La forma dell’acqua

Introduzione

Ci voleva una splendida novantenne, Rossana Rossanda nella trasmissione Propaganda Live di venerdì 27 ottobre, a ricordare come il tema centrale che può diversificare un certo modo di fare politica è il lavoro. È il lavoro il tema centrale che unisce tutti i discorsi e che dovrebbe servire a distinguere modi diversi di fare politica. Al lavoro è dedicata questa mia riflessione, in particolare al tema delle categorie del lavoro, tendenzialmente superate nel loro significato per l’erosione delle tutele che si collegavano ad ognuna ed ai possibili interventi per ricercare comunque dei contenuti che possano ripristinare diritti e riportare alla centralità del dibattito politico il lavoro.

 

Il lavoro liquido

Ci sono tre ragioni fondamentali che portano al superamento delle classiche categorie distintive delle tipologie di lavoro. La prima è che una volta ridimensionate profondamente le tutele tipiche della subordinazione, la ricerca di questa tipologia di rapporto perde di significato per un lavoratore. La seconda, che riguarda in generale tutte le realtà industrializzate, è che nella società 4.0 sono nati una serie di rapporti così particolari con caratteristiche così originali da rendere le ormai vecchie distinzioni superate ai fini classificatori e discutere delle tipologie dei contratti può risultare un esercizio di limitata utilità pratica. La terza che è ancora in prospettiva, ma una prospettiva ineludibile, è l’abbattimento di posti di lavoro con l’avvento sempre più massiccio della robotica e dell’industria 5.0 e la necessità di ripensare modelli occupazionali (1). Addio anche agli operatori dei call center, abituiamoci ai robocaller (2). Non a caso per i millenians e ancora più per i post millenians l’idea del posto c.d. fisso è una mera astrazione, per non parlare dell’idea di pensione. Quindi le categorie giuridiche classiche appaiono oramai prive di contorni precisi e definiti; sono liquide come la nostra società sempre più liquida, per citare Zygmunt Bauman (3). Appunto come discutere della forma dell’acqua. Più utile portare il discorso in termini complessivi per verificare cosa resta dei diritti per chi lavora e cosa fare. In questo scritto proverò questo esercizio.

 

Dal grande fratello al piccolo grande fratello

Nel bellissimo film di Charlie Chaplin “Tempi Moderni” una delle scene iniziali richiama direttamente il concetto di grande fratello di Orwelliana memoria. Tredici anni prima dell’uscita di “1984” di Orwell, (4) Chaplin inscena con agghiacciante preveggenza una massa instupidita e incapace di ribellarsi, teleguidata e controllata a vista dal grande fratello. Il padrone con dei monitor giganteschi controlla anche la toilette della fabbrica e scopre Charlot intento a fumare una sigaretta e lo spedisce di nuovo alla catena di montaggio.

Confesso che quella scena per me costituisce una suggestione precisa se penso al lavoro dei crowd workers, in Italia rappresentato nell’immaginario collettivo essenzialmente dai così detti riders, quelli che trasportano generi alimentari a domicilio. In questo caso il “grande fratello” è diventato un “piccolo, grande fratello” (per proseguire con le suggestioni cinematografiche) come uno smartphone, cioè un telefono cellulare con capacità di calcolo, di memoria e di connessione dati molto più avanzate rispetto ai normali telefoni cellulari, basato su un sistema operativo per dispositivi mobili. Sono passati circa ottant’anni dal film di Chaplin e la tecnologia ha fatto passi enormi, in particolare se pensiamo al digitale, ed ecco una forma molto più evoluta di controllo capillare che coniuga con il controllo anche la possibilità di valutazione del soggetto controllato. I ciclisti, perché in fondo di questo si tratta, portano insieme con le insegne della società per la quale lavorano (fulgido esempio di pubblicità indiretta e gratuita) un palmare con una App che li mette in contatto con la società: nel momento della connessione, cioè quando il rider è al lavoro, la società tramite l’App conosce perfettamente tutto quello che il proprio lavoratore fa, gli spostamenti, i tempi, le pause, il rider è come una lumaca che lascia una scia perfettamente valutabile in termini di produttività. Si realizza, grazie alla tecnologia, un panopticum itinerante per usare il concetto caro a Foucault (5). Difficile non pensare che questi elementi non risultino poi essenziali per il prosieguo del rapporto: visto che il rider più lavora, più produce e più guadagna e che conseguentemente il range orario di servizio diventa elemento fondamentale, naturale che nell’arco temporale dalle 19.00 alle 22.00 le richieste di trasporto di generi alimentari nelle abitazioni delle persone sia il massimo e sicuramente imparagonabile ad altri turni orari, come dalle 16.00 alle 19.00 o dalle 9.00 alle 12.00. Occorre considerare che le disponibilità orarie dei servizi vengono decise e comunicate dalla società.

Altro elemento è quello della potenziale libera scelta. Notorio che il rider può rifiutare un determinato orario o un turno, magari a causa di condizioni climatiche avverse (sotto la pioggia battente nelle grandi città con biciclette appesantite da un borsone le condizioni sono quantomeno disagevoli) ma questo comportamento viene comunicato al “piccolo, grande fratello” che ha una memoria infallibile e che la volta successiva premierà, o mortificherà, il tipo di disponibilità dimostrata. Si chiama algoritmo l’elemento in più che la tecnologia offre e che valuta i comportamenti e determina vere e proprie classifiche di affidabilità dei riders evitando traumatiche conclusioni di rapporti tra le parti, risultando sufficiente chiudere le disponibilità di servizi (6) e premiando atteggiamenti stacanovistici che alimentano la competitività tra i riders.

La recente giurisprudenza in termini di definizione del rapporto per escludere la subordinazione ha parlato di libera scelta del lavoratore e questo concetto mi richiama quello dei c.d. migranti economici (7). Parliamo di persone che lasciano il paese di origine spesso perché le terre dove lavoravano sono state svendute da governi corrotti alle grandi multinazionali e che per non morire di fame emigrano in Europa con viaggi terrificanti. Anche in quel caso si dice che sono comunque liberi di scegliere. Ma in entrambe i casi se non fai la scelta giusta non mangi ed allora avrei qualche dubbio sulla effettiva libertà di scelta.

 

Economia digitale

Consideriamo la situazione dei riders vale per tutti quei rapporti di lavoro nei quali una consolle o comunque un sistema operativo è alla base del rapporto tra le parti.

Fino a un milione di italiani lavora per le piattaforme internet che offrono collaborazioni occasionali e di questi i raider, coloro che si occupano di consegne a domicilio (pasti e non solo) corrispondono al 10 per cento del totale. Mentre sono tra 150 e 200mila le persone che ne dispongono come unica fonte di reddito. E’ la prima fotografia approfondita della gig economy del nostro paese, di coloro che si affidano a piattaforme internet che incrociano domanda e offerta di lavoro: vengono gestiti spesso da un algoritmo e il rapporto con chi paga dura solo per la singola prestazione e si rinnova ogni volta. (8).

Questo tipo di economia genera, peraltro, enormi problemi in termini di fiscalità: il vulnus dell’economia digitale alla sovranità fiscale degli Stati si pone con tale gravità da rendere inevitabili le reazioni dell’Unione Europea (9). Sulle problematiche contributive recentemente il Presidente dell’Inps Tito Boeri ha proposto di monitorare in tempo reale i pagamenti di Foodora e delle altre società di fattorinaggio per dare un elemento di pensione ai riders. Servirebbe un’innovazione da parte del suo stesso Istituto: “Anche noi dovremmo dotarci di una piattaforma per seguire i pagamenti dei riders, spingendo le società a pagare una quota al sistema pensionistico” ha detto il Presidente Boeri (10) .

Peraltro, i rischi di tale situazione non sono solo in termini di entrate fiscali e contributive ma anche politici e sociali. Il Professore di Economia inglese Guy Standing (11) scrive che il precariato non individua solo la sofferenza derivante dall’incertezza del posto di lavoro ma anche un’insicurezza nella stessa identità e l’impossibilità di esercitare un controllo sul tempo, effetti derivanti, non da ultimo, da politiche sociali di workfare. Standing descrive il precariato come un agglomerato di numerosi e differenti gruppi sociali: gli immigrati, giovani istruiti, e le classi lavoratrici industriali e richiama i politici alla necessità di mettere in campo ambiziose riforme sociali e politiche che vadano in direzione del riconoscimento del diritto alla sicurezza finanziaria. Sostiene che l’introduzione di un reddito minimo garantito sarebbe un passo importante verso un nuovo approccio (12).

 

Il mercato globale, flessibilità e conseguenze

Queste tipologie di lavori realizzano il massimo della flessibilità possibile, sono esempi di lavoro a chiamata generalizzato e da questo punto di vista vivono la suggestione creata in merito a questo concetto ritenuto per molto tempo il segreto per resistere nel mercato globale dell’economia. Sono passati oltre venti anni (dal pacchetto Treu del 1997) dai primi tentativi del legislatore di coniugare flessibilità ed occupazione, nonostante le voci critiche di chi (13) già agli albori di tali politiche metteva in guardia dalle possibili derive in termini di precariato del lavoro. Questa suggestione “flessibilità porta lavoro” peraltro è stata spazzata via da voci autorevolissime e senza dubbi di obiettività (14).

Quindi adesso possiamo dirlo con estrema chiarezza: queste formule di flessibilità estrema realizzano il massimo di quella che con la solita formula in lingua inglese viene definita lavoro “ just in time” e di profitto ma non procurano nessun vantaggio in termini di occupazione . Peraltro non sono prive di conseguenze, ovviamente.

In primis per gli operatori del diritto del lavoro, questo genitivo mitopoietico (per usare la felice espressione del professor Romagnoli) che sempre più con il tempo chiarisce la mancanza assoluta di contenuti progressisti insiti nella materia in termini generali ed astratti. Per i giuslavoristi oggi, come detto in apertura, è quantomeno problematico ritrovare un riferimento preciso e definito per distinguere il lavoro subordinato dalle altre forme di lavoro. Ricordo nella mia esperienza oramai risalente di aver visto lavoratori addetti alle pulizie condominiali che avevano contratti a progetto, vedo ancora oggi partite Iva di persone che non hanno neppure la cassetta degli attrezzi eppure si definiscono artigiani. I riders coprono un ventaglio di possibili modalità operative da poter essere astrattamente definiti autonomi o subordinati.

Come è stato osservato, il mercato del lavoro, così destrutturato, ha trasformato radicalmente e semanticamente la sua natura in un mercato dei lavori (15) dove il basso livello reddituale e la scarsa durata temporale hanno determinato un impoverimento del lavoro tanto da non coprire più dai rischi di povertà, indipendentemente dalla tipologia del rapporto creando la categoria dei working poor. Secondo i dati forniti dall’Eurostat i lavoratori poveri rappresentano l’11,7% della forza lavoro, ciò significa che 12 su 100 hanno un salario ma questo non è sufficiente per vivere. I cosiddetti working poor, sono lavoratori con un basso livello di reddito, divisi tra salari bassissimi e contratti a intermittenza. Solo tra i lavoratori dipendenti se ne contano oltre 2 milioni; gli autonomi sono invece 756mila. Si tratta per lo più di giovani all’ingresso del mondo del lavoro che non riescono a rendersi autonomi dalle famiglie, donne che devono fare i salti mortali tra un impiego spesso part time e la famiglia e che vivono le discriminazioni di differenti trattamenti economici a parità di prestazione, lavoratori stranieri sottopagati.

 

Conclusioni: che fare?

In un quadro complessivo così desolante, le innovazioni tecnologiche quando sono intervenute hanno soltanto aumentato i margini di mercato piuttosto che di diritti, ed allora il compito del giurista non può che essere quello di ricercare soluzioni.

È stata proposta una soluzione europeista, con possibilità di un intervento da parte dei sindacati europei, che sono ben presenti a Bruxelles e che, secondo le norme già oggi vigenti (art. 155.2 TFUE già 139 del TCE), sono legittimati a promuovere forme transnazionali di veri e propri accordi collettivi, capaci poi in certi casi anche di ricevere efficacia di legge in tutti gli Stati dell’UE (16).

Si propone di riportare il lavoro alla sua centralità con un intervento legislativo esplicito, volto a ridurre il numero delle fattispecie giuridiche del lavoro, oggi dilatate, e a ripristinare i diritti (e quindi le rigidità) che alla tutela democratica del lavoro si associano, perché esso non sia in balia delle leggi del mercato (17).

C’è chi ritiene essenziale, insieme con la reintroduzione di regole per rendere più protetto il mercato del lavoro, strutturare, in breve tempo, una forma di sicurezza reddituale di base permanente, spostando le risorse finanziarie dalle politiche di attivazione alle politiche di redistribuzione, per adeguare la situazione italiana a quella del resto dei paesi europei (allo stato attuale solo la Croazia, la Grecia e appunto l’Italia non hanno un reddito minimo) (18). Relativamente al profilo dell’impatto degli schemi di reddito minimo o di cittadinanza sulla ricerca attiva del lavoro e quindi sui livelli di occupazione, l’esperienza europea dimostrerebbe che uno schema di reddito minimo aiuta, insieme ad altre variabili, a incrementare i livelli di occupazione (19).

Per concludere come ho iniziato, rubando la suggestione di un film, confesso che a volte mi sento come quei musicisti sul ponte del Titanic che continuano a suonare mentre la nave affonda. Si discute di categorie giuridiche in una società che ha sostituito il mercato alle regole, dove la cooperazione, la cui funzione sociale è riconosciuta dalla Costituzione all’art. 45, sappiamo tutti cosa è diventata (20) , dove vivono oltre 400.000 lavoratori delle campagne sfruttati, per centomila dei quali si può parlare di riduzione in schiavitù (21) e ci ricordiamo di loro solo in occasione delle stragi come quella di Foggia dell’agosto scorso o di qualche ammazzatina (e qui l’espressione non è con funzione diminutivale ma di riferibilità mafiosa in termini di responsabilità), dove secondo la stima della Fondazione studi dei consulenti del lavoro del 2017 i lavoratori in ‘nero’ sul totale delle aziende attive sono un milione 538 mila, ma per la Cgia di Mestre, i dati risultano molto più allarmanti e sono 3,3 milioni i lavoratori invisibili con un giro di affari di 320 miliardi di euro, pari al 19,5% del PIL (22) e almeno 11 miliardi di euro l’anno di contributi pensionistici evasi secondo le stime ufficiali Inps (23), dove il lavoro gratuito, che dovrebbe essere fondamentalmente un ossimoro, è al contrario una tendenza praticata non solo nel privato ma anche nelle pubbliche amministrazioni (24) dove un algoritmo sostituisce la contrattazione e dove: “la disuguaglianza economica salirà alle stelle se, quando molti posti di lavoro saranno automatizzati, i ricchi proprietari di macchine continueranno a rifiutarsi di condividere la loro ricchezza in rapida proliferazione” come riteneva Stephen Hawking, il famoso astrofisico recentemente scomparso, pensando già all’industria 5.0.

Però le regole sono state scritte per tutelare i diritti di chi è più debole ed indifeso. Occorre un impegno delle forze progressiste del Paese per l’affermazione di una cultura comune che confermi questo principio, da troppo tempo dimenticato, e tuteli da scelte sempre più dettate dalle ragioni del mercato.

Nella Costituzione si legge che: “la repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni” , art. 35, e che l’iniziativa economica: “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana” , art. 41. Occorre quindi impegnarsi tutti insieme, ciascuno con le proprie intelligenze e fantasie e nei propri ruoli, per studiare e proporre soluzioni che rendano ancora attuali e feconde le parole della Carta Fondamentale del nostro vivere comune, occorre denunciare e condannare il “brutto lavoro” e battersi perché torni ad essere la forma essenziale del nostro progresso sociale.

 

 

  1. “L’intelligenza artificiale e la robotizzazione dispongono di un potenziale che può aumentare la produttività dell’economia e, in linea di principio, potrebbero rendere la vita più facile, ma solo se verranno ben gestite” dice Joseph Stiglitz, (theguardian.com/technology/2018/sep/08/).
  2. Telemarketing, dopo i call center arrivano i robocaller, U. Rapetto, Ilfattoquotidiano.it, 14\10\2018.
  3. Z. Bauman, Modernità liquida, Laterza, 2003. Secondo l’autore la fase di modernità liquida attraversa aspetti importanti della nostra vita sociale come ad esempio il lavoro, la comunità, l’individuo, il rapporto tra lo spazio ed il tempo, ed infine, ma non ultimo in ordine di importanza, l’idea di libertà e quella ad essa collegata di emancipazione.
  4. Il film di Chaplin è del 1936 mentre il libro di Orwell è del 1949.
  5. M. Foucault, Sorvegliare e Punire, Einaudi, prima ed. 1977; di lavoratori che come lumache si portano dietro panopticum personali parla anche Z. Bauman in Bauman e Lyon, Sesto potere, la sorveglianza nella modernità liquida, Laterza, 2015, pag. 46. Peraltro per lo stesso Bauman nel testo Modernità liquida cit. nella modernità, che l’autore definisce liquida, il modello panottico e tutte le strutture sociali ad esso collegate è definitivamente entrato in crisi e, liquefacendosi, ha aperto una nuova fase della storia umana che da molti è stata interpretata come fine della storia o come fine della modernità, ma che l’autore definisce preliminarmente come post-panottica.
  6. “Non più licenziamento ma esclusione dalla piattaforma. Bannati” scrive Marta Fana in “Non è lavoro è sfruttamento”, pag. 36, , Tempi nuovi, 2017.
  7. La definizione di migrante economico è frutto del cd. Hotspot Approach deciso dal Consiglio europeo nel settembre del 2015 con due Decisioni prive di valore legislativo (la n. 1523 del 14 settembre 2015 e la n. 1601 del 22 settembre dello stesso anno), nel quadro dell’Agenda sull’immigrazione adottata il 10 maggio del 2015 dopo il naufragio del 18 aprile dello stesso anno, a sud di Malta, nella quale persero la vita più di ottocento persone.
  8. Radiografia dei lavoretti: un milione di addetti, pagati 12 euro l’ora, Luca Pagni, www.repubblica.it, 2\6\2018.
  9. Vedi sul tema Lorenzo del Federico, Le nuove forme di tassazione della Digital Economy ed i limiti delle scelte legislative nazionali: la prospettiva Italiana ed Europea, www.aipdt.it.
  10. Foodora&Co. Boeri propone: “Monitoriamone i pagamenti per dare una pensione ai rider”, www.repubblica.it, 11\5\2018.
  11. Standing , 2017, Basic Income and how we can make it happen, Penguin.
  12. Secondo il professor Standing, in mancanza di decisioni coraggiose e incisive su questi temi, le società andranno incontro a ondate di violenza e di collera, e all’emergere di istanze populistiche o intolleranti e a partiti di estrema destra. Chiarissima l’attualità del discorso nel nostro paese.
  13. Penso in particolare in Italia a Luciano Gallino con il volume “Il costo umano della flessibilità”, Laterza del 2001 e, a livello internazionale, agli interessantissimi spunti di Richard Sennet nel volume “L’uomo flessibile, le conseguenze del nuovo capitalismo sulla vita delle persone”, Feltrinelli, 2001.
  14. Il World Development Report pubblicato nel 2013 dalla World Bank scrive: “Nuovi dati e metodologie più rigorose hanno scatenato un’ondata di studi empirici negli ultimi due decenni sugli effetti della regolamentazione del lavoro […] Sulla base di questa ondata di nuove ricerche, l’impatto globale della maggiore flessibilità del lavoro è inferiore all’intensità che il dibattito suggerirebbe. Per la maggior parte, le stime tendono ad essere insignificanti o modeste”, World Bank (2013), World Development Report 2013: Jobs. Washington D.C.: World Bank Publications. Ed ancora, il World Economic Outlook 2016 del FMI evidenzia che “le riforme che facilitano il licenziamento dei lavoratori a tempo indeterminato non hanno, in media, effetti statisticamente significativi sull’occupazione e sulle altre variabili macroeconomiche”, International Monetary Fund (2016), Time for a supply side boost? Macroeconomic effects of labor and product market reforms in advanced economies. In World Economic Outlook 2016. Washington, DC: IMF. Sulla stessa lunghezza d’onda si situa l’Employment Outlook 2016 dell’OCSE, in cui si legge: “La maggior parte degli studi empirici che analizzano gli effetti a medio-lungo termine delle riforme di flessibilizzazione del lavoro, suggeriscono che esse hanno un impatto nullo o limitato sui livelli di occupazione nel lungo periodo” [OECD (2016), OECD Employment Outlook 2016 (Paris: OECD). Dati tratti da Econopoly il 19 Dicembre 2016 a cura di Emiliano Brancaccio, Nadia Garbellini e Raffaele Giammetti. Inoltre: “le conclusioni a cui sono recentemente pervenuti le principali istituzioni economiche internazionali, corrispondenti a quelle ricavabili anche da un complessivo riesame della letteratura scientifica proposta nel dossier, tendono a considerare statisticamente poco significativi gli effetti sui livelli di occupazione determinati dalle riforme di flessibilizzazione del lavoro” , in La flessibilità del mercato del lavoro aumenta l’occupazione?, Senato della Repubblica, documento di valutazione, giugno 2016.
  15. Massimo De Minicis , Precariato e politiche sociali: quali soluzioni? In www.economiaepolitica.it, 27 agosto 2018.
  16. Vincenzo Ferrante, Dai pony express ai lavoratori-bikers di Foodora: la soluzione “contrattuale” (forse) in mano all’Europa?, in www.ipsoa.it › Lavoro e previdenza ›, editoriale 5\5\2018.
  17. Piergiovanni Alleva, Restituire diritti e dignità ai lavoratori. Proposta di legge.
  18. Massimo De Minicis , cit.
  19. Pasquale Tridico, Reddito di cittadinanza, quali effetti in Italia e in Europa?, Economia e politica, rivista on line, 21\7\2015.
  20. Vedi R. Riverso, La sottile linea tra legalità e sfruttamento nel lavoro, Questione Giustizia, 28\4\2017. Rispetto in particolare al settore della logistica, nodo nevralgico della catena di valorizzazione del capitale, che abbatte da un lato i costi di produzione e dall’altro aumenta l’estrazione del profitto vedi Marta Fana, cit. pag.44.
  21. Dati riportati dal quarto rapporto agromafie e caporalato dell’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai CGIL. Una conferma alla situazione di schiavitù alla quale sono soggetti molti lavoratori stranieri in Italia, particolarmente significativa anche per fonte qualificata e per l’impegno del lavoro che ha portato alla ricerca, si trova anche nel recentissimo rapporto dell’OHCHR relativo ad una visita nel nostro paese di un commissario il cui testo si può trovare nel sito dell’Alto Commissario OHCHR-Country visit to Italy (3-12 October 2018).
  22. Secondo i calcoli del Centro Studi e ricerche per il Mezzogiorno, sostanzialmente confermati dall’Istat che nell’ultima relazione annuale sull’economia non osservata riporta che nel 2016, le unità di lavoro irregolari sono 3 milioni 701 mila, in prevalenza dipendenti (2 milioni 632 mila).
  23. Dove una improvvida riforma istitutiva nel 2017 dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro accentrando le attività di vigilanza Inps e Inail senza oneri dello Stato ha generato un calo di controlli sul lavoro nero pari ad oltre il 30% in meno (160.347 controlli nel 2017 e 235.122 nel 2013) e del 22% sui recuperi dei contributi evasi (1.100,1 milioni nel 2017 contro i 1.421,9 milioni recuperati nel 2013). Un quadro sconfortante sulla realtà delle cooperative ed in generale sulla situazione dei controlli pubblici nel lavoro dopo l’istituzione dell’INL si ricava dalla trasmissione Report che nella puntata del 14\5\2018 dal titolo emblematico “Fuori Controllo”, che si può visionare sul sito della Rai, denuncia i pessimi risultati della riforma.
  24. Vedi per il settore legale i tirocinanti ex art. 73 l.98\2013 che la magistratura sono essenziali, sostituendo integralmente la figura del cancelliere nelle udienze civili utilizzando spesso la consolle del giudice meglio del titolare, e per i quali è previsto un modestissimo riconoscimento economico solo eventuale.
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