Esecuzione penale: inaccettabile la mancata attuazione della riforma.

La riforma in materia di esecuzione penale non ha mai visto la  luce.   Le commissioni speciali di Camera e Senato – istituite nelle more della formazione del nuovo Governo nella primavera 2018  per risolvere le questioni urgenti ed in sospeso – non hanno inserito la riforma dell’ordinamento penitenziario nel proprio ordine del giorno. Una decisione che già allora lasciava presagire come nelle politiche del nuovo esecutivo sarebbero prevalse le questioni di opportunità politica ed a farne le spese, ancora una volta, sarebbe stato il fronte dei diritti, della dignità e la prospettiva di un sistema giustizia equilibrato e consapevole.

La riforma Orlando, che nel quadro complessivo ha introdotto copiose novità in materia penale, venne così caducata di quel complesso normativo che l’Italia attendeva da quarant’anni e che ci era già costato sanzioni dall’Unione Europea ed una fase di monitoraggio voluta dalla Corte EDU e conclusasi solo dopo l’avvio delle procedure di riforma.
Era l’8 gennaio 2013 quando la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo con la sentenza Torreggiani e altri c. Italia, ( ricorsi nn. 43517/09, 46882/09, 55400/09, 57875/09, 61535/09, 35315/10, 37818/10,) con decisione assunta all’unanimità condannava l’Italia per la violazione dell’art. 3 della Convenzione Europea dei diritti umani, per i trattamenti inumani e degradanti subiti dai detenuti.

Il problema strutturale del disfunzionamento del sistema penitenziario italiano venne valutato dai giudici di Strasburgo  come un problema strutturale di legislazione dello Stato italiano, ragione per cui la Corte EDU, oltre a condannare l’Italia indicò, nel dispositivo,  le misure più idonee che lo Stato avrebbe dovuto adottare per porre rimedio alla problematica.
A distanza di 5 anni e nel più vasto quadro complessivo della legge di modifica al codice penale, di procedura penale e all’ordinamento penitenziario, l’Italia era riuscita ad approntare le modifiche necessarie per riportare l’esecuzione penale entro una cornice di legalità costituzionale e sovranazionale dopo le umilianti condanne europee.

La riforma, partendo dal principio costituzionale enunciato dall’art. 27  mirava a dare concreta esistenza alla funzione rieducativa della pena, costruendo un sistema di misure alternative alla detenzione che tenesse conto dell’evoluzione personale del condannato rimettendo al centro del dibattito non solo giuridico ma anche sociale, la magistratura di Sorveglianza, non più relegata al ruolo di secondini dell’esecuzione penale.

Una norma di dignità quella espressa nel testo della riforma, che si muoveva nell’alveo di alcuni punti cardine:

  • semplificazione delle procedure per le decisioni del magistrato e del tribunale di sorveglianza, anche con la previsione del contraddittorio differito ed eventuale, fatta eccezione per le decisioni riguardanti la revoca delle misure alternative alla detenzione;
  • revisione di modalità e presupposti di accesso alle misure alternative e delle preclusioni all’accesso ai benefici penitenziari;
  • previsione di attività di giustizia riparativa;
  • aumento di opportunità di lavoro retribuito intramurario ed esterno e di attività di volontariato;
  • interventi a tutela delle donne recluse e delle detenute madri.

Il decreto legislativo emanato dal Governo Gentiloni a seguito della legge delega parlamentare disegnava un sistema penitenziario atto a favorire l’effettivo esercizio da parte dei soggetti detenuti di alcuni importanti diritti fondamentali che neppure lo status detentionis può del tutto comprimere.
La carcerazione, in uno Stato di diritto, non rappresenta un momento immutabile di afflizione e pena, ma un’occasione data al reo di reinserirsi nella società. In quest’ottica lo spostamento del baricentro dell’esecuzione penale verso le sanzioni di comunità e più in generale verso la implementazione delle misure alternative alla detenzione rappresenta l’unico reale strumento per garantire la certezza della pena ed il commisurato interesse punitivo senza aggredire e ledere la dignità umana del reo, che è l’unità di misura della civiltà di uno Stato.

Eppure tutto ciò non è bastato affinchè la riforma, giunta ad un passo dal varo definitivo, fosse approvata, stritolata in un gioco perverso di maggioranze eterogenee e difformi prima, messa all’angolo da un Parlamento a trazione Lega-M5S poi, questi ultimi notoriamente inclini a strumentalizzare le paure ancestrali dei cittadini per l’adozione di politiche reazionarie.
Il Governo ha scelto espressamente  di vanificare gli sforzi ed il lavoro fatto per adeguare il sistema dell’ordinamento penitenziario a più alti standard di civiltà e nel silenzio generale il 3 agosto 2018 ha lasciato scadere la delega parlamentare per l’approvazione della riforma dell’esecuzione penale.

Il primo anno dell’attività del governo Lega-5stelle ha espresso tutto il suo livore proprio in materia giudiziaria, andando ben oltre la mancata approvazione di una riforma necessaria oltre che già pronta. I provvedimenti legislativi fino ad ora prodotti rappresentano la peggiore espressione di una politica di marca giustizialista e populista che crea difformità applicativa nella fase esecutiva della pena e, proprio in senso ostinatamente contrario alle raccomandazioni della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, realizza un ritorno in auge della pena inframuraria.

Dalla riforma che esclude la possibilità di accedere al rito abbreviato per i reati puniti con al pena dell’ergastolo allo “spazza corrotti”, la giustizia ai tempi di Salvini e Di Maio esprime disprezzo per il dettato normativo di cui all’art. 27 della Costituzione, in una elaborazione meramente propagandistica che non tiene conto – o addirittura ignora – che al giudice era già consentito valutare di comminare la pena dell’ergastolo anche all’esito del giudizio abbreviato.

Abbiamo perso l’occasione di rendere efficiente e civilmente accettabile la fase esecutiva della pena e lo abbiamo fatto nel peggiore dei modi, di fatto avallando scelte in materia di giustizia che puntano alla sola risposta repressiva, inutile e dannosa se non accompagnata dalla costruzione di una prospettiva sociale.

A guardia dei valori di civiltà giuridica sono rimasti solo gli avvocati, che continueranno a lottare nel fango cercando di abbattere il muro del silenzio e dell’oblio che attanaglia l’universo carcerario, in attesa dell’ennesima condanna della Corte Europea dei diritti dell’uomo.

MGA non rimarrà all’angolo a guardare la disfatta delle garanzie civili e costituzionali nel nostro Paese ed al fianco dell’Unione delle Camere Penali Italiane è impegnata a tenere alta l’attenzione di  tutte le rappresentanze dell’avvocatura affinchè le forze politiche ed istituzionali, mettendo da parte le ragioni di mera opportunità politica, si determinino nel pretendere che la giustizia non diventi lo strumento di espressione del potere e che resti ancorata ai dettami costituzionali e non sovvertita in un urlo alla forca.

E rilanciamo: uno Stato che non riesce a realizzare gli interessi e le tutele delle garanzie civili che la Costituzione della Repubblica Italiana prevede ed impone, ma che si contorce per approvare norme parassitarie a garanzia di interessi particolari, rappresenta una degenerazione istituzionale, contro la quale tutti siamo chiamati a lottare.

Riconoscere il valore e la portata giuridica del complesso normativo sull’esecuzione penale, riconoscere la capacità rieducativa delle misure alternative alla detenzione, riconoscere il valore deflazionante in materia di recidiva del reato dimostrato dalle statistiche, significa mettere al centro delle politiche di questo Paese gli interessi generali di tutti. Siamo convinti che la sicurezza dei cittadini si garantisca solo costruendo modelli rieducativi e non con il manganello in mano, da adoperare sui deboli, lasciando indenni i potenti, certi che il diritto sia la pietra angolare della società e nessun equilibrio sociale sarà mai possibile se non si darà il giusto contributo a che la giustizia si adoperi e sia strumento per la costruzione di una società egualitaria e scevra da abusi e soprusi.

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