostra unicità che può essere salvifica o terribile. Il nostro valore è ciò che può ammazzarci se non ce ne prendiamo carico o al contrario può elevarci. La musica è il canale che trasmette in maniera immediata e forte tutto ciò.

Altri riferimenti che hanno arricchito il processo creativo?

Il quotidiano, gli incontri con maestri, la visione di altri spettacoli, il parlare con le persone, il fare esperienza di vita, cerco di assorbire tutti gli stimoli che mi vengono suggeriti per farmi ispirare e poi creare. Mettere in linea nel mio lavoro quello che ho incontrato e mi ha suggestionato. Dentro c’è un tale accumulo di roba e l’amore per certi mondi che ho frequentato, tipo la radio anche, che è per me impossibile.

Come mai proprio la scelta della soul music?

La soul music è un icontro fra sacro e profano, nasce riprendendo ritmi e melodie della musica sacrale, gospel, e li adatta ad altri mondi. La spiritualità legata alla vita quotidiana, reale. Quindi si ha a che fare con la verità della vita e lo spirituale di cui essa è intrisa. Non sempre ci si riesce a esplicarlo, ma è il connubio che vorrei provare a raggiungere con i miei spettacoli.

Connessioni con l’altro tuo lavoro “Trilogia della provincia”?

Chiaramente la Trilogia vive un suo arco temporale, ma non si esaurisce lì rispetto alle tematiche trattate. In questo come nella trilogia dentro c’è sempre quella riflessione verso l’esterno. Mi son domandato dopo il lavoro sulla provincia perché io vado in scena e come mi relazionavo a questo esterno, avevo altro da dire? Evidentemente sì.

Senza far retorica sopra, il sud ricorre sempre nei tuoi spettacoli, è una sorta di metafora d’altro?

Il sud è accidentale nei miei spettacoli, nel senso che non parlo del sud per parlare del sud e non sempre sono orgoglioso di come il sud si comporta, proprio perché vengo da lì. Sono contento di avere delle qualità del sud, la predisposizione alla relazione umana, il nostro calore, quelli cerco di preservarli e me li tengo cari. Nei mie racconti però appare perché è lì, da ragazzo, che ho vissuto le prime sensazioni forti col mondo. Ritorno a quel mondo perché è quello più potente che ho vissuto. Tra le cose per me è molto importante rivolgermi a un’età, non ai ragazzi e basta, ma all’adolescente che è in noi, perché in quegli anni lì abbiamo condizionato i successivi anni della nostra vita, è l’età dove sentiamo che possiamo cambiare le cose, ed è importante rimettere in moto in ognuno di noi quella sensazione di cambiamento.

In un’intervista hai dichiarato che “L’arte è salvifica perché la passione è salvifica. È un antidoto alla noia e al nichilismo. Un canale delle proprie energie. Un modo per conoscere se stessi e per scavare nella propria condizione.” In questo momento storico lattore e autore di teatro che tipo di responsabilità hanno?

Il teatro ora ha la sua grande occasione, nel momento in cui la società è in crisi, alla ricerca di valori, ora che dilaga la mancanza di contatti e relazioni autentiche. Se il teatro (e quindi noi) ha la forza di prendesi la responsabilità della sua unicità e non cercare obiettivi che magari son delle altre arti, se si occupa di questo profondamente potrebbe essere ancora rivoluzionario. Ha ancora una grande forza secondo me, Io vedo ancora quando viene messo nella condizione di incontrare il publico, quello vero, non parlo di gente che va o lavora nell’ambito teatrale, ma di chi esce una sera e va nel luogo fisico non essendo abituato a ciò, questo passaggio che è faticoso, uscire da lavoro, trovare traffico, magari non mangiare perché se no non si arriva in tempo, arrivare nel luogo, comprare il biglietto e non è detto che l’accoglienza sia sempre eccelsa … insomma uno deve superare tutta questa difficoltà per arrivare a vedere lo spettacolo, e la soddisfazione e conferma che il teatro ancora è potente e potrebbe affermarsi ancor di più è quando si incontra quel pubblico contento di aver assistito a questa esperienza. Certo, non saprebbe dire quello che ha visto, decodificare la coscienza a cui ha avuto accesso, ma noi che siamo i mestieranti, mediatori dell’umano, sappiamo a che tipo di esperienza è arrivata quella persona. Il teatro può ancora essere fuori da questa corsa, da questo virtuale, da questa non presenza.

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