Eritrea, un anno fa la pace. Ma c’è la pace?

Inebriati dalla libertà e dalla pace. Questo emerge dalle vecchie foto in bianco e nero che ritraggono i volti, i gesti, gli abbracci, i balli di migliaia di donne, uomini, ragazzi che per giorni hanno invaso le strade di Asmara e di tutte le città del Paese all’indomani del referendum del 1993, che ha sancito la nascita dell’Eritrea indipendente. Quella grande festa di popolo è finita presto, lasciando il posto ad arresti, violenze, galera, terrore, nuove guerre. Agli orrori di una delle dittature più feroci del mondo. Tanta gente compare anche nelle foto e nelle riprese televisive che, nel luglio 2018, hanno documentato l’incontro ad Asmara tra Isaias Afewerki e il presidente etiopico Aby Ahmed, dopo la firma della pace che ha posto fine alla guerra durata vent’anni e costata almeno 80 mila morti. Tanta gente, certo, ma in queste immagini si coglie un clima diverso rispetto al 1993. Sui volti, nei gesti, negli sguardi non si legge la gioia spontanea, irrefrenabile, esplosa allora: tutto ha un che di “ufficiale” e di costruito, incluso il “rito” delle migliaia di bandierine dei due Stati agitate dalla folla.
Ecco, la folla. Quella delle immagini di un anno fa appare una folla inquadrata, non un popolo che fa esplodere, incontenibili, i suoi sentimenti e le sue emozioni dal più profondo dell’animo, perché avverte, è sicuro, che si sta aprendo un domani diverso, atteso per anni. Eppure, vincendo il senso di fredda incertezza, quasi di diffidenza, trasmesso da quelle riprese, la pace ha aperto il cuore alla speranza, inducendo a credere che in Eritrea le cose potessero finalmente cambiare. Che, nonostante tutto – nonostante una delusione lunga più di vent’anni – ci avrebbe pensato la pace in sé a spazzare via la dittatura e ad avviare il Paese verso la democrazia. Ed era logico crederlo: la gente, che già di per sé voleva crederlo, se lo è sentito ripetere più e più volte da capi di governo occidentali e africani, da leader politici, osservatori, persino uomini di spettacolo pronti a cavalcare l’onda. Ma è davvero così? Certo, ora al confine con l’Etiopia non si spara più. Ma altrettanto certamente il regime non ha “fatto la pace” con il popolo eritreo: per la gente, per la vita delle persone, non è cambiato nulla. Nulla, in particolare, per i tanti che – in patria come nella diaspora – sognano un’Eritrea libera, democratica, aperta a tutti, rispettosa e garante dei diritti fondamentali di ogni persona.
E’ eloquente, in proposito, una lettera con la quale, l’undici giugno 2019, ben trenta istituzioni e organizzazioni umanitarie e di difesa dei diritti1 hanno sollecitato le Nazioni Unite a continuare a monitorare accuratamente la situazione nel Paese, segnalando che, in base alle informazioni in loro possesso, restano immutate le gravi violazioni evidenziate, ad esempio, nelle inchieste condotte proprio dall’Onu nel 2015 e nel 2016 e ribadite lo scorso anno dalla Commissione sui diritti umani. Un quadro di violazione sistematica dei diritti e della dignità delle persone, fatto di arresti e detenzioni arbitrarie, “sparizioni” di oppositori del regime, totale impossibilità di un processo giusto, smantellamento del sistema giudiziario, cancellazione della Costituzione del 1997, totale mancanza di libertà di espressione, di stampa, di religione, di associazione e attività politica, permanenza del servizio militare a tempo indefinito, ricorso alla tortura, lavoro forzato attraverso il servizio nazionale, impunità totale per chi si macchia di questi crimini.
La conferma di questa denuncia viene dalla cronaca quotidiana stessa. Di seguito una serie di casi eloquenti, che non pretendono ovviamente di esaurire il panorama attuale dell’Eritrea, ma che appaiono senza dubbio indicativi di quale sia la realtà del paese, al di là della propaganda e delle letture di comodo di tanti, troppi politici anche europei.
Agosto-settembre 2018. L’arresto di Berahe Abrehe
Viene arrestato Berahe Abrehe, ex ministro delle Finanze ed ex delegato eritreo alle Nazioni Unite. Bloccato per strada, ad Asmara, da alcuni agenti dei servizi di sicurezza, viene fatto sparire: non si sa nemmeno in quale carcere sia finito. E’ “colpevole” di aver scritto un saggio in due libri in cui spiega la sua progressiva presa di distanza dal regime e di aver poi invitato Isaias Afewerki, poco dopo la firma del trattato di pace con l’Etiopia, a un confronto, faccia a faccia, alla Tv di Stato (l’unica fonte di informazione esistente nel paese) sulla politica condotta in tutti gli ultimi vent’anni e sui contenuti del trattato siglato ad Addis Abeba qualche settimana prima. Un invito reso pubblico da Berahe attraverso un messaggio su you tube che ha avuto un seguito vastissimo, sia in Eritrea che tra gli esuli della diaspora.
Novembre 2018. “Dov’è Ciham?” Il regime continua a tacere
Amnesty rilancia la terribile vicenda di Ciham Ali Ahmed, una ragazza di 21 anni, con cittadinanza eritrea e statunitense, arrestata quando di anni ne aveva appena 15. La sua “colpa” è quella di essere figlia dell’ex ministro dell’informazione, accusato di “cospirare” contro il Governo. La polizia di frontiera l’ha bloccata e fatta sparire nel fondo di una prigione nel 2012, dopo averla sorpresa mentre tentava di varcare il confine con il Sudan insieme allo zio. Chi viene arrestato al confine generalmente finisce in carcere per un periodo medio di sei mesi. Ciham è invece in galera da quasi sei anni, senza essere accusata formalmente di alcun crimine e, dunque, senza aver modo di difendersi. Non solo: è una detenuta incommunicando, una formula di carcerazione che ha impedito alla famiglia di vederla o sentirla anche una sola volta dal momento stesso dell’arresto. Amnesty ne chiede conto ad Isaias Afewerki con una petizione internazionale: la hanno firmata migliaia di persone in tutto il mondo, ma neanche questa mobilitazione è riuscita a rompere il muro di silenzio eretto dalla dittatura. Lo stesso angosciante silenzio che circonda la sorte di tutti gli altri prigionieri politici, migliaia di “desaparecidos” che continuano a languire in carcere. Non ce n’è uno soltanto che sia stato liberato dopo la firma del trattato di pace.
Dicembre 2018. Attentato al generale Sebhat Efrem
La sera del 23 dicembre il generale Sebhat Efrem, ministro delle miniere, resta vittima di un attentato che lo riduce in fin di vita: qualcuno gli tende un agguato nei pressi della sua abitazione, ad Asmara, sparandogli più colpi di pistola alla testa. Trasferito morente in un ospedale degli Emirati Arabi, riesce a sopravvivere ma non ritornerà più in Eritrea. Lo raggiunge all’estero anche la moglie, che chiede subito asilo politico. E’ un episodio avvolto nel mistero più fitto: non ci sono testimoni e il killer ha agito a colpo sicuro perché, nonostante l’alto “livello” della vittima, non c’era neanche un uomo di scorta. Sebhat Efrem è un personaggio controverso. Faceva parte del gruppo dei 15 oppositori, il G-15, che nel 2001 hanno messo sotto accusa Isaias Afewerki, ma all’ultimo momento ha abbandonato i compagni, riallineandosi al regime e salvandosi così dalla galera. Anzi, tornato sotto l’ala di Afewerki, è stato alla guida del ministero della guerra per circa 15 anni, fino a quando, pochi mesi prima dell’attentato, è passato al dicastero delle miniere. Nell’esercito, contava ancora un vasto seguito tanto che, fino a quando è stato ridotto in fin di vita, era considerato uno degli uomini più potenti del regime. Forse il più potente dopo Afewerki: non a caso il suo nome circolava tra quelli dei possibili candidati alla “successione”.
Dicembre 2018. Chiusi di nuovo i posti di confine con l’Etiopia
Il giorno 28 vengono di nuovo chiusi i posti confine con l’Etiopia, aperti meno di sei mesi prima con una grande enfasi propagandistica per celebrare “gli effetti della pace”. La frontiera torna ad essere fortemente presidiata e vigilata. “Sigillata”. Si può passare soltanto se si è in possesso di un visto di espatrio. Visto che, in linea con le disposizioni degli anni di guerra, è difficilissimo da ottenere, a causa dei vincoli posti dal servizio nazionale, la leva obbligatoria a tempo indefinito che è rimasta in vigore, esattamente come prima della firma del trattato di pace..
Dicembre 2018. Continua l’esodo dei giovani
Un rapporto dell’Unhcr rileva che, dall’indomani del trattato di pace sino alla fine di dicembre, in tutto sei mesi scarsi, sono fuggiti dall’Eritrea, approfittando della “frontiera aperta”, tra 27 e 28 mila giovani, uomini e donne. Una media di quasi 5 mila al mese, come nei periodi di maggiore esodo dal paese per sottrarsi alle angherie della dittatura. Forse è proprio per questo che i posti di confine sono stati di nuovo chiusi.
Gennaio 2019. Muore in carcere il professor Haji Ibrahim Younis
Muore in carcere il professor Haji Ibrahim Younis, docente della scuola Al Diia di Asmara. Era stato arrestato nel novembre del 2017 – insieme ad Haji Musa Mohamed Nur, preside onorario e fondatore dell’istituto, a vari altri insegnanti e a numerosi studenti – in seguito alle forti proteste provocate dalla decisione del regime di chiudere quell’antico centro di studi, la più grande e importante scuola islamica di Asmara, frequentata da migliaia di ragazzi e radicata fortemente nella vita della città. Mohamed Nur, sua guida e maestro, un intellettuale di grande prestigio in tutto il mondo islamico, era morto a sua volta in carcere otto mesi prima, dopo essersi rifiutato di lasciare la galera se contemporaneamente non fossero stati liberati tutti gli altri, docenti e studenti, arrestati con lui. Sottoposto al regime duro di detenuto incommunicando, la famiglia non ha saputo più nulla di Haji Ibrahim Jounis fino al giorno della sua morte, il 29 gennaio. E’ la conferma che le galere del regime sono ancora piene di prigionieri politici e che molti continuano a morirvi.
Marzo 2019. Diritti umani, l’Onu: nessun progresso dopo la pace
Ben due inchieste dell’Onu hanno denunciato, nel 2015 e nel 2016, la violazione sistematica dei diritti umani in Eritrea al punto da fare del terrore lo strumento essenziale del potere del regime. In un rapporto pubblicato l’undici marzo 2019, la Commissione Onu per i diritti umani segnala che a oltre otto mesi di distanza dalla firma della pace con l’Etiopia, non si è registrato alcun progresso e che, in sostanza, la fine della guerra non ha portato ad alcun cambiamento. L’alto commissario Kate Gilmor, in particolare, dichiara che l’Eritrea ha perso “una occasione storica”, perché il Governo non ha impostato e meno che mai attuato nessuna delle necessarie e urgenti riforme costituzionali, giuridiche ed economiche fondamentali per cambiare la situazione esistente. Viene citato ad esempio, in proposito, il cosiddetto servizio nazionale che ha durata indefinita: “Nonostante la legge preveda una durata di 18 mesi, i coscritti continuano a non sapere per quanto tempo si protrarrà la loro ferma, oltre tutto caratterizzata spesso da gravi soprusi, incluso il ricorso alla tortura, violenze sessuali e lavoro obbligatorio”.
Marzo 2019. Armi di contrabbando per l’Eritrea
Il 27 marzo il capo della Procura Militare ucraina denuncia che la polizia ha scoperto e sequestrato 36 missili terra-aria Sam S-125, un’arma di grande efficacia per la difesa antiaerea, di fabbricazione russa, destinati all’Eritrea. I missili erano nascosti in un magazzino nell’area portuale di Mykolaiv. Secondo la Procura sarebbero stati introdotti in Ucraina, alcuni anni prima della scoperta, da una compagnia di import-export russa con l’intenzione di contrabbandarli poi in Eritrea, aggirando l’embargo imposto dall’Onu. Non risulta ci siano stati commenti o chiarimenti da parte di Asmara. C’è da chiedersi se, nonostante il tempo trascorso, quel grosso “ordinativo” era ancora in vigore e se l’Eritrea era comunque in attesa della consegna, ma anche quante altre eventuali operazioni del genere restino tuttora nascoste e come mai il regime, se davvero vuole “costruire la pace”, non faccia chiarezza. “Il regime – fanno notare esponenti dell’opposizione – sollecita finanziamenti e investimenti dall’estero. Forse prima dovrebbe spiegare se ha debiti pendenti per forniture di armi di contrabbando e con chi”.
Maggio 2019. Relocation di profughi dalla Libia: Asmara contro l’Unhcr
Il governo di Asmara contesta il programma umanitario di relocation dell’Unhcr che prevede di far uscire i profughi eritrei dall’inferno della Libia, sistemandoli in Niger in attesa di poterli avviare verso un altro Stato disposto ad accoglierli. La protesta viene espressa dal ministro degli Esteri direttamente al responsabile Unhcr di Tripoli. La pretesa del Governo, illustrata dal ministro dell’informazione Yemane Meskel d’intesa con il ministero degli Esteri, è che i richiedenti asilo eritrei siano rimpatriati, a prescindere, a quanto pare, dalla loro volontà. Non risulta che sia stato specificato quale sorte attenderà i profughi una volta riconsegnati di fatto nelle mani del regime. Pressioni analoghe vengono esercitate, attraverso il governo guidato da Fayez Serraji, direttamente sui profughi rinchiusi nei centri di detenzione in Libia. Secondo fonti di stampa almeno una settantina di giovani avrebbero accettato di tornare in Eritrea pur di sottrarsi alle terribili condizioni di vita nei campi. A molti di loro i documenti di viaggio sarebbero stati consegnati dallo stesso ambasciatore eritreo a Tripoli, all’interno dei campi stessi, per essere poi imbarcati su un aereo diretto ad Asmara.
Maggio 2019. Arrestati 5 monaci ortodossi
Arrestati cinque monaci ortodossi del monastero di Debre Bizen, situato su una montagna alta oltre 2.600 metri vicino alla città di Nefasit. Sono: Abba Markos Ghebrekidan, Abba Kidane Mariam Tekeste, Abba Kibereab Tekie, Abba Ghebretensai Zeremikael e Abba Ghebretensae Medhin. L’accusa ufficiale è quella di aver acquistato farina al mercato nero, ma secondo fonti dell’opposizione il motivo vero sarebbe una sorta di intimidazione politica contro la secolare comunità religiosa di Debre Bizen, una delle più antiche e prestigiose del paese, fondata nel 1350, che si è ribellata più volte contro l’interferenza del Governo nella Chiesa ortodossa. Non è la prima volta, anzi, che gli stessi monaci finiscono in carcere. In particolare Abba Kibreab Tekie, prelevato nel settembre del 2017 dalle forze di sicurezza del regime insieme a due confratelli.
Maggio 2019. Giovane ucciso durante una protesta contro il regime
Un giovane è rimasto ucciso il 20 maggio in circostanze poco chiare durante una protesta contro il regime: si chiamava Biniam Bereket, aveva poco più di vent’anni e viveva ad Asmara, nel quartiere periferico di May Temenay. A comunicare ufficialmente la morte del ragazzo è stata la sua famiglia, con una serie di manifesti funebri affissi in tutto il quartiere e in quelli vicini. A ricostruire come quella giovane vita è stata spezzata sono stati invece i racconti, sia pure confusi, di alcuni dei suoi compagni. A May Temay era prevista per il giorno 20 una delle manifestazioni del regime per celebrare l’indipendenza. Biniam ed altri giovani del quartiere, alcuni dei quali vicini al movimento di opposizione “Ora basta!”, hanno deciso di contestarla: si sono recati sul posto e hanno cominciato a scandire lo slogan “Basta con la dittatura”. La reazione è stata immediata, sia da parte del servizio d’ordine che di persone legate o comunque favorevoli al Governo. Nel tafferuglio che ne è seguito Biniam ha perso la vita. Non è chiaro come. Secondo una prima versione sarebbe stato raggiunto da un colpo di pistola, esploso forse da un poliziotto. Secondo un’altra, ritenuta più credibile, sarebbe invece rovinato a terra dopo essere stato colpito, non si sa da chi, con un oggetto pesante, forse un bastone o una pietra. Non si è più rialzato. Ma la morte di Biniam non ha spento la protesta. Nei giorni successivi scritte che hanno rilanciato il “Basta” urlato da lui e dai suoi compagni sono comparse in molte parti di Asmara, con una escalation che ha raggiunto l’apice nei primi giorni di giugno. Prima soprattutto a May Temenay, ma poi in atre zone: in particolare nel quartiere di Hedaga Hamus e all’interno e tutt’intorno alla grande autostazione da cui partono i bus che fanno servizio verso il centro di Asmara e quelli che collegano la capitale al suo hinterland.
Giugno 2019. Oltre 30 arresti nella comunità pentecostale
Arrestati oltre trenta aderenti al movimento pentecostale. La loro “colpa” – secondo quanto è emerso da notizie di stampa – è solo quella di essersi riuniti in preghiera in tre diversi luoghi di Asmara, contravvenendo il decreto governativo del 2002 che vieta non solo l’apertura di chiese ma persino il culto pentecostale. E’ l’ennesima conferma che in Eritrea non c’è libertà religiosa: sono ammesse solo la chiesa copta di rito cattolico, la chiesa copta di rito ortodosso, la chiesa cristiana protestante e l’islam sunnita. Si calcola che centinaia, forse migliaia di persone siano in carcere per motivi religiosi, inclusi i testimoni di Geova. Resta agli arresti domiciliari anche dopo la pace il patriarca ortodosso Antonios, arrestato nel 2004.
Giugno 2019. Chiusi gli ospedali cattolici
Il Governo di Asmara ha chiuso gli ospedali cattolici. Il provvedimento è iniziato con l’ordine alla Chiesa cattolica di consegnare allo Stato un primo gruppo di 7 centri medici – Dengela (Engela), Mogolo, Tocomba, Ambaito, Knejabir, Adi Jenum, Digsa – attivi per lo più nella regione Afar, in Dancalia o comunque nel sud, una delle zone più povere e prive di servizi, dove quelle strutture, aperte in genere presso conventi di suore orsoline, sono in pratica l’unica assistenza medica a disposizione della popolazione. Di fronte al rifiuto è scattata la chiusura. Il decreto è stato eseguito simultaneamente in tutte e sette le strutture da funzionari governativi che, scortati dalla polizia, si sono fatti consegnare le chiavi, mettendo alla porta gli operatori sanitari e spesso anche i pazienti. L’ordinanza si è poi estesa ad altri presidi. Il Governo si è appellato a una legge del 1995 in base alla quale tutte le strutture sociali (scuole, centri medici, poli di assistenza, ecc.) devono essere gestite dall’autorità pubblica. Facendo riferimento a questa stessa legge, tra il 2017 e il 2018 sono state chiuse altre 8 cliniche cattoliche e, nel novembre del 2017, anche la grande scuola islamica di Al Diia ad Asmara e vari istituti scolastici cattolici. Formalmente, dunque, un provvedimento prevedibile. Secondo vari osservatori, però, si tratterebbe in realtà di una ritorsione del regime nei confronti dei vescovi i quali, sulla scia dell’accordo di pace firmato nel luglio 2018, hanno chiesto una serie di riforme per aiutare la popolazione ormai allo stremo, dopo anni di rigida autarchia e isolamento, sollecitando in particolare un processo di riconciliazione nazionale che possa garantire “una giustizia sociale per tutti”. Sono stati gli stessi vescovi a denunciare l’intento politico del decreto: “Privare la Chiesa di queste e simili istituzioni vuol dire intaccare la sua stessa esistenza ed esporre alla persecuzione i suoi servitori, i religiosi, le religiose, i laici”.
Note
1 – Queste le trenta istituzioni e organizzazioni firmatarie della lettera alla Commissione Onu:
– African Defenders (The Pan African Human Rights Defenders Network); Amnesti International; Article 19
– Cairo Institute for Human Rights Studies; Center for Reproductive Rights; Civicus, Civil Rights Defender; Committee to Protect Journalists; Csw (Christian Solidarity Worldwide)ù
– Defend Defenders (The Estas and Horn of Africa Humand Rights Defenders Project)
– Eritrean Focus; Eritrean Diaspora in East Africa (Edea); Eritrean Law Society (Els); Eritrean Movement for Democracy and Human Rights (Emdhr)
– Front Line Defender – Geneva for Human Rights (Geneve pour le Droits de l’Homme); Global Centre for the Responsibility to Protect
– Human Rights Cincern Eritrea (Hrce); Human Rigths Defenders Network Sierra Leone; Human Rights Institute of South Africa (Hurisa); Human Rights Watch
– International Commission of Jurists; International Forum for Eritrea (Ife); International Refugee Rights Iniziative; International Service for Human Rights
– Network of Eritrean Women (New)
– Odhikar, Bangladesh
– Releas Eritrea; Reporter Without Borders – World Organisation Against Torture (Omct)
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