“BU21”: un aereo abbattuto sfonda troppo la quarta parete

Cosa vuol dire sopravvivere a un attentato terroristico e quali sono le ferite – non solo fisiche ma, soprattutto, mentali – che si porta dietro chi, più o meno direttamente, è stato colpito da un evento del genere? Ce lo racconta BU21, lavoro del drammaturgo inglese Stuard Slade, prodotto nel nostro Paese dallo Teatro Stabile di Genova e visto in occasione della XIV edizione di TREND – nuove frontiere della scena britannica presso il Teatro Belli di Roma: sei umani che divengono altrettanti casi esibendo le loro cicatrici all’interno di una terapia di gruppo che è anche, come più volte ricordato al pubblico dagli stessi attori, spettacolo teatrale. Un aereo partito da New York viene abbattuto nel cielo di Londra poco prima di atterrarvici, seminando morte e distruzione nella capitale inglese: c’è chi sfrutta l’insperata notorietà (Mario Cangiano), chi ha perso traumaticamente la madre (Daniela Duchi) o il padre (Matteo Sintucci), chi ostenta un feroce cinismo per dimenticare l’orrore di quanto visto (Silvia Napoletano) o elaborarlo nella maniera più conveniente (Francesco Patanè) mentre qualcuno dovrà imparare a conviverci perché un corpo meno autonomo glielo ricorda continuamente (Valentina Favella).

Tra loro si aggira lo spettro del volere – ma non poter più – essere come prima, perché un attentato ti cambia per sempre, fino ad arrivare alle fondamenta della percezione: di te e di chi ti sta intorno – sia esso il tuo abituale prossimo o una minoranza etnica che prima di allora ti appariva diversa ma abbastanza indifferente – dandoti una nuova e tragica impressione persino delle strade e degli spazi dove sei cresciuto.

BU21 suscita sicuramente una serie di interrogativi e suggestioni interessanti che, però, la messinscena presentata finisce per appiattire: lo sfondare immediatamente la cosiddetta “quarta parete” – il muro immaginario che sorge puntualmente tra chi recita e chi guarda – da parte di ogni singolo personaggio, più che coinvolgere ulteriormente lo spettatore quasi si trovasse risucchiato suo malgrado in una seduta terapeutica di massa e, di conseguenza, testimone scomodo delle confidenze intime del gruppo, porta all’inevitabile consapevolezza che tutto ciò a cui si sta assistendo è finzione. Un difetto accentuato dall’eccessiva inflessione dialettale di alcuni interpreti e dalla scelta di inserire “Come Un Giorno” di Francesco De Gregori – sebbene si tratti di un adattamento italiano di “I Shall Be Released” di Bob Dylan – come commento musicale, visto che l’intera vicenda è comunque ambientata a Londra in un futuro molto prossimo. La regia firmata da Alberto Giusta non riesce, insomma, a valorizzare a dovere l’ottimo materiale sia testuale sia attoriale a sua disposizione: così la potenza della rappresentazione finisce con il precipitare, come quell’aereo BU21 a cui deve il titolo.

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