La Quinta Mafia pontina e le ipocrisie di un sistema pontino ancora gravemente malato

Con questo articolo si riprendere e aggiorna una riflessione del presidente di Tempi Moderni, Marco Omizzolo, pubblicata già nel blog Mafie di Attilio Bolzoni per il sito Repubblica.it.

La Quinta Mafia è un libro di ricerca e di memoria, pubblicato da RadiciFuture, che ha come duplice scopo quello di analizzare l’organizzazione mafiosa propria della provincia di Latina e di ricordare a cittadini spesso distratti che le mafie nel Pontino sono presenti da decenni grazie alle loro intense relazioni e accordi con pezzi della politica, dell’imprenditoria, della pubblica amministrazione e delle libere professioni locali. Un complesso articolato di interessi e connivenze, fondato sulla sete di potere e di profitto, sorretto da una omertà trasversale ancora difficile da scalfire, che ha sempre goduto anche di diffusi pregiudizi circa la marginalità del fenomeno mafioso pontino contribuendo a renderlo invisibile agli occhi dei più. Di questa organizzazione mafiosa e delle sue manovre insediative si discuterà il 21 giugno nell’ambito della nona edizione del festival Trame, a Lamezia Terme, che si terrà dal 19 al 23 giugno. La mafia pontina è espressione di un coordinamento informale che coinvolge diverse organizzazione mafiose: Casalesi, ‘ndrangheta, mafia siciliana e camorre in particolare che agiscono in collaborazione con la criminalità locale, a cui viene insegnato il “mestiere” o con criminali stranieri che imparano come “stare al mondo”. Ciò vale, ad esempio, con riferimento al clan Ciarelli e Di Silvio, imparentati coi Casamonica e da tempo braccio operativo di varie organizzazioni mafiose, oppure ad alcuni soggetti criminali indiani, come da tempo denunciato dal In Migrazione ed Eurispes, al centro di un sistema di traffico internazionale di esseri umani e di caporalato che garantisce loro lucrosi profitti. Clan autoctoni duramente colpiti da importanti indagini della Procura della Repubblica e dalle forze dell’ordine e in particolare dalla Questura di Latina guidata prima dal Questore De Matteis e poi dal Questore Belfiore.

Il contesto socio-economico del territorio ha sicuramente favorito il loro radicamento in una provincia che è ad appena cento chilometri da Roma e a duecento da Napoli. Le varie mafie e in particolare Camorre e Casalesi, si insediate innanzitutto nelle campagne avviando aziende agricole usate per riciclare denaro sporco e che oggi lucrano mediante truffe all’Unione europea, tratta internazionale a scopo di sfruttamento lavorativo e caporalato, obbligando migliaia di braccianti, soprattutto indiani ma sempre più anche bangladesi, dei paesi dell’Est e richiedenti asilo subsahariani, a vivere condizioni di grave sfruttamento lavorativo ed emarginazione. Si ricorda a tale riguardo l’importante operazione “Commodo” della Procura locale con intervento della Questura della Repubblica di Latina. Resta ancora moltissimo da fare, non solo nei luoghi tradizionali dello sfruttamento del lavoro agricolo pontino, ossia nelle campagne dei Comuni della costa pontina, ma anche nei Lepini, ambiente generalmente sottovalutato dove invece il fenomeno sta emergendo soprattutto con riferimento al reclutamento e sfruttamento di manodopera rumena e in parte anche italiana. Si resta sorpresa, indagando tale fenomeno, dall’avanzata e crescita di alcune aziende agricole pontine, in espansione costante nonostante una diffusa crisi economica, in grado di sviluppare investimenti per milioni di euro e che nel contempo impiegato ad esempio braccianti stranieri nel lavoro notturno, obbligandoli a turni massacranti e spesso anche da utilizzare sostanza chimiche come fitofarmaci non legali almeno nelle quantità imposte sotto le loro serre. Alcune di queste sono aziende biologiche di proprietà di uomini dai cognomi che rinviano a gradi di parentela con esponenti di primissimo piano della Camorra napoletana. Uomini di malacarne che divorano territorio, diritti e economia legale a vantaggio dei loro affari e sete di potere.

La presenza, in provincia di Latina, del clan dei Casalesi, è invece sancita dalla sentenza nel processo “Anni 90” che riconosce l’esistenza, nel Comune di Castelforte, nel Sud Pontino, di un gruppo criminale collegato col clan campano attraverso Beneduce Alberto e Michele Zagaria. Un “sistema” che è stato rilevato anche dalla Dia con la presenza degli Alvaro di Sinopoli (RC) e dei reggini Bellocco e Tripodo ad Aprilia, nonchè dei vibonesi La Rosa-Garruzzo a Fondi.

Il litorale pontino rappresenta una zona di insediamento anche di altri clan campani. Già l’operazione “Sfinge” del 2010, condotta dalla Polizia di Stato, aveva fatto luce su un’organizzazione camorristica, alleata con il clan dei Casalesi, che governava il traffico di stupefacenti e le estorsioni, nei territori di Latina e Roma. Si ricorda anche la presenza dei gruppi campani dei Bardellino, Bidognetti, Giuliano, Mallardo e Licciardi. Importante anche la presenza dei Girolimoni che domina con la sia azienda agricola la produzione locale. E’ impressionante quanto dichiarano alcuni braccianti italiani con riferimento ai prezzi imposti dalla Camorra per ciò che riguarda la vendita degli ortaggi prodotti nel Pontino. Se ciò fosse vero ciò significherebbe che una parte della classe imprenditoriale agricola pontina risulta fare la parte del leone coi braccianti stranieri, arrivando a pagarli pochi euro l’euro e costringendoli a turni massacranti di lavoro, e nel contempo ad essere pecore coi boss e i loro affiliati, ai quali riversare onore, riguardo e soldi in cambio di protezione e accondiscendenza. Un comportamento da vigliacchi, ingranaggi di una macchina vasta di potere e di profitto, comandata dai padrini sui padroni e questi ultimi a scaricare le loro ansie, frustrazioni e interessi sulle schiene piegate di migliaia di braccianti stranieri. E’ il risvolto valoriale, o meglio non-valoriale, perverso delle agromafie, le quali sono un sistema molto più ampio e complesso della loro solo rappresentazione economico-salariale. Esse sono un sistema di potere, organizzato e in amplificazione, composto di ingranaggi piccoli e grandi, oliato con l’omertà, il silenzio, a volte pagato, lo sfruttamento, le inefficienze del nostro sistema giudiziario e amministrativo e le complicità di tanti italiani, soprattutto liberi professionisti, alcuni sindacalisti, alcuni ispettori del lavoro, pubblici impiegati e vari che permettono a questa macchina infernale di aggiornarsi, funzionare e prosperare.

A fondamento del modello criminale che ispira e caratterizza il sistema Quinta Mafia si citano i contenuti propri dell’operazione antimafia “Equilibri” che ha messo in evidenza il patto criminale tra mafia, camorra e casalesi: https://www.cisiamo.info/cronaca/2019/06/08/patto-mafia-camorra-spartirsi-lazio/?fbclid=IwAR09EmJj2GrOfv0bAVSllxoP2AblKDVu1vEvN_Ui1Ok5EM7OsTbjbFX_Mqc. Così dai tempi dei Nuvoletta, di Bardellino e del contrabbandiere Zaza, si rileva, ora, anche in giudiziaria e investigativa, il fine organico e comune fra mafia siciliana, camorra campana e casalesi. Una fusione organica che ha un’evidente protagonismo nel clan Fragalà.

Il 12 gennaio 2018 è stato individuato ed arrestato a Formia (LT), dopo un conflitto a fuoco coi Carabinieri, un latitante affiliato al clan Ranucci di Sant’Antimo (NA). Il successivo il 31 gennaio 2018, è stata invece tratta in arresto, a Gaeta (LT), una donna, madre di un affiliato al clan De Micco, del quartiere napoletano di Ponticelli. Il Sud e il Nord della provincia, sia pure con alcuni distinguo, sono condizionati da padrini e padroni che governano interi settori economici e filiere ommerciali a partire da quelli della distribuzione commerciale.

Il Pontino risente anche della presenza delle famiglie sinti come i Di Silvio e i Ciarelli, ormai stanziali e in alleanza con importanti referenti istituzionali come l’ex deputato di Fratelli d’Italia, Pasquale Maietta. Ne è testimonianza l’operazione “Alba Pontina” della Polizia di Stato, che il 12 giugno 2018 ha arrestato 25 soggetti, appartenenti al clan Di Silvio, attivo nella zona di Campo Boario di Latina, noto anche per la parentela coi Casamonica. L’organizzazione si era specializzata nell’acquisizione, mediante intimidazioni, delle attività economiche locali. L’operazione “Arpalo”, conclusa il 16 aprile 2018 dalla Polizia di Stato e dalla Guardia di finanza, ha invece fatto luce su un’associazione a delinquere che aveva realizzato frodi per circa 200 milioni di euro, utilizzando società fittizie costituite in Svizzera e a Latina. A promuovere questa associazione per delinquere, insieme all’ex deputato del partito di Giorgia Meloni, sarebbero stati anche gli imprenditori latinensi Paola Cavicchi e Fabrizio Colletti, impegnati anch’essi con il Latina Calcio ai tempi del campionato di serie B. Ancora una volta forti coi deboli e deboli coi forti. Il partito della Meloni ambisce a sbarrare la strada nel Mediterraneo alle barche di disperati usando la Marina Militare italiana e nel contempo aveva in seno colleghi di partito nominati in passato al vertice dello stesso, che erano referenti del clan rom che dominava a Latina. Questa vicenda esprime tutta l’ipocrisia di una intera classe dirigente che è al servizio di politiche d’odio e nel contempo è intrisa di contraddizioni e complicità politiche gravi.

L’interesse delle organizzazioni mafiose nel Pontino si è concentrato anche al mercato ortofrutticolo di Fondi (MOF) mentre non mancano investimenti negli stabilimenti balneari, nelle attività ricettive del litorale e nel settore del turismo. Stupiscono ad esempio gli investimenti economici in numerosi stabilimenti balneari lungo il litorale del Comune di Terracina intestati a società sulle quali sarebbe utile indagare. Di certo la filiera agricola resta una vocazione originaria per le mafie, come ricostruito accuratamente dai rapporti Agromafia di Eurispes. Proprio le ultime tre edizioni del dossier avanzano riflessioni e analisi sull’intera filiera agromafiosa italiana. L’analisi delle evidenze investigative sul territorio pontino hanno messo in luce investimenti imponenti anche nel settore delle costruzioni, nel commercio all’ingrosso e in quello al dettaglio, in particolare di autovetture, nell’attività di bar e ristorazione, nel settore delle onoranze funebri e nelle attività floro-vivaistiche. Proprio il mercato fondano è simbolo della Quinta Mafia grazie all’interessamento della camorra, prima, e della ‘ndrangheta, poi, nonché i convergenti interessi di Cosa Nostra. Nella relazione sulla ‘ndrangheta approvata il 19 febbraio 2008 dalla Commissione parlamentare antimafia della XV legislatura, la situazione fondana viene portata ad esempio per la particolare connotazione in cui la ‘ndrangheta si è manifestata, registrando la sussistenza di vere e proprie joint-venture criminali, consistenti in accordi tra famiglie calabresi, di volta in volta alleate con cosche siciliane o campane. Questo è il cuore della Quinta Mafia. Allo stesso modo il procedimento “Damasco 2”, con sentenza definitiva il 4 settembre 2014, ha sancito il radicamento e l’operatività, fin dagli anni Novanta, ancora a Fondi, del clan mafioso Tripodo-Trani. Nel 2009, sono note le vicende relative al mancato scioglimento del Comune di Fondi per le intervenute dimissioni del sindaco e della giunta comunale in carica. Una trovata che ha condannato il territorio e la popolazione locale in un cono d’ombra che invece poteva essere evitato e sul quale tutti i referenti politici locali di centrodestra, a partire dal Senatore Claudio Fazzone di Forza Italia, non hanno mai proferito parola. Un comportamento politicamente inaccettabile per chi ha a cuore giustizia e legalità. Tra Formia e Sperlonga investiva il re delle ecomafie, l’avvocato Cipriano Chianese ritenuto dalla DDA di Napoli la mente dei grandi traffici di rifiuti del cartello dei casalesi. Ingenti somme di denaro sono state sequestrate in pochi anni a pericolosi clan di camorra, come i Mallardo, gruppo che puntava alla provincia di Latina per riciclare e investire i proventi delle proprie attività illecite.

Nella provinca di Latina, dunque, si rinvengono gli indicatori di una pericolosa e radicata presenza di varie enclave criminali, attestata dall’aumento dei reati spia, quali incendi, attentati e intimidazioni ai danni di commercianti, imprenditori, giornalisti, ricercatori, sindacalisti e pubblici amministratori. Un sistema complesso, sul quale manca un impegno reale da parte del Ministro Salvini che invece taglia le risorse alle forze di polizia locali. Un segnale grave che va nella direzione di rassicurare mafiosi e criminali. Ce ne è abbastanza per avviare a Lamezia Terme il 21 giugno una riflessione innovativa e radicale come radicale deve essere il contrasto alla Quinta Mafia e ad ogni altra forma di criminalità mafiosa.

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