Intervista a Annet Henneman: 20 anni di teatro reportage, 20 anni di Teatro Nascosto

Si svolgerà a Volterra dal 23 al 25 novembre e in programma ha spettacoli, concerti, film e conferenze. Parliamo del Festival nato in occasione dei vent’anni compiuti da Teatro di Nascosto, un’attivissima e interessante realtà che approfondisco in un’intervista con la regista Annet Henneman, direttrice artistica del festival.

Prima di entrare nel vivo del festival, facciamo un passo indietro e torniamo al 1997, anno della fondazione, come nasce Teatro di Nascosto?

Sono arrivata a Volterra dall’Olanda, nel periodo del gruppo internazionale “L’Avventura” legato ai lavori di Grotowski. Di questo gruppo a Volterra siamo rimasti solo Armando Punzo ed io, insieme abbiamo iniziato l’esperienza di Carte Blanche realizzando diversi spettacoli. Proprio con uno dei monologhi siamo entrati per la prima volta nel carcere di Volterra, lì si è avviato il lavoro che Armando sta ancora portando avanti mentre io, dopo otto anni di attività nel progetto, mi sono dedicata poi a una nuova esperienza in un piccolo teatrino sotto una casa di riposo. Era il Teatro di Nascosto.

Avete confermato come vostra base Volterra, in questi anni vi siete riuniti in questa bellissima città della Toscana, come mai è diventata punto di incontro?

Volterra negli anni in cui mi sono trasferita aveva una bellissima scena teatrale. C’era stata l’Ista dell’Odin Teatret, poi abbiamo iniziato il festival VolterraTeatro, venivano artisti e spettacoli che si aveva occasione di vedere solo a Santarcangelo e a Volterra. Una città assolutamente viva, specialmente durante il festival, dove potevi incontrare Grotowski, Dario Fo, Eugenio Barba, compagnie polacche, indiane, francesi, e venivano anche studiosi, intellettuali che osservavano il nostro lavoro. C’era una bella atmosfera.

Da dove nasce l’esigenza di unire giornalismo e teatro?

Quando ho deciso di proseguire gli studi, dopo le scuole superiori, ero indecisa se proseguire scegliendo l’accademia di giornalismo o quella di insegnante di drama e teatro in Olanda, alla fine ho scelto quest’ultima. Ma l’esigenza di voler informare e raccontare è ritornata perché è sempre stata dentro di me. Nel fase di creazione per il festival VolterraTeatro c’erano una tale quantità di cose per me così forti che accadevano nel mondo – come un terremoto in Sud America o una delle prime navi che arrivavano in Calabria nel ‘98 con 600 rifugiati – che io mi son dovuta fermata per ascoltarmi e mi sono detta: “Voglio raccontare la vita delle persone e ciò che succede nel mondo.”

L’attenzione è concentrata sulla situazione in Medio Oriente, come mai si è focalizzata lì?

È successo che il primo progetto di teatro reportage che ho realizzato prodotto da Pontedera Teatro aveva la necessità di capire chi erano le persone che arrivavano con le navi in Calabria (all’epoca non arrivavano in Sicilia). Su quelle navi c’erano i curdi turchi, e allora ho voluto andare a vedere da dove venissero, perché volevo capire chi erano veramente, perché se ne erano andati. Le persone che arrivano sulle nostre coste non sono senza radici come noi immaginiamo, non sappiamo nulla di chi sono veramente, come hanno vissuto e chi erano nel loro paese. Così, siamo andati a Istanbul a conoscerle e poi man mano, in base a quello che succedeva, si intraprendevano nuovi viaggi. Per esempio, lavorando con i palestinesi in Giordania ho voluto sapere chi fossero, da dove venivano e sono andata in Palestina. In Giordania, invece, ero andata dopo che a Prato veniva premiata la giornalista Selwa Zako di Bagdad da Information Safety Freedom, minacciata di morte dopo che la guerra era finita, per aver raccontato il suo punto di vista sul governo corrotto. Scappata ad Amman, ho vissuto con lei nella sua casa per tre settimane e ad Amman c’era un festival con attori egiziani e ho iniziato a lavorare ad Alessandria in Egitto. Il teatro reportage deve andare a scavare nel profondo delle cose, non voglio viaggiare in tanti paesi senza scendere e toccare le cose fino in fondo. La relazione con le persone, le famiglie, la convivenza nelle loro case, nelle loro tende è una base importante per conoscere e poi trasmettere. Vivere i momenti positivi, poi la ricaduta nella guerra e nell’oppressione di alcuni paesi crea una relazione profonda di fiducia con gli attori, mi dà la possibilità di provare a trovare un linguaggio teatrale per raccontare quella realtà così simile e così diversa dalla nostra. Attraverso relazioni durature si può “rubare” un po’ della loro vita, le abitudini, la cultura, la musica, ma anche le bombe, la distruzione, il coraggio di andare avanti… il loro modo di vivere. Portiamo un po’ di loro con noi.

La vostra ricerca mira soprattutto a raccontare la vita di chi si ritrova in un totale isolamento. Raccontaci una storia particolarmente significativa e sulla quale riflettere, un’esperienza dei vostri viaggi.

Quando parlo di totale isolamento intendo tanto l’essere tagliati fuori dal mondo occidentale così come l’essere isolati quando cadono le bombe. Storie ce ne sono tante e tutte piene di valore. Mi viene in mente ora un nostro attore che vive a Gaza. Mi cerca, mi scrive mentre ci sono i bombardamenti, mi manda dei messaggi struggenti, mi parla a volte al telefono di persone che stanno in un rifugio o grida improvvisamente angosciato perché non vede più la madre sparita in una nuvola di polvere durante i bombardamenti per strada. Mi dice che non c’è latte, non c’è acqua, non ci sono i letti e mi manda una foto con una faccia esterrefatta con la pochissima batteria che gli resta al telefono. Penso: ma a cosa serve parlare con lui, le bombe continuano a cadere. Poi, mi dice che sta raccontando a tutti che sta parlando con me, una donna in Italia, e che sono con loro in quel momento. Aspettano la fine delle bombe in isolamento. Quando non scorre la notizia ai TG o sulla stampa noi non ci pensiamo. Non ci si pensa più a Mosul, alle città in Siria che sono diventate solo macerie.

Per voi componenti si tratta di sviluppare un vero training intenso psichico, fisico, vocale, antropologico e di ricerca giornalistica, che mescola viaggi di lavoro, convivenza, insieme agli spettacoli. Approfondiamo.

Sì ci vuole un training fisico, psichico, antropologico e di ricerca giornalistica oltre che di recitazione perché, per esempio, quando parlo della situazione della donna in alcuni paesi io devo conoscere tutto, devo studiare le leggi di quello Stato riguardo alle donne. Uno studio che mi permette di controbattere quando dopo lo spettacolo mi si accusa del fatto che sto dicendo cose non vere (per esempio sulle donne in Iran), oppure quando qualcuno esordisce dicendo che i miei discorsi derivano dal fatto che mi sono fatta influenzare dalle vittime. Leggo e guardo di tutto, giornali di destra, di sinistra, cerco una verità che, forse, sta nel mezzo o, forse, sta da un’altra parte ancora. Non pretendo di capire tutto perché penso che noi capiamo pochissimo. Intanto voglio che nei miei spettacoli chi vive qui può vivere per un momento la realtà quotidiana in quelli che sono territori di conflitto. Voglio che il curdo, palestinese, iracheno ecc. quando vede lo spettacolo si riconosca e dica “Sì, è così. Così come lo stanno raccontando”. La convivenza che fa parte del nostro lavoro allarga la possibilità di comprensione.

Quale il dialogo sulle istituzioni e che tipo di lavoro si sta svolgendo sul territorio?

Le più importanti istituzioni per me sono le scuole, con esse si può arrivare a persone di diverse religioni, diverse idee, diverse famiglie di destra o sinistra e così via. Il poter raccontare all’interno di una scuola, dopo ogni viaggio e portando ospiti internazionali, crea un rapporto duraturo che permette ai ragazzi di mantenere un contatto con una realtà per loro altrimenti molto lontana. Sanno che alcuni paesi sono bombardati, magari vedono su Skype un ragazzo della loro età che vive la guerra, l’occupazione, che non può andare a scuola. È molto importante far rendere conto, prender coscienza.

Tra le cose, il festival è costituito da oltre cento persone tra attori, giornalisti, collaboratori del gruppo internazionale del Teatro di Nascosto. Uno schiaffo alle politiche incitanti odio e razzismo che sembrano dilagare sempre di più. Avete avuto riscontri positivi di sensibilizzazione, avete trovato un modo per comunicare al pubblico l’importanza di questa diversità che dialoga attuando una qualche sensibilizzazione?

In questo momento politico, sento un richiamo maggiore che mi spinge ancor di più a credere nel mio lavoro. Avverto una maggiore necessità di sapere. La sensibilizzazione, come dicevo, per me si crea nelle scuole oppure andando a fare spettacoli in posti “particolari”, comuni, come abbiamo fatto a Bassora in un grande centro commerciale. La clientela era il nostro pubblico. Ed è stato interessante vedere come durante lo spettacolo il pubblico rispondeva alle nostre storie con le loro, raccontando di madri, padri, amanti, figli in cui tutti si possono riconoscere. Sia lì, sia qua in Occidente abbiamo fatto questo esperimento, e ho visto più volte in questi vent’anni persone o anche insegnanti cambiare opinione dicendo che non avevano nessuna idea della vita delle persone che arrivano con i barconi o della vita degli immigrati. Per me queste sono state vere conquiste. È per questo che faccio teatro reportage. Cercherò di arrivare fino al Parlamento Europeo. Abbiamo già lavorato con parlamentari dentro gli spettacoli e dobbiamo continuamente cercare dove andare e dove esibire i nostri spettacoli spettacoli. Non voglio rimanere dentro a nidi sicuri dove siamo tutti della stessa visione, dove tutti ce la raccontiamo allo stesso modo e parliamo solo fra di noi. È sicuramente una strada difficile, ma necessaria per dialogare.

Da vent’anni che portate avanti questo progetto, possiamo quindi tirare delle somme, cosa vedi cambiato a livello personale e collettivo?

A livello personale io sono cambiata molto, ho imparato come vivere e convivere con gli estremi, estremi di morte e di vita. Dai momenti dolorosissimi dopo lo scoppio di una bomba, vedere la disperazione delle persone che perdono i loro cari e saper reagire quasi subito, andare avanti e ricercare anche la gioia. Ho intessuto poi, col tempo, relazioni intime con tante persone molto diverse da me per religione, modo di pensare, altri combattenti, attivisti, saper convivere con loro, nelle loro situazioni, mi ha permesso di imparare a dialogare con ciò che è diverso da me e ciò nutre il nostro lavoro, il raccontare. A livello collettivo, siamo un gruppo di lavoro che vede coinvolti giornalisti, attivisti e teatranti, musicisti, film maker. Siamo diventati quasi una famiglia. Io vado da loro, loro tornano con me. In questo momento , ad esempio, stiamo provando, creando un teatro reportage, passiamo tutta la giornata insieme, lavorando, mangiando, passando anche il tempo libero insieme. Abbiamo sviluppato un gruppo, un tipo di lavoro che ho visto funzionare in vari contesti, qui e anche quando lavoriamo nei loro paesi. Abbiamo fatto un tour e spettacoli in Palestina, Iraq, Giordania, Egitto. Si è creato un collettivo solido e compatto che si relaziona bene anche a distanza.

Come definiresti la tua esperienza in Italia e con il pubblico italiano?

È un pubblico non “solito” il nostro, nel senso che non è il pubblico fisso dei teatri. Non siamo quasi mai nei teatri perché è difficile che ci richiedano. Mi piacerebbe andarci di più, effettivamente, però abbiamo un pubblico nostro e cerchiamo comunque di esplorare altre soluzioni sempre, andare oltre, provare e trovare nuove situazioni. Spesso veniamo invitati da persone che vogliono portarci nei loro contesti per incontrare le realtà che raccontiamo. E poi è un pubblico non solo italiano, resta sempre molto variegato, di tanti paesi diversi … Europa, Medio Oriente, e di questo sono molto contenta.

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