“Felicità… tà… tà”: l’effetto del teatro che riscopre il varietà.

Ancora oggi Achille Campanile rimane una sorta di unicum nel panorama intellettuale italiano: per l’arguta capacità di ribaltare i luoghi comuni scatenando oltre al riso la riflessione, per il gusto del paradosso originale applicato alle situazioni più banali, per la spassosa critica ai vizi della società che costringe persino chi se ne macchia a sghignazzarne. Troppo divertente per essere inizialmente preso sul serio in certi ambienti, questo brillante autore ha di fatto attraversato gran parte del Novecento seminandolo di fulminanti battute, spiritose tragedie, esilaranti romanzi che raccontano del nostro Paese e di tutte le sue mille contraddizioni. Articoli di giornale, libri, piccolo e grande schermo o teatro non fanno alcuna differenza per il suo umorismo garbatamente feroce, che rimane intatto a prescindere dal mezzo scelto per esprimerlo. Perché l’unica cosa a cui deve fedeltà è la parola.

Portare in scena tutto questo tripudio di vivacità ingegnosa, rimanendo in perfetto equilibrio tra celebrazione e attualizzazione senza snaturarne i contenuti e le intenzioni non è impresa facile. Ma il regista Massimo Di Michele ci riesce benissimo, schierando sul sontuoso palco del Teatro Torlonia tre eccellenti attori che daranno vita a una rappresentazione trascinante, intelligente e, a ben pensarci, commovente: “Felicità… tà… tà”. Il titolo è tratto da un celebre album di Raffaella Carrà – la cui title track inaugura anche l’inizio dello spettacolo – mentre la formula scelta è quella vincente del varietà alla Milleluci. Ma non si faccia l’errore di credere si tratti di un’operazione nostalgica: entrando in sala il pubblico trova i tre protagonisti già schierati sul palco, impegnati a ripetere compulsivamente i tipici movimenti di un certo teatro contemporaneo. Fino a quando un rumore sordo ne inquieta i volti, interrompe i gesti e l’unico rifugio possibile è la messinscena: “un po’ di cipria qua, un tocco qui e là, il cuore batte già”.

Elegantissimi nei panni rigorosamente in bianco e nero degli innumerevoli personaggi che via via vestiranno, Dario Battaglia, Luisa Borini ed Edoardo Coen scatenano un vortice di contagiosa ilarità che riesce a rendere irresistibili persino alcune situazioni o vicende che potrebbero risultare datate. Le loro armi sono la ricchissima mimica, l’assoluta padronanza del corpo e la – purtroppo spesso rara – capacità di mantenere altissimo il ritmo durante l’intera performance. Ciascuno di loro si rivela parte di un meccanismo perfettamente sincronizzato di divertimento irriverente, mai sfacciato o volgare: camerieri e borghesi, nobildonne e castrati, aspiranti suicidi e redattrici mondane, servi del potere e intraprendenti perdigiorno regalano lo spaccato degli usi e costumi di una società nostrana che in fondo non è mai cambiata e di cui si denunciano i difetti anche estremizzandone i pregi. Il risultato, complici gli splendidi abiti di Alessandro Lai e la scrittura gestuale di Fabio Caputo, è un’opera delicatamente impertinente che, con tutta probabilità, sarebbe molto piaciuta allo stesso Campanile. A cui è dedicato il breve, toccante monologo conclusivo pronunciato da Luisa Borini e fatto cucendo insieme aneddoti biografici e stralci di canzoni. Chissà quale personalissima stilettata Achille ci avrebbe sicuramente aggiunto.

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