L’origine del sovranismo nazionalista anti immigrati nelle politiche dell’Ue?

Röszke, 2015. szeptember 7. Migránsok állnak szemben a rendőrsorfallal Röszke külterületén, a Dugonyi úton kialakított rendőrségi gyűjtőpontnál 2015. szeptember 7-én. MTI Fotó: Kelemen Zoltán Gergely

Contrariamente a diffuse retoriche sovraniste, analizzando le politiche europee degli ultimi venti anni, si nota un continuo slittamento delle stesse verso politiche sempre più securitare nei confronti dei flussi migratori. Ciò ha riguardato, sebbene mediante processualità diverse, sia i c.d. migranti economici che i flussi di migranti forzati. Gli stessi confini europei, contro tesi avanzate soprattutto da una destra che in tale ambito ha pianificato una narrazione mediatica strumentalmente di senso opposto, sono stati, proprio dall’Ue, non solo rafforzati e presidiati, anche militarmente, ma esportati in Africa mediante accordi internazionali, allo scopo di arginare, selezionare se non addirittura arrestare migliaia di profughi in fuga dai loro paesi di origine1 .

Questo processo, volendone cogliere le fasi di maggiore interesse, nasce, ad esempio, già con la creazione in Europa dello Spazio Schengen, in seguito all’omonimo accordo del 1985, per l’eliminazione progressiva dei controlli alle frontiere interne e l’introduzione di un regime di libera circolazione per i cittadini degli Stati firmatari. Tale accordo ha permesso la nascita di un vero e proprio “dispositivo confinario” che ha ridisegnato i meccanismi nazionali e sovranazionali di controllo, avviando la loro esternalizzazione. Le politiche di confinamento dei flussi migratori, le norme nazionali e internazionali, i processi e gli accordi come quelli di Rabat, Khartoum, Malta e tutti i successi, hanno permesso la realizzazione di un super-confine europeo di cui è bene rammentare le fasi e che è responsabile dell’elaborazione delle politiche di chiusura di molti Stati europei, Italia compresa2 . Esso nasce per mezzo del processo di esternalizzazione dei confini europei convenzionali in luoghi lontani rispetto a quelli d’origine, trasferendo, tra le varie conseguenze, le responsabilità della gestione dei flussi migratori, soprattutto di profughi, sui governi di paesi terzi, spesso incapaci di gestire tale complessità se non, come nel caso eritreo, responsabili della stessa fuga per persecuzione di centinaia di migliaia di suoi cittadini dal proprio regime dittatoriale. Si cita, a conferma, anche il caso del Sud Sudan governato da Al-Bashir sul quale pesa un mandato di cattura internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità, con il quale pure l’Italia e l’Ue hanno ufficialmente trattato.

Questa strategia si è manifestata già col criterio dello “Stato terzo sicuro” in cui espellere il profugo che non ha ottenuto lo status di rifugiato (si veda l’accordo dell’Unione europea con la Turchia) o mediante la creazione nei paesi di transito di “zone di protezione internazionale” dove offrire assistenza umanitaria. Su questo canale di pensiero e strategico si è innestata la retorica politica dell’attuale Ministero dell’Interno Salvini. Una strategia che è letteralmente follia sul piano dei diritti dell’uomo, non garantendo questi paesi il loro rispetto e una gestione pubblica, trasparente e internazionalmente valutata e controllata. La “dimensione esterna” dei controlli si avvale anche dei “respingimenti” direttamente in mare. Eppure, ai sensi dell’articolo 33 della Convenzione di Ginevra del 1951, è vietato agli Stati l’espulsione o il respingimento dei rifugiati e dei richiedenti asilo verso luoghi in cui la vita o la libertà ne sono minacciati per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un particolare gruppo sociale o per la loro opinione politica (principio di non-refoulement). Lo stesso principio è ribadito dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Il divieto trova applicazione anche nel caso in cui il respingimento avvenga verso un paese che potrebbe rinviare a sua volta il profugo verso un territorio in cui sarebbe esposto a tale trattamento. Eppure i respingimenti continuano ad avvenire. L’Italia respinge, o tratta con la marina libica addestrando i suoi uomini a questo scopo.

L’Ue, in sostanza, considera l’immigrazione “irregolare” un fenomeno “patologico” derivante dalla crescita quantitativa dei flussi migratori diretti verso l’Europa e così, di fatto, legittimando ansie immotivate e mediaticamente diffuse di invasione, norme discriminatorie e la riemersione di partiti e movimenti xenofobi e dichiaratamente razzisti. Proprio in questa particolare fase politica, l’impegno dell’Ue, probabilmente non a caso, riguarda molto più gli aspetti economici e finanziari della relativa manovra italiana e non gli effetti sociali che essa determninerebbe e, ancora meno, gli effetti, sui quali poco si è disucsso, certamente disastrosi, del c.d. decreto sicurezza del governo italiano.

Una delle ricadute di questo sistema si rileva nei ripetuti episodi di violenza operati da cittadini italiani a danno dei migranti, spesso richiedenti asilo di origine subsahariana o asiatica. La spinta della politica verso l’immersione dei fluissi migratori nel mare magnum dell’illegalità o dell’informalità, permette l’ampliarsi del disagio sociale, il rafforzarsi di sistemi criminali, la violazione di diritti umani e civili, la legittimazione della politica e della giustizia fai-da-te (si veda le proproste sulla legittima difesa che sdoganano la tesi per cui portare con sé ed usare un’arma per difendersi da qualunque cosa si ritenga una minaccia diventa legittimo e possibile), la legittimazione di tesi e comportamenti xenofobi e razzisti. Insomma, si legittima un processo di imbarbarimento del Paese che rende tutti meno sicuri e la democrazia un sistema mellifluo da ridefinire in relazione ai propri interessi politici.

Questa tendenza è accompagnata e rafforzata dalla percezione, costruita socialmente e politicamente, per cui gli immigrati si dividerebbero in sé e non ex lege in regolari ed irregolari. I due fenomeni sono, invece, intimamente intrecciati. La migrazione regolare può facilitare quella irregolare attraverso reti migratorie e norme restrittive che possono far precipitare migliaia di migranti regolari in una condizione di precarietà e irregolarità amministrativa. Si pensi alle migliaia di migranti che entrano regolarmente in questo Paese ma che poi diventano irregolarmente soggiornanti a causa di un mercato del lavoro segmentato e, in alcuni casi, fondato sullo sfruttamento, sul lavoro nero, sul caporalato, a cui si associano norme sulle migrazioni particolarmente rigide, atte ad emarginare il migrante e la sua famiglia. Allo stesso modo, l’ingresso regolare può precedere un soggiorno irregolare e molti migranti, attualmente con i documenti, ne sono stati privi in passato. È perciò più corretto parlare di condizioni di regolarità e irregolarità in cui le persone che migrano si vengono a trovare3 . Sono state scelte politiche precise in termini di regolamentazione giuridica delle migrazioni a creare, a partire dalla metà degli anni Settanta, i “clandestini” in risposta alla crisi economica di quegli anni. Il contrasto dell’irregolarità, che da allora ha assunto un’importanza sempre più pervasiva nelle normative nazionali ed europee, non ha affatto ridotto la componente non regolamentata dell’immigrazione, ma ha prodotto un meccanismo di “integrazione subordinata” e di “collocazione marginale” di tale popolazione, funzionale ad un contesto socio-produttivo caratterizzato da una crescente precarietà, da una riduzione delle prestazioni dello stato sociale e da un generale abbassamento delle tutele e dei diritti del lavoro4 . La classe politica nazionale continua a non comprendere, oggi come ieri, che i movimenti migratori contemporanei sono caratterizzati da una moltiplicazione di modelli migratori, da una forte accelerazione dei flussi, da un aumento della complessità della loro composizione e da una crescente imprevedibilità delle loro direzioni e relativa turbolenza, all’interno del quale, ad esempio e tra le molte, ha un ruolo anche il mutamento climatico e ambientale. Ogni semplificazione, peraltro spesso strumentale, del fenomeno rischia di determinare conflitti sociali e profonde ingiustizie nel Paese se non scontri e drammi profondi.

Un’Unione incapace di esprimere una matura volontà democratica fondata sul rispetto dei diritti umani e della solidarietà in favore dell’accoglienza dei profughi, è destinata non solo a tradire i suoi valori fondativi ma anche a generare conflitti drammatici nelle periferie della sua visuale eurocentrica sul mondo. Riaffermando invece i prorpi valori fondativi, si possono sconfiggere anche i rigurditi di politiche sovraniste e xenofobe che sono la premessa di un disegno di riprogettazione della società contemporanea che ambisce a ridefinire i rapporti di forza tra chi ha e chi non ha (ricchi e poveri) partendo dal suolo (opzione geografica) e dalla cittadinanza (italiano e straniero) e proseguendo verso la ridefinizione dei diritti etici, di quelli delle donne, dei lavoratori e di quelli politici, per costruire regimenti nei quali vivere secondo opzioni politiche programmate. Ha probabilmente ragione, dunque, chi afferma della costruzione di una post democrazia o di una democrazia illiberale?

1 Drudi E., Fuga per la vita, Tempi Moderni (www.tempi-moderni.net), Simple ed., 2018.

2 La pratica dell’espulsione/allontanamento dei migranti, per la quale l’Italia è stata, in passato, condannata dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, costituisce il filo rosso che unisce gli accordi di riammissione, i centri di detenzione, la protezione e i controlli delle frontiere.

3 Uno sguardo alle dinamiche migratorie del Novecento mostra che un’importante componente irregolare di ingressi c’è sempre stata in Europa ed ha trovato, fino alla metà degli anni Settanta, percorsi di integrazione sociale e lavorativa.

4 Si vedano tutte le edizioni dei dossier Agromafie, Eurispes.

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