Il filo delle Parche da tagliare ha un nome: Apnea

Apnea è lo stato che più si adatta a questo secolo, da sintomo è diventato condizione, da condizioni quotidiane genera il sintomo, si sta in apnea continuamente, a tratti noi o qualcuno, qualcosa ci ricorda che il respiro è importante. Apnea è la sensazione di soffocamento che un po’ tutti nella vita prima o poi sperimentiamo. Capita quando siamo sopraffatti dalle cose, quando una decisione incombe e non riusciamo a deciderci, quando riceviamo delle pressioni, quando proviamo paura e dunque il generarsi della sua prima conseguenza: la paralisi,corpo e respiro si bloccano. “Apnea. La più giovane delle Parche”, in maniera totalmente personale, tratta questo tema.

Uno spettacolo giovane e vivace, quello andato in scena al Fringe Festival, un contenitore colorato, a tratti frivolo, ma con capacità attoriali interessanti e originali scelte registiche.

Lo spettacolo più che una trasposizione contemporanea delle tre figure mitologiche, come vorrebbe farci immaginare il titolo, è un’immedesimazione nella vita di quelle che sono tre giovani coinquiline che mettono in scena un confronto continuo fra loro e ognuna con la parte più intima di sé in quello che è il bagno della loro casa, rappresentato da una vasca centrale sulla scena che crea subito un legante di familiarità. Il bagno è il luogo intimo per eccellenza e proprio lì avvengono le confidenze fra Versilia, Souvenir e Narcisa, lì si scoprono tre caratteri differenti, tre ragazze che fanno i conti con l’affacciarsi ad una crescita, tre ragazze che vogliono incoraggiarsi, prendere atto di determinazione, scambiandosi problemi sentimentali, sogni e ambizioni, tre ragazze che si scoprono donne quasi come le prime volte le bambine esplorano il loro corpo e imparano a conoscerlo a conoscersi.

Fra una scena piena di polveri colorate, balli che vogliono contagiare per brio e un’altra invece riflessiva a tratti pensierosa, la vasca muta forma. Da contenitore di incertezze, risate e discorsi tanto logici quanto fantasiosi, diventa un guscio che protegge o un peso da portare. Tutto è svolto in casa ma le tre amiche ci portano con i loro racconti a vivere lo spaccato delle loro vite, i loro rapporti col mondo.

La drammaturgia permette di comprendere bene gli stati d’animo di quelle ragazze che non sempre però le supporta nel restituirci la scena, assieme alla lunghezza di alcuni momenti che rendono forse un po’ estremo il tratto trasognante, tratto caratterizzante dello spettacolo, molto apprezzabile in certe scene, troppo dilungato in altre. Quelle che restano infatti più impresse, più che il complesso intero, sono proprio le singole scene, come tanti fotogrammi che assieme compongono una bella cartolina e ci si ritrova a fine spettacolo un po’ affezionate a quelle ragazze che vi sono ritratte.

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