La fronda

Sono un essere umano, umano come tutti: me lo ripeto ogni giorno, quando scendo dal furgone, impolverato e con le ossa rotte, per pregare finalmente sul mio tappeto rivolto alla Mecca. Prego per ricordarmi che sono un essere umano, e non carne da macello. Ma oggi la sabbia brucia la pianta dei piedi, brucia più del sole sulle labbra screpolate, sulla gola riarsa, sull’anima sempre più esile. Come automi, ci arrampichiamo sulla duna, senza chiederci o chiedere il perché: abbiamo imparato che a ogni nostra domanda risponde il bastone, perché il bastone è la lingua universale del deserto. Il bastone e l’acqua calda mescolata alla sabbia, che puzza di benzina, ma a cui è affidata la nostra vita. L’autista ci indica la duna col bastone e urla qualcosa di incomprensibile, così noi, animali addomesticati dalle botte, ci incamminiamo in quella direzione a piedi nudi. Siamo scalzi perché le scarpe sono troppo preziose per rischiare di perderle durante il tragitto, in questo dannato cammino di sabbia. Sabbia ovunque, sabbia che si infila tra i ricordi dell’infanzia e il nostro tanto immaginato futuro, sul cui altare abbiamo stretto un giuramento di vita o di morte: attraversare questa valle ormai priva di lacrime, perché il sole non lascia loro il tempo di arrivare al mento, che già se le è rubate. Rimane il solco, prima un’increspatura scavata dal sale delle lacrime, e ora una ragnatela di rughe che ogni giorno mi ricorderà da dove vengo e cosa ho attraversato. L’essere umano si abitua a tutto, anche al disumano.

Ma io sono un essere umano, umano come tutti: eppure tanti di noi sono caduti dal furgone senza che nessuno si fermasse. Ricordo la prima volta che accadde: si chiamava Ibrahim e veniva anche lui dalla Costa d’Avorio. Avrà avuto pochi anni meno di me, forse 12, ma era l’unico che continuava a piangere perché sentiva la mancanza della mamma. Le lacrime si sono prosciugate quasi subito, ma i lamenti sono continuati giorno e notte, anche quando ci si fermava per dormire e l’autista lo minacciava e poi lo picchiava; Ibrahim rimaneva raggomitolato per un po’, ma subito dopo riprendeva la sua nenia di lamenti, mentre si levata il russare impudente dell’autista. Dopo alcuni giorni, improvvisamente Ibrahim ha smesso di piangere, afflosciandosi come un fiore che nessuno si è più ricordato di bagnare, ed è caduto dal pick up. Tutti sembravano sonnolenti, o forse anestetizzati dal caldo assordante, ma io ho sentito il tonfo e ho cominciato a gridare di fermarsi, imitato subito dagli altri che si sono spaventati. L’autista si è sporto dal finestrino solo per sbraitarci qualcosa che nessuno ha compreso, ma con un tono che non lasciava spazio a repliche, perché era la lingua del bastone. Quando ci siamo fermati per la notte, ci ha picchiato continuando a urlare parole per noi incomprensibili. Dopo aver provato a dormire con le ossa rotte, non abbiamo più avuto il coraggio di rivolgerci all’autista ogni volta che qualcuno cadeva. L’essere umano si abitua a tutto, anche al disumano.

Ma io sono un essere umano, umano come tutti. Questa duna maledetta non vuole farsi scalare, è come se nuova sabbia si producesse sotto i nostri piedi, come se la sua risalita non dovesse mai avere fine, in un girone maledetto da Allah. Ma non possiamo lamentarci o disobbedire: per chi fugge senza voltarsi indietro, non c’è possibilità di scelta, se non la morte. Chi ci ha provato è stato trasformato in un copertone: questo è quello che va raccontando Cerine, il matto del gruppo, a cui il sole deve aver bollito le cervella. Da quando abbiamo cominciato a vedere ruote di auto abbandonate ai bordi della pista, lui ha iniziato a raccontare storie di magia, in cui il sole avrebbe il potere di trasformare il corpo umano in uno pneumatico. Lui sostiene che ciò non succede a un corpo qualsiasi, perché solo la carne nera può subire questa metamorfosi. Non ci liberiamo del nostro colore nemmeno dopo la morte. La negritudine ci perseguita perché, dice Cerine, il Dio dei bianchi ha maledetto con questo stigma noi neri. Nessuna divinità ha mai smesso di cibarsi della carne dei neri. L’essere umano si abitua a tutto, anche al disumano.

Ma io sono un essere umano, umano come tutti. E con la mia caparbietà sono finalmente arrivato in cima a questa duna che sembrava infinita. Finalmente da qui riesco a vedere una piccola oasi, dove probabilmente l’autista ci ha urlato di andare indicandola col bastone. È formata da non più di dieci abitazioni, per poche persone fortunate che non devono dormire vicino al furgone per proteggersi dal freddo del deserto. Si capisce che sono già passati molti altri furgoni, perché la sabbia è un intrico di orme. Chissà quali storie, quali sogni si porta dietro ogni impronta, ogni traccia di pneumatico, e chissà quanti di questi desideri si sono già realizzati. Chissà se nel paese dei bianchi è vero che avremo tutti una seconda possibilità, che potremo finalmente vivere come nei film dei bianchi, col frigo pieno e la pioggia rinfrescante e le strade asfaltate. Ma Cerine ha cominciato a dire che, dopo il deserto, ci aspetterà la traversata del Mare del Faraone e, per chi ce la farà, al di là delle dune ci sarà una nuova schiavitù d’Egitto. L’essere umano si abitua a tutto, anche al disumano.

Ma io sono un essere umano, umano come tutti, continuo a ripetermi ogni volta che prego Allah. Prima ancora di scendere, oltre queste poche abitazioni, intravvedo un albero dal fusto esile, così sottile da sembrare una pianta di pochi mesi, mentre la sua chioma è enorme, imponente come il sogno di un bambino che vuole arrivare alla reggia di Mansa Musa per diventarne gran ciambellano. Rimango incantato per non so quanto tempo a rimirare quell’albero e la sua forza di volontà, mentre i miei compagni mi spintonano per farmi scendere dalla duna. Li raggiungo dopo un po’, ma non riesco a togliermi dalla testa l’albero: anche quando non lo vedo, posso sentire il rumore del vento tra le sue fronde, che mi ricorda il palpitare lontano di scaglie di mare, come a casa mia. All’oasi non abbiamo accesso all’acqua, che è tenuta chiusa e sigillata con lucchetti, perché tutto costa troppo per noi, noi pellegrini di questo immenso deserto su cui regnano incontrastati i ladroni che solo Alì Babà saprebbe vincere. E così ci sediamo in attesa che arrivi il nostro furgone. Quando lo vediamo finalmente comparire, capiamo che era tornato indietro a prendere i ragazzi del secondo pick up, probabilmente guastatosi prima dell’ultima duna. Al solo vederlo, la sete si risveglia e si fa urgente, tanto che tutti si lanciano come pazzi verso le taniche di acqua mista a sabbia e benzina, ma che nel deserto sembra più pura dell’acqua di un pozzo profondo come il mio sguardo. Tutti bevono con avidità, attenti a non far cadere neanche una goccia. Tutti bevono, tranne me. Io non posso dimenticare l’albero, non posso fingere che non ci stia osservando anche ora. Approfittando di un momento di distrazione dell’autista e degli altri, prendo il mio bicchiere e lo porto all’albero. Perché l’essere umano si abitua a tutto, ma si incanta sempre davanti all’incosciente audacia della vita. Non so trovare parole di fuoco per far risplendere il mio albero, né mai passerà di qui un poeta capace di descriverlo come un fiore dorato perduto in questo polveroso deserto, ma mi preme in petto un urlo soffocato e storto come un ramo: restiamo umani.

A Kader

Kader Diabate

Kader nasce in Costa d’Avorio nel 1999. Ispirato dalla figure di Martin Luther King, Sankara e Mandela, a sedici anni capisce che il sistema scolastico ivoriano non gli avrebbe permesso di ottenere quel livello di formazione culturale cui aspira per rendersi utile al miglioramento del proprio paese. Decide di partire per il Burkina Faso e da lì si trasferisce in Libia, ma la realtà della guerra civile gli fa sperimentare il carcere nel deserto libico. A fatica riesce a fuggire e a soli 17 anni si imbarca per l’Italia, rischiando anche lì la vita. Accolto nel porto di Reggio Calabria, è trasferito nello Sprar di Camini, piccolo centro confinante con Riace. Qui conosce Daniela Maggiulli, attivista pugliese che ha fondato la Casa della Poetessa. Kader offre il suo prezioso contributo al progetto, ma nel contempo continua a studiare, imparando cinque lingue europee, oltre a una decina di dialetti africani che già conosceva. Viene contattato dall’editore Laterza, per il quale sta scrivendo la sua autobiografia. A dicembre è invitato dall’Unicef come delegato italiano all’incontro sulle migrazioni a Marrakech, in Marocco, e subito dopo va a parlare a Ginevra, presso l’Ufficio delle Nazioni Unite. A gennaio viene invitato in udienza privata da Papa Francesco. Ai primi di settembre 2018, seduto in un bar di Trani, ha raccontato ad Anna il suo incontro con il deserto libico, da cui è nata La fronda.

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