La delicatezza come salvezza. Arte e impegno sulle colline bolognesi. Intervista a Chiara Tabaroni

Al via la rassegna S.I.A. – Sottili Innesti Amorevoli. Giunto alla sua settima edizione, il festival a Ca’ Colmello prevede laboratori e spettacoli inseriti in una cornice unica, dove l’intensità si esprime attraverso la verità dei momenti, degli incontri e il ripristino di un legame con la natura. Una riscoperta e un percorso che non si sofferma alla semplice ricerca individuale, ma ci ricorda come siamo parti di una trama che è necessario continuare a curare, con il massimo rispetto e con spontanea delicatezza.
Ne parlo con Chiara Tabaroni, direttrice artistica che insieme a Bruno Fronteddu, dal 2011, porta avanti questa rassegna.
Approcciandoci a questa realtà, su quale etica, filosofia e politica si muove il progetto?
La casa laboratori di Ca’ Colmello è la sede della nostra associazione, oltre che nostra abitazione, ed è nata dall’esigenza di immaginare un luogo dove poter vivere vicino alla natura, dove creare e portare avanti le nostre ricerche personali, ma anche un luogo che potesse accogliere intrecci.
Un ponte, dunque, fra arte e natura.
Pensiamo che nello spazio naturale si possa indagare maggiormente in profondità tutto ciò che l’arte e la vita stessa ci pongono come interrogativi, spogliandoci delle varie sovrastrutture che la città, il suo ritmo e la sua accelerazione, ormai, si portano dietro.
Il volerci sempre preparati, sempre attivi, in maniera frenetica e agitata spesso ci allontana dalla profondità, mentre se si rallenta, si può aprire una fessura all’interno di una ricerca che si interroga ed è necessaria. L’arte non è intrattenimento, ma attraversa desideri, ascolti interiori e questo luogo concilia molto l’ascolto.
In qualche modo per noi questo spazio del mondo è un terreno concreto di resistenza poetica. Poesia e etica sono interne all’arte che non può discostarsi da esse, l’arte è anche politica, appartiene a questo mondo. Così come noi. Il fatto di esserci inseriti in un contesto più selvaggio non ci fa sentire isolati, lontani e non partecipi. Non ci siamo creati un paradiso lontano dalla società, chiunque passa qui attinge a parti interiori e intime proprie, questo luogo fa dissotterrare l’invisibile e si torna alla vita con qualcosa in più.
Dunque, non siamo discostati o scollegati, semmai siamo parti di una mappatura dell’incontro.
Si comprende dunque l’intuizione e l’esigenza che ha dato vita a questo festival. Approfondiamo magari quella che voi definite “la delicatezza dell’incontro”.
L’incontro è fra artisti, ricercatori di una profondità, ma sopratutto fra persone, quindi individui caratterizzati da sensibilità. Io sono Chiara direttrice artistica, ma anche Chiara persona e questo non va dimenticato. È necessario ai fini di un incontro autentico.
È bello vedere le persone che arrivano in questo luogo e avvertono la libertà di potersi spogliare ed esplorare la propria natura, intimità e delicatezza. Si sentono a casa dicono e casa è un luogo dove sentirsi liberi.
Il casolare, poi, è stato curato con molto amore. L’ amore è una forma della delicatezza e la delicatezza, appunto, è una forma di salvezza rispetto l’umanità.
Quindi una risposta positiva da parte del pubblico in questi anni …
Abitando in un posto un po’ isolato il pubblico si è creato pian piano. C’è un pubblico affezionato che ritorna, assieme a nuovi volti, nuove conoscenze. Spesso vengono anche da molto lontano, ed è bello vedere che dall’estero qualcuno prende un mezzo per raggiungerti; anche perché, per come siamo collocati, uno non può capitarci, ma deve venire appositamente per finire dentro una visione. Il festival, infatti, non si ferma solo al momento dello spettacolo, viverselo è far parte proprio di un’atmosfera … a un certo punto si lascia la macchina e tocca proseguire a piedi, già il viaggio dunque è parte di un’esperienza. Riuscire a portare persone qui è stato frutto di una lunga e delicata tessitura di relazioni e anche tanto passaparola. Le persone che giungono sono poi totalmente diverse fra loro, il pubblico è molto eterogeneo, eppure c’è un punto che ci lega tutti, un riconoscersi tutti umani. E questa è anche merito del luogo che funge un po’ da specchio e riflette tutte queste diversità meravigliose che ognuno si porta dietro e al contempo la nostra somiglianza.
Su cosa si basa la vostra scelta artistica e com’è stata pensata questa settima edizione?
È importante per me che gli artisti facciano risuonare qualcosa. Devo sentire qualcosa che si smuove, non posso altrimenti appassionarmi al progetto, ma solo riconoscerne una buona manifattura. Diciamo che parte dal sentire la cucitura della rassegna, che non è solo legata al teatro, le arti non sono staccate, le vedo più come dei vasi comunicanti che la sensibilità dispone. Quest’anno gli appuntamenti sono stati scelti soprattutto in base a un’urgenza, una traccia significativa di mondi possibili. Questa situazione politica e generale sta andando verso una direzione che non ci corrisponde e per noi è necessario ricordare che esiste una memoria e un umano che va tutelato.
Largo spazio viene poi dato ai laboratori, vi sono artisti che sono ormai appuntamento fisso nel festival e altri che variano. Il fil rouge di tutti questi momenti resta sempre la delicatezza.
Mi piace rifcordare anche altre attività esterne che fanno parte però del contesto. Abbiamo, ad esempio, un frutteto, nato tre anni fa. Tutti gli alberi da frutto sono stati donati o da chi ha attraversato questo luogo o ci sono arrivati da lontano. Ognuno di questi alberi ha una storia e porta un nome, quello del donatore, di una compagnia teatrale, di una liberia, di un padre che non c’è più. È un vero e proprio giardino sensoriale che comunica e, in qualche modo, ne siamo custodi.
Se dovessimo rintracciare un momento fondante nel vostro percorso o un punto di evoluzione?
Non è una scelta facile. Lo spazio richiede molte energie, più di quante noi ci aspettavamo e siamo in perenne trasformazione di visione. Una trasformazione necessaria anche per riuscire ad andare avanti, nonostante gli scarsi finanziamenti trovare nei momenti meno sereni uno stimolo. È come se dopo ogni giornata, faticosa o leggera che sia, passassimo al setaccio tutto ciò che è stato di essa, prestando attenzione a ciò che resta, ciò che riluce. Ecco, quelli sono i momenti che ci danno forza e senso per continuare a proseguire. Ci sono, come in tutte le cose, alti e bassi, movimenti ondosi, resistenze e morbidezze, e la fine di ogni giornata, quando appunto setacciamo e ci concentriamo sui momenti di luce … sì, direi che sono quelli i momenti più importanti.
Progetti futuri, speranze e utopie?
Sicuramente un riconoscimento a livello di sostenibilità, semplicemente per avere un respiro maggiore e poter attuare in libertà altre scelte, altre creazioni. A noi piace questa dimensione raccolta, di piccolezza. Non abbiamo manie di grandezza, questo luogo non le richiede. L’intenzione non è dunque di trasformare questo luogo, le persone che giungono vanno benissimo, anche perché in qualche modo va preservato il silenzio che avvolge tutto, che è un silenzio non di mutismo, ma vivo, dove la natura fa da ponte. Fra i sogni ci sono sicuramente altre semine, nei periodi invernali ci piacerebbe proseguire con un’altra piccola rassegna “Voci di donne”. Con la stufa a legna accesa e fare degli spettacoli, senza dimenticarci dell’aspetto più rurale, che non vogliamo perdere. Percorsi di narrazione attraverso i boschi magari, come una carovana del passato.
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