Persistenze e mutamenti sociali correlate alla prima grande ondata migratoria italiana (1870- 1920) tra spinte alla modernizzazione e riflusso all’ordine tradizionale.

Persistenze e mutamenti sociali correlate alla prima grande ondata migratoria italiana (1870- 1920) tra spinte alla modernizzazione e riflusso all’ordine tradizionale.

La memoria è vita. Ne sono portatori, sempre, gruppi di persone viventi, e quindi essa è in perpetua evoluzione; soggetta alla dialettica del ricordare e del dimenticare, ignara delle sue successive deformazioni, aperta a usi e manipolazioni di ogni sorta. Rimane a volte latente per lunghi periodi, poi ad un tratto rivive. La storia è la ricostruzione, sempre incompleta e problematica di quello che non è più. La memoria appartiene sempre al nostro tempo e forma un legame vissuto con l’eterno presente; la storia è rappresentazione del passato.

(Pierre Nora, Les lieux de la mémoire)              

 

Le principali riviste storiche che si sono occupate di lettura di genere delle migrazioni – Altreitalie, Archivio Storico dell’Emigrazione Italiana (ASEI), Areia, Cirsde, Quaderni di donne & Ricerca, Genesis, Passato e Presente, Quaderno di Storia Contemporanea, Studi Emigrazione e dei cataloghi delle Biblioteche specializzate (Centro Studi Emigrazione di Roma e Centro Altreitalie)[1] – hanno evidenziato  come l’avventura migratoria che investì l’Italia dopo l’Unità fu prevalentemente maschile, temporanea e provvisoria, perdurante giusto lo spazio di un arricchimento utile alla famiglia per rimpinguare le proprie finanze e consentirle di avanzare nella scala sociale.

Il flusso migratorio era già in atto dagli anni Settanta dell’Ottocento, ma le partenze dall’Italia si intensificarono nel 1896, quando l’economia internazionale cominciò a riprendersi. Soprattutto aumentarono le partenze per gli Stati Uniti, anche se il Congresso e l’amministrazione USA avevano posto delle regole stringenti: gli immigrati dovevano avere qualche soldo in tasca, saper leggere, essere in buona salute e non avere precedenti penali[2]. Tra coloro che partivano dall’Italia c’erano delle differenze molto forti: ad un estremo della catena migratoria c’erano persone dotate di capitale e di iniziativa, ma tanti partivano anche perché c’erano parenti e compaesani a fornire loro indicazioni[3]. D’altra parte, gli imprenditori americani avevano bisogno di mano d’opera e l’emigrazione era un affare conveniente per molti, coinvolgendo le compagnie di navigazione e gli intermediari, creando un vero e proprio mercato intercontinentale del lavoro[4]. Si andava e tornava dalle Americhe a volte sfruttando due possibilità di occupazione stagionale: nel luogo di origine per i lavori agricoli, in America per le manovalanze necessarie nei periodi di espansione dell’edilizia.

I cosiddetti ‘padroni’ erano connazionali che provvedevano a trovare lavoro, ma anche a dare credito e alloggi. Purtroppo il termine padrone fa pensare non tanto alla protezione, quanto allo sfruttamento. Inoltre, era come se, oltreoceano, si stesse delineando una seconda questione meridionale, con la stessa tipologia di pregiudizio antimeridionale nei confronti degli italiani che provenivano dal Sud[5].

L’atteggiamento xenofobo era tale che per gli italiani meridionali si poneva il dubbio se fossero bianchi e si tendeva a inserirli in una categoria intermedia (“non bianchi”) per alludere alla loro predisposizione verso la criminalità[6].

I pochi americani che confidavano nelle loro capacità di integrazione avrebbero voluto che superassero la loro condizione di birds of passage. Sociologi come Park e Miller avallavano tale pregiudizio, descrivendo gli italiani del Sud come inclini all’autosegregazione per ripristinare nel nuovo mondo la cultura del paese d’origine[7]. Anche un aspetto positivo, come l’attaccamento per la famiglia, veniva considerato, in senso negativo, un ulteriore motivo di isolamento (nel senso che il sentimento di solidarietà valeva solo all’interno del clan famigliare e non per la cittadinanza, tanto da renderli anticivici, alimentando mafia, camorra, vendetta). Secondo Lupo, non è vero che gli italiani si limitavano a voler vivere in America come nella loro terra. Il fatto che avessero deciso di partire e che poi decidessero di restare erano prove di innovazione e di coraggio[8]. Molti, di fatto, rimasero o formando una nuova famiglia o facendosi raggiungere da quella d’origine. All’inizio ebbero i posti peggiori nella società, ma tale condizione non perdurò a lungo, perché vivevano in una società aperta in cui era possibile ridistribuire le risorse. Cosa che non era stata possibile in Italia dove, invece, le terre erano nelle mani di pochi.

La partecipazione femminile a tali flussi, accompagnata da una crescita della sensibilità di genere nella storiografia, ha contribuito non poco a stimolare l’interesse per la ricostruzione e l’esame di questi fenomeni. Per prima Lutz, poi Green e Diner hanno sostenuto la centralità del genere quale categoria interpretativa per la comprensione degli spostamenti di popolazione[9], oltre che per la decostruzione di stereotipi e luoghi comuni — sia nella sfera pubblica che in quella privata — e nella costruzione dell’identità etnica italoamericana nell’arco del Novecento. Un occhio di riguardo era rivolto soprattutto agli elementi catalizzatori dell’interazione tra la società di adozione e quella di origine o dei propri avi.

L’approccio transnazionale di Gabaccia è partito da un’accezione di diaspora italiana intesa come pluralità di diaspore. Ciò ha permesso di mettere a confronto esperienze migratorie in diversi contesti e di smantellare in modo organico numerosi stereotipi e distorsioni sulle figure degli emigranti— per i quali non c’era soluzione di continuità tra casa e lavoro, lavoro salariato e non, posizione subordinata e intraprendenza, sia economica che legale[10].

Nei paesi d’origine, grazie alle partenze, si andò allentando la pressione demografica, crebbero i salari e, a causa delle rimesse, si formò una categoria sociale nuova, quella degli emigrati di ritorno, che i compaesani chiamavano “americani”[11]. Fu un periodo difficile. Gli italiani che emigravano, potevano rappresentare la prova del bisogno di riscatto attraverso il lavoro, ma anche la prova che il Paese non fosse ancora una grande potenza come si voleva far credere.  Dal punto di vista dei proprietari fondiari l’emigrazione era negativa perché diminuiva la mano d’opera e aumentavano i salari, oltre al fatto che per loro decrescevano reddito e status.

Intanto, l’esigenza di provvedimenti legislativi che promuovessero migliori condizioni per i contadini del Sud, costretti a ricorrere all’usura per le gravi condizioni in cui erano costretti a vivere, si concretizzò con la legge del 15 luglio 1906 n. 383 che avviò l’Inchiesta Parlamentare sulle condizioni dei contadini meridionali. Lo stesso Nitti, nel frattempo registrava che il Sud Italia avanzava grazie ai contadini che partivano e alle loro rimesse[12]. Secondo Lupo le aspettative di Nitti erano eccessive nel senso che i mutamenti ci furono, ma non così radicali, se le richieste di terreno agricolo da parte dei rientrati venivano soddisfatte a prezzi a dir poco esagerati e per le terre peggiori[13]. Coloro che rientravano avevano, sì, portato avanti la loro rivoluzione silenziosa, ma erano ancora legati ad una visione tradizionale che li intrappolava nel rapporto con i proprietari terrieri, che continuavano ad avere quello che avevano sempre avuto, il monopolio delle terre[14]. Più consistenti furono i mutamenti generali per l’economia, in quanto le rimesse riequilibravano i conti e contribuivano al decollo della prima industrializzazione, quella del triangolo industriale nord-occidentale[15].

In verità, i giudizi sull’emigrazione furono da subito molto controversi. Sori ha notato che derivavano dalla confusione tra i due possibili piani di valutazione, macroeconomico e microeconomico. Dal primo punto di vista, l’emigrazione e le conseguenti rimesse non furono che positive: le rimesse furono così consistenti perché i nostri emigrati erano proletari, partivano per lo più da soli, tendevano a rientrare e a prendersi cura di una piccola azienda agricola familiare che non avrebbe potuto essere autonoma senza i loro risparmi dall’estero[16]. Le rimesse erano un vero vantaggio senza alcun rischio per l’Italia, in quanto l’emigrazione costituiva un affare sia per le aziende di navigazione sia per il governo che seguiva il fenomeno senza aggravio di spesa, attraverso le strutture consolari, e che aveva qualche problema solo nel caso raro di indigenti rimpatriati a spese dello Stato. Sori ha riconosciuto che le rimesse furono così funzionali ai fini della crescita dell’economia italiana che contribuirono a triplicare le riserve auree tra il 1896 e il 1912, il che permise di realizzare un consistente apprezzamento del cambio della lira[17]. Anche il successo della conversione della rendita dal 5 per cento al 3,5 per cento dipese dalle rimesse, sebbene Gramsci avesse avuto modo di notare che gli emigranti acquistavano i buoni del tesoro emessi dal Governo e, in questo senso, si proponevano come agenti di una rivoluzione silenziosa, facendo quello che nel passato solo una classe sociale poteva permettersi di fare, dando però allo Stato i mezzi finanziari per potenziare le industrie parassitarie del Nord[18]. Ne derivava, pertanto, che a livello microeconomico quelle ricchezze non modificarono i rapporti sociali di produzione nel Sud[19].

Fino alla prima guerra mondiale il flusso delle rimesse fu tale che il Governo affidò al banco di Napoli l’esclusiva della raccolta e trasmissione del risparmio italiano all’estero[20]. Anche la crisi dell’economia italiana tra il 1906 e il 1909 fu in qualche modo sanata dagli emigrati e dalle rimesse economiche sempre più cospicue. L’unico neo dell’emigrazione sembrava essere la perdita della forza-lavoro di qualità, in quanto a partire erano per lo più i maschi adulti più forti e intraprendenti. In questo senso l’emigrazione rimase un elemento negativo, soprattutto per gli sviluppi nel medio e lungo periodo. Certo, la presenza all’estero favoriva finanche l’esportazione di generi alimentari per le comunità emigrate e stanziali. Tuttavia non si può generalizzare l’equazione secondo la quale a più immigrati corrispondeva più esportazione. Nel caso tedesco fu così, ma lì ad emigrare erano stati per lo più i ceti medi, mentre in Italia erano proletari che lentamente cercavano di inserirsi nel tessuto sociale del nuovo paese[21]. Pur essendo ugualmente sfruttati come classe subalterna, gli immigrati cercavano all’estero rapporti di produzione migliori di quelli che avevano in Italia. Per molti le condizioni di lavoro erano senza dubbio pessime, ma sapevano che, una volta tornati in patria, sarebbero stati considerati diversamente, che le loro rimesse sarebbero state un buon motivo per indurre gli altri a partire. Nella sua inchiesta del 1909, Jarach riferiva che gli emigranti di Abruzzo e Molise erano perfettamente consapevoli che un anno di lavoro negli Stati Uniti corrispondeva a 1000 – 1500 lire, a dispetto delle 600 lire in Europa o delle 300 – 500 in Germania[22].

Come venivano spesi i risparmi? Prima di tutto si pagavano i debiti, anche per stabilizzare la posizione raggiunta; quindi si pagavano le imposte e si costruiva una casa. Non ultimo, si aiutavano i familiari a contrastare la piaga dell’usura. Un altro utilizzo riguardò l’espansione e la differenziazione dei consumi, prima di tutto di quelli alimentari[23].

Nonostante tale ventaglio di opportunità, molti furono gli ostacoli che gli “americani” incontrarono nei paesi d’origine: l’inflazione, la scarsa offerta di terre, la pressione fiscale, la pressione demografica, l’instabilità dei redditi e delle produzioni agricole, le poche alternative tecniche in agricoltura per aumentare la produttività del lavoro. Per tali motivi si diffusero altri metodi per impiegare i risparmi, come i depositi presso le casse postali e le banche locali[24]. Jarach notava in questa tipologia di impiego del denaro risparmiato un evidente meccanismo del sottosviluppo[25]. In poche parole, dei miglioramenti ci furono, si formò anche una piccola proprietà coltivatrice, ma in linea generale rimaneva una consistente restrizione nell’offerta di terre, soprattutto di quelle vendute a piccoli lotti. Per queste ragioni, nel Mezzogiorno, l’immobilità sembrava farla ancora da padrone, con la sua rigida costituzione agraria basata sui latifondi.

Un ruolo molto importante, all’interno dei flussi migratori, lo svolsero le donne lasciate sole in patria per lunghi periodi. In questa sede si intende ricostruire alcuni tratti fondamentali delle solitudini in cui versavano le donne, focalizzando l’attenzione sui significati più profondi di questa situazione, perché proprio l’essere “sole” di molte madri, mogli, figlie e sorelle, suocere e nuore fu il sintomo di mutamenti di grande rilevanza in seno alla famiglia e all’interno della società.

La storica Olivia Hufton le ha definite, con un’espressione forte ma intimista, “donne senza uomini”[26] che, pur con molte limitazioni e divieti, cominciavano ad esercitare funzioni e poteri tradizionalmente esclusi al loro sesso o perlopiù negati alle donne, soprattutto quando chiedevano il riconoscimento pubblico di ruoli sperimentati durante una crisi familiare, anche in momenti in cui per qualche motivo ne erano state escluse.

Concentrarsi sulla solitudine femminile ha significato attribuire valore a queste differenze di genere, anche se il tema è stato spesso sottovalutato ai fini della comprensione dei fenomeni sociali[27]. Solo quando si è compreso che un approfondimento in questa direzione avrebbe comportato un allargamento delle conoscenze relative al patrilignaggio, si è avviata una rilettura dei meccanismi di funzionamento dell’intera società con il contributo della storia delle donne e delle solitudini femminili proprio perché la divisione dei ruoli e dei poteri tra i sessi è mobile e varia a seconda dei contesti storici e culturali – come ricordava Maura Palazzi [28]– determinando una diversa gamma di esperienze possibili.

La scelta di usare il termine “sole” per queste donne senza un uomo non è stata casuale: intende proprio sottolineare il fenomeno che con questa ricerca si vuole evidenziare nella società in cui si è manifestato, cioè solitudine come esperienza di ruoli familiari diversi da quelli soliti, di nuove forme di partecipazione alla vita pubblica e di sociabilità, segno di più ampi margini di libertà, non certo di mancanza di compagnia. Anzi, spesso le donne “sole” convivevano con molte altre persone, ma cominciavano a sperimentare atteggiamenti di autonomia dalle autorità familiari maschili: il padre, il marito, un fratello o un qualsiasi altro congiunto. Tamara Haraven, nei suoi studi sulla modernizzazione della famiglia, giungeva alla conclusione che “se la modernizzazione comportava cambiamenti nei comportamenti e nei ruoli familiari, nei valori personali, nell’allevamento dei figli e nei modi di socializzazione, le donne ebbero un ruolo altrettanto importante, e persino più importante degli uomini, in qualità di modernizzatrici ed agenti del cambiamento”[29].

Certo la valorizzazione del ruolo domestico e materno consentiva alle donne di conquistarsi uno spazio tutto femminile, dal quale gli uomini restavano esclusi perché assenti o impegnati fuori dalle mura domestiche.

Non è facile spiegare un mutamento così profondo: oltre alla funzione procreativa, alla donna veniva riconosciuta la funzione educativa; tuttavia tale riconoscimento non annullava i giudizi discriminanti sulle donne, sebbene attribuisse alle rappresentazioni della femminilità significati più attivi rispetto a quelli tradizionali della donna come soggetto passivo. Ma l’individuo era comunque inserito in una fitta rete di relazioni – dalla famiglia alla confraternita, dalla corporazione alla comunità – che rendevano difficile afferrarlo come singolo, slegato dai gruppi ai quali apparteneva e che gli conferivano privilegi e doveri.

Il lento ma graduale processo di degiuridicizzazione del matrimonio – e in altre parole la drastica diminuzione delle regole imposte dall’esterno – ampliava lo spazio della negoziazione all’interno della coppia, dove i partner avevano ormai pari responsabilità, con effetti in genere positivi sulla compartecipazione di entrambi alle scelte familiari, ma con un diseguale dispendio di energia ed un inevitabile aumento della conflittualità.

L’emancipazione femminile avrebbe comportato la sostituzione della famiglia nucleare con qualche altra forma di raggruppamento? – si chiedeva Hobswbawm[30].

La ricerca ha dimostrato che le società, come quella italiana, nelle quali predominava il modello patrilineare di trasmissione dei beni materiali e simbolici all’interno della famiglia, contribuiva alla funzione riproduttiva della donna e al suo controllo da parte degli uomini un valore sociale prioritario, fondamentale per il mantenimento dell’ordine esistente[31]. Funzione riproduttiva femminile e controllo maschile su di essa diventavano pertanto, in tale contesto, principi regolatori dei rapporti tra i sessi. La necessità di controllare il comportamento riproduttivo delle donne ed assicurare così una discendenza legittima, contribuiva a determinare quel sostanziale stato di asimmetria di potere tra componente femminile e maschile della società, che si esprimeva a molti livelli. Sul piano legale, ad esempio, le donne fino ad epoche molte recenti sono state soggetti sostanzialmente non autonomi, sottomessi sempre a qualche potestà maschile[32]; altra conseguenza molto importante era la radicale discriminazione fra i sessi nell’accesso al patrimonio familiare.[33] Sul piano dei rapporti sociali, le donne si trovavano ad agire spesso come soggetti deboli – anche se non passivi – e quindi sottoposti a varie forme di protezione e controllo, sia da parte della famiglia che della società stessa. In particolare, l’identità sociale femminile era in stretta relazione allo stato civile, per cui alla condizione di moglie certamente veniva riconosciuto un valore superiore che alla vedovanza o, ancora di più, al nubilato definitivo. Molto emarginata era la posizione di “malmaritata” o separata; e poco importava, in quel contesto sociale di riferimento, se la colpa fosse o meno sua[34].

Un secondo approccio degli studi sulla solitudine femminile in Italia focalizzava l’attenzione proprio sulle donne che si trovavano a vivere al di fuori di qualsiasi potestà maschile all’interno del nucleo familiare. Appartenevano a questa categoria innanzitutto le vedove e le nubili che ricoprivano il ruolo di capofamiglia, le conviventi in alcuni aggregati domestici non parentali e le solitarie.[35]  Le trasformazioni normative del primo decennio del ‘900 ampliavano molto la capacità di agire delle vedove e, ancora di più, delle nubili soprattutto delle famiglie operaie e contadine, le quali contribuivano a sostenere le esigenze dell’industria nascente, di cui costituivano la maggioranza della forza-lavoro. Naturalmente i comportamenti concreti ebbero tempi e modalità di trasformazione diversi da quelli dettati dalla legge e, soprattutto, non si manifestavano nello stesso modo in ambiente agricolo e urbano o nei vari ceti sociali, in cui intervenivano variabili ed indicatori diversi, che apportavano modifiche allo stato giuridico di vedove e nubili, sia per la capacità di agire, sia per la formazione di una soggettività femminile distinta dalle reti familiari[36].

Negli stati italiani dell’età moderna le vedove erano escluse dall’esercizio della patria potestà, mentre potevano diventare tutrici del figlio o dei nipoti in linea diretta, da sole o insieme a qualche co-tutore, in generale un uomo della famiglia del marito. La tutela era un istituto giuridico che riconosceva poteri meno ampi della patria potestà, propria solo del padre e dei suoi ascendenti maschi in linea diretta. Nessuna altra donna poteva diventare tutrice, ad eccezione delle ascendenti in linea diretta, le ‘ave’; ma in caso di nuovo matrimonio si perdeva questa funzione, a meno che non si avesse il consenso del nuovo marito[37]. Le nubili, invece, erano legate alla potestà del padre sino alla sua morte e poi di un altro uomo adulto della famiglia, che aveva cura di proteggerle ma anche di infliggerle loro punizioni in caso di trasgressioni che disonoravano il buon nome della famiglia.  Tuttavia, dalla prima industrializzazione in poi, anche le nubili cominciavano a sperimentare maggiore libertà di azione, entrando negli opifici e trasferendosi dalle campagne[38]. Certamente la maggiore libertà di movimento poteva causare relazioni illegittime e la nascita di un figlio che costituiva una delle più gravi violazioni del codice dell’onore sessuale, le cui conseguenze “disonoranti” ricadevano non solo sulla madre, ma su tutta la famiglia. Per evitare di essere etichettata ed emarginata, la donna poteva consegnare il proprio bambino ad un brefotrofio, mantenendo l’anonimato e cercando di nascondere il fatto illecito. Solo negli anni ’70 e ’80 del XIX secolo, quando venne abolita la ruota, strumento materiale e simbolico del controllo, alle madri illegittime veniva riconosciuta una certa visibilità, concedendo loro una capacità di agire[39].

Un discorso a parte va fatto per quelle donne maritate, il cui allontanamento dei mariti le investiva di una funzione di supplenza carica di significati. Varie potevano essere le cause di assenza dei mariti: l’esilio, l’emigrazione, la guerra, una condanna, una malattia, un’interdizione, un tipo particolare di lavoro maschile stagionale. Non esistono per l’Italia studi specifici che diano conto della presenza di donne capofamiglia nelle campagne; i dati a disposizione confermavano che il ruolo di capofamiglia era provvisoriamente ricoperto dalle donne solo negli stati sociali più deboli[40].

Le informazioni fornite dai censimenti erano molto eloquenti in proposito[41].

Nel 1871, quando il fenomeno migratorio si doveva ancora manifestare nella sua effettiva consistenza, lo scarto tra le presenze di donne e uomini coniugati, in Italia, non era molto elevato. Complessivamente nella penisola erano assenti i mariti dello 0,5 delle donne coniugate; il fenomeno assumeva una certa consistenza solo in pochi casi come le Marche, con il 3,4% dei mariti assenti, e l’Abruzzo e il Molise con il 6,1%.

Si trattava di dati che segnalavano sia fenomeni di emigrazione sia l’assenza degli uomini per motivi di lavoro stagionale.

 

Tabella n. 7[42]

 

Differenze tra donne e uomini coniugati in Abruzzo e Molise
  1871 1881 1891 1901 1911
Abruzzo/Molise 15858 27423 40307 55093 28452

 

Un altro elemento messo in evidenza nei commenti al censimento era la tendenza delle donne che si trovavano a vivere “in posizione irregolare” a dichiararsi coniugate, osservazione questa che più di ogni altra forniva indicatori rilevanti circa la mentalità prevalente e le strategie femminili per contrastarla o almeno per attenuarne le conseguenze negative. Gran parte dello scarto tra maschi e femmine sposati, registrata dalle cifre del censimento, era dovuta ad assenze reali dei mariti; soprattutto nelle zone di emigrazione si registravano valori più elevati nel 1911, per poi diminuire drasticamente nel 1921[43]. Una delle regioni in cui lo scarto assumeva dimensioni più consistenti era proprio quella degli Abruzzi e Molise, dove nel 1911 si raggiungeva una percentuale pari al 17,3 per cento, valore significativo per constatare la diffusione del fenomeno delle “vedove bianche”, che in Abruzzi e Molise erano più di 55.000, in Calabria più di 48.000, in Basilicata quasi 10.000. Complessivamente nel 1911 le donne sposate il cui marito risultava assente erano in Italia 327.345, vale a dire un numero enorme, soprattutto se confrontato con quello del 1871, di poco superiore alle 26.000 unità. Nel 1911 tutte le regioni, anche quelle che tradizionalmente facevano registrare squilibri di segno contrario, segnalavano un’eccedenza femminile; dato che si riduceva di un terzo solo nel 1921, con il declino del flusso migratorio, grazie ai ricongiungimenti familiari e ai rientri in patria dei migranti[44].

“Il contadino che ha emigrato e che è tornato in paese con qualche risparmio, è rigenerato. Esso costituisce ormai una forza sociale, cui la nuova Italia dovrebbe rivolgere uno sguardo benevolo, per aiutarne l’ulteriore sviluppo, per fornirgli quell’istruzione che gli manca, per dargli quegli indirizzi, quegli aiuti, quell’educazione alla vita sociale, che sono diventate ormai condizioni indispensabili per un ulteriore sviluppo”[45].

In realtà, i fermenti e le trasformazioni introdotte dall’emigrazione nei paesi d’origine rimasero di segno ambiguo. Pur essendosi formata una categoria sociale nuova, quella degli “americani”, le classi sociali non seguivano gli schemi moderni del capitalismo e i cambiamenti riguardavano l’ascesa o la discesa sociale all’interno di ruoli sociali definiti per tradizione[46]; infatti l’aggregazione sociale dipendeva dalla religione o dal dominio della classe dei proprietari. Anche se i legami con la religione si allentavano e, almeno per gli emigrati di ritorno, aumentava la classe dei piccoli proprietari coltivatori, non si formarono nuove forme di coesione sociale.

L’effetto conclusivo fu la disgregazione, come aveva sottolineato I. Petrone affermando: “Un popolo che confidi nell’emigrazione dei suoi uomini più robusti e più forti la soluzione definitiva del suo problema vitale, è un popolo che si rassegna a vedersi divelto e come sradicato”[47].  

Molti pregiudizi moralistici si addensarono soprattutto sulla famiglia, colpita da molti degli effetti dell’emigrazione di massa[48]. Si pensi al fenomeno dei due focolari, uno al paese e l’altro all’estero; alle partenze dei mariti come emigranti che scompaginavano le gerarchie tradizionali; all’aumento dell’infedeltà delle “vedove bianche” che facevano nascere maldicenze e litigi con i vicini di casa; alla diffusione della sifilide importata dagli emigranti; perfino alla precoce emancipazione dei figli[49].

Molti emigranti mantenevano modalità di contatto diverse, tipiche prima del vecchio e poi del nuovo transnazionalismo. Esaminare queste modalità e l’intensità dei contatti ha consentito di riconsiderare le varie sfere dell’esistenza, in particolare quella familiare, socio-culturale, politica ed economica. Com’è facilmente intuibile, fu il fenomeno delle trasnational brides ad incidere maggiormente sui rapporti tra luogo di emigrazione e paesi di origine.

 

Transnational ties can be undestood as occupying a continuum from low to high – that is, from very few and short-lived ties to those that are multiple and dense and continous over time. For example, migrants may remit varying sums of money or none at all. This also to say that […] migrants and non-migrants should not be considered simply as trasnational or not, but as being transnational to different degrees[50].

 

Uno degli indicatori più importanti attraverso i quali gli studiosi comunemente misurano il grado di transnazionalismo degli emigranti è quello delle visite che questi compiono nei propri paesi di origine. La letteratura sul tema ha messo in evidenza il profondo sentimento di nostalgia per la terra di nascita, che si cercava di colmare tenendo il più possibile vivi i contatti con i propri familiari o tornando al proprio paese di origine ogni qual volta si poteva[51].

Di segno ambiguo, invece, furono i fermenti e le trasformazioni introdotti dall’emigrazione nei paesi d’origine, soprattutto se la si considera come la risultante di processi di cambiamento assai complessi, inerenti la società, la divisione dei ruoli e dei poteri tra i sessi, le mutazioni dei contesti storici e culturali di riferimento, come si è tentato di delineare con questa ricerca, e come ha ben evidenziato l’abbondante letteratura in tema di emigrazione.

 

 

 

 

 

 

 

 


[1] Cfr. Centro ALTREITALIE, Portale di Studi sulle Migrazioni Italiane, http://www.altreitalie.it/;  A.S.E.I., Archivio Storico dell’Emigrazione Italiana,   http://www.asei.eu/it/; AREIA, Audioarchivio delle migrazioni tra Europa e America Latina , http://www.areia-aiar.org; Cirsde, Centro Interdisciplinare di Ricerche e Studi delle Donne e di genere, http://www.cirsde.unito.it/; <<Genesis>>, Rivista della Società Italiana delle Storiche, Viella, Roma, XIII/1, 2014; <<Passato e Presente>>, Rivista di Storia Contemporanea, a cura di Franco Angeli, Milano, a. XXIII (2005), n. 64; CSER, Fondazione Centro Studi Emigrazione, http://cser.it/.

[2] Cfr. S. Lupo, La questione. Come liberare la storia del Mezzogiorno dagli stereotipi, cit., p. 96.

[3] Ibidem.

[4] Ibidem.

[5] Cfr. C. Sabino, Il pregiudizio anti italiano nell’esperienza dell’emigrazione transoceanica, in AA. VV., Il Telero di Carlo Levi. Da Torino un viaggio nella Questione Meridionale, Cerabona, Torino, 2015, pp. 181 e ss.

[6] Cfr. G. A. Stella e E. Franzina, Brutta gente. Il razzismo antitaliano, in P. Bevilacqua, A. De Clementi, E. Franzina (a cura di), Storia dell’emigrazione italiana. Arrivi, Donzelli, Roma, 2002, pp. 283-311.

[7] Cfr. R. E. Park – H. A. Miller, Old World Traits Transplanted, Harper & Brothers, New York, 1921, pp. 146-147, cit. in S. Lupo, La questione. Come liberare la storia del Mezzogiorno dagli stereotipi, cit., p. 99.

[8] Cfr. S. Lupo, La questione. Come liberare la storia del Mezzogiorno dagli stereotipi, cit., p. 100.

[9] Cfr. S. Luconi e M. Varricchio (a cura di), Lontane da casa. Donne italiane e diaspora globale dall’inizio del Novecento a oggi, Accademia University Press, Centro Altreitalie, Torino, 2015, p. VIII.

[10] Cfr. M. Tirabassi, Trent’anni di studi sulle migrazioni di genere in Italia. Un bilancio storiografico, in S. Luconi e M. Varricchio (a cura di), Lontane da casa, cit., pp. 19-39.

[11] Cfr. G. Massullo, Economia delle rimesse, in P. Bevilacqua, A. De Clementi, E. Franzina (a cura di), Storia dell’emigrazione italiana. Partenze, Donzelli, 2001, pp. 161-183.

[12] Cfr. F. S. Nitti, Inchiesta sulle condizioni dei contadini in Basilicata e in Calabria, 1909, in Id., Scritti sulla questione meridionale, IV, t. 1, Laterza, Bari, 1968, p. 185.

[13] Cfr. S. Lupo, La questione. Come liberare la storia del Mezzogiorno dagli stereotipi, cit., pp. 103-104.

[14] Ivi, p. 4.

[15] Ivi, pp. 4-5; Cfr. G. Massullo, Economia delle rimesse, in P. Bevilacqua, A. De Clementi e E. Franzina (a cura di), Storia dell’emigrazione italiana. Partenze, cit., pp. 161-183.

[16] Cfr. E. Sori, L’emigrazione italiana dall’Unità alla seconda guerra mondiale, Il Mulino, Bologna, 1979, pp. 119-120.

[17] Ivi, pp. 121 – 123.

[18] Cfr. A. Gramsci, La questione meridionale a cura di F. De Felice e V. Parlato, Editori Riuniti, Roma, 1970, p. 56.

[19] Cfr. C. Barbagallo, Stato, parlamento e lotte politico-sociali nel Mezzogiorno, 1900-1914, Arte Tip. , Napoli, 1976, p. 40.

[20] Cfr. E. Sori, L’emigrazione italiana dall’Unità alla seconda guerra mondiale, cit., p. 124.

[21] Ivi, pp. 128-129.

[22] Cfr. C. Jarach, Relazione, cit., p. 258.

[23] Ivi, p. 264; Cfr. G. Massullo, Economia delle rimesse in P. Bevilacqua, A. De Clementi, E. Franzina (a cura di), Storia dell’emigrazione italiana. Partenze, cit., pp. 172-177.

[24] Cfr. E. Sori, L’emigrazione italiana dall’Unità alla seconda guerra mondiale, cit., p.163.

[25] Cfr. C. Jarach, Relazione, cit., p. 255.

[26] O. Hufton, Women without men. Widows and spinters in Britain and France in the eighteen century, <<Journal of Family History>>, 4, 1894, pp. 355-376.

[27] Cfr. G. Pomata, Azioni positive: l’esperienza delle storiche americane, in <<Agenda della Società italiana delle Storiche>>, n. 17, 1996, pp. 40-44.

[28]Cfr. M. Palazzi, Solitudini femminili e patrilignaggio, in M. Barbagli e D. I. Kertzer (a cura di) Storia della famiglia italiana 1750-1950, cit., pp. 129-158.

[29] T. K. Haraven, Modernization and Family History: Reflections on social change. Signs: Journal of Woman in Culture and Society, 2, 1976, pp. 205-206.

[30] Cfr. E. Hobsbawm, L’età degli imperi 1875-1914, cit., p. 250.

[31] Cfr.  G. Pomata, La storia delle donne: una questione di confine, in N. Tranfaglia (a cura di), Il mondo contemporaneo, vol. X, Gli strumenti della ricerca, Tomo II, La Nuova Italia, Firenze, 1982-83, pp. 1435-1469.

[32] Va ricordato che in Italia la legge aveva attribuito alle nubili maggiorenni l’emancipazione dall’autorità paterna fin dal 1865, mentre le mogli erano ancora sottoposte alla potestà maritale, che venne abolita solo nel 1919. Cfr. in proposito M.V. Ballestrero, Dalla tutela alla parità, Il Mulino, Bologna, 1979, pp.11-32.

[33] Su questi temi cfr. I. Chabot, Risorse e diritti patrimoniali, in A. Groppi (a cura di), Il lavoro delle donne, Laterza, Bari-Roma, 1996, pp. 47-70;  R. Ago, Oltre la dote: i beni femminili, in A. Groppi (a cura di), Il lavoro delle donne, cit., pp. 164-182.

[34] Cfr. M. Palazzi, Solitudini femminili e patrilignaggio, in M. Barbagli e D.I.  Kertzer (a cura di), Storia della famiglia italiana 1750-1950, cit., p. 139.

[35] Sulle vedove cfr. M. D’Amelia, Scatole cinesi. Vedove e donne sole in una società di ancien régime, in <<Memoria>>, 18, 1987, pp. 58-79. Sulle nubili cfr. M. De Giorgio, Italiane fin de siècle, in <<Rivista di Storia contemporanea>>, n. 2, 1987, pp. 212- 239. Sulle conviventi e le solitarie cfr. M. Palazzi, Costruire la parentela, in <<Quaderni storici>>, 86, n. 2, 1994; G. Calvi, Il contratto morale. Madri e figlie nella Toscana, Laterza, Bari- Roma, 1994, pp. 3-7.

[36] Cfr. M. Palazzi, Solitudini femminili e patrilignaggio, in M. Barbagli e D. Kertzer (a cura di), Storia della famiglia italiana 1750-1950, cit., p.142.

[37] Cfr. G. Calvi, Vedove e madri. Famiglia, affettività, conflitto (XVI-XVIII secolo), Seminario su Soggettività, ricerca, biografia, organizzato dalla Società Italiana delle Storiche, a cura di M. Palazzi e A. Scattigno, Torino, Rosenberg & Sellier, 1990, p. 126.

[38] Cfr. M. Palazzi, Donne sole. Storia dell’altra faccia dell’Italia tra antico regime e società contemporanea, Bruno Mondadori, Milano, 1997, pp. 113- 123.

[39] Cfr. Ead, Solitudini femminili e patrilignaggio, in M. Barbagli e D.I. Kertzer (a cura di), Storia della famiglia italiana 1750-1950, cit., p. 154.

[40] Ivi, p. 138.

[41] MAIC, Popolazione classificata per età, sesso, stato civile ed istruzione elementare, in Censimento 31 dicembre1871, vol. II; Censimento della popolazione del regno d’Italia al 31 dicembre 1881, vol. II; 10 febbraio 1901, vol. II, 10 giugno 1911, vol. II, Tip. Naz. Bertero e C., Roma, 1914, pp. 621-638; Id, 1 dicembre. 1921, vol. VI, pp. 166 e ss.  

[42] Annali, Istituto <<Alcide Cervi>>, vol. 14-15 (1922-1923), Dedalo, Roma, 1994, p. 174.

[43] Cfr. MAIC, Censimento della popolazione del Regno d’Italia al 31 dicembre 1871, vol.II, Tip. Cenniniana, Roma 1875, pp. 3-4.

[44] Cfr. A M. Birindelli, A. Nobile, L’esperienza migratoria italiana fino alla prima guerra mondiale: profilo geografico-temporale ed implicazioni demografiche, in <<Si.De.S.>> (Società Italiana di Demografia Storica),

Popolazione società e ambiente. Temi di demografia storica italiana (secc. XVII-XIX), Clueb, Bologna, 1990, p. 437.

[45] Cfr.  E. Presutti, Fra il Trigno e il Fortore. Inchiesta sulle condizioni economiche delle popolazioni del Circondario di Larino, A. Tocco, Napoli, 1907, p.88, cit. in N. Lombardi, I molisani verso la “Grande Emigrazione”, cit. p. 87.

 

[46] Cfr. E. Sori, L’emigrazione italiana dall’Unità alla seconda guerra mondiale, cit., p. 194.

[47] Cfr. I. Petrone, Il Sannio moderno (Economia e psicologia del Molise),  Conferenza tenuta alla Dante Alighieri il 27 febbraio 1910, Ditta G. B. Paravia & Com.,Torino, 1910, p. 59.

[48] Cfr. P. G. Brenna, L’emigrazione italiana nel periodo antebellico, R. Bempored & Figlio, Firenze, 1918, p. 236.

[49] Cfr. E. Sori, L’emigrazione italiana dall’Unità alla seconda guerra mondiale, cit., p.195;  C. Jarach, Relazione, cit. p. 271.

[50] T. Faist, M. Fuaser e E. Reisenauer, Trasnational migration, Polity Press, Cambridge CB2 1UR, UK, 2013, p.16.

[51] Ivi, cit., p. 89.

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