La calda estate georgiana

La primavera georgiana di cui avevamo parlato (http://www.tempi-moderni.net/2019/05/29/la-primavera-in-georgia/) ha ceduto il passo a una stagione ben più calda e concitata. I punti che si erano sollevati parlando della stagione, a questo punto anche politica, conclusa, sono esplosi in un modo che nessuno aveva previsto.
Il casus belli
Cosa ha reso l’imprevedibile possibile? L’episodio che ha scatenato la crisi politica georgiana portando, violentemente a galla le questioni irrisolte di cui avevamo parlato, ha la data del 20 giugno. Ultimo giorno di primavera, inizio della crisi. Nel Parlamento di Tbilisi si tiene l’Assemblea Interparlamentare sull’Ortodossia. È la 26esima sessione che raccoglie i delegati dei 23 parlamenti che aderiscono all’iniziativa, targata Grecia 1993, ed è presieduta da Sergey Gavrilov, parlamentare russo. Questo formato porta quindi sul secondo massimo scranno istituzionale della Georgia un russo, che presiede la sessione in russo. Una vista insostenibile per l’opposizione georgiana rappresentata dalle due branche dello scissosi partito dell’ex Presidente Mikheil Saakashvili, il Movimento Nazionale Unito (MNU) e Georgia Europea, che fanno interrompere la seduta. Dopo una fase concitata la delegazione russa sotto scorta raggiunge l’aeroporto e da lì la Russia.
Il pubblico oltraggio per la vista della presidenza russa al parlamento – paese che con il riconoscimento di Abkhazia e Ossezia Meridionale mina l’integrità territoriale georgiana e ne occupa con presenza militare le due aree – dà corpo a una manifestazione che la sera stessa porta davanti al palazzo del parlamento qualche migliaio di georgiani.
La crisi si acuisce
Verso le 23 del 20 giugno la carica della polizia: gas lacrimogeni e proiettili di gomma. Risultato: disordine pubblico e una manifestazione che cresce di violenza. Il bilancio è di 240 feriti di cui 80 poliziotti, e 300 fermati.
La maggioranza del Sogno Georgiano al governo deve rispondere per una 24 ore di malagestione, a cominciare dall’episodio che ha scatenato la reazione popolare da cui subito prende le distanze il leader del partito Bidzina Ivanishvili. È crisi politica e le richieste sono le dimissioni del presidente del Parlamento, del Ministro degli Interni, e la riforma del sistema elettorale. La Presidente della Repubblica Salomè Zurabishvili rientra d’urgenza dalla visita diplomatica in Bielorussia.
La prima testa a cadere è quella del Presidente del Parlamento, Irakli Kobakhidze, che il 21 giugno rassegna le dimissioni. La prima concessione è la riforma del sistema elettorale e viene dalla bocca di Bidzina Ivanishvili, alle strette per recuperare consenso dopo la débâcle di immagine del partito. Il 24 giugno viene quindi dato l’annuncio dell’inizio dell’iter di riforma costituzionale che apre la strada alla nuova legge elettorale. Lo stesso giorno dal sito del Ministero dell’Interno si comunica che è iniziata un’indagine interna verso alcuni poliziotti per la repressione violenta della protesta. Il 25 giugno la procura dà il via a un’indagine per “Istigazione alla violenza” contro il parlamentare del partito d’opposizione MNU Nikanor Media, mentre il parlamento vota un nuovo presidente che nel discorso inaugurale tiene a precisare che di deputati russi nel parlamento russo non se ne vedranno più finché continua l’occupazione.
La mobilitazione continua
La mobilitazione continua, il danno è stato fatto e la frattura fra l’elettorato e il governo non si placa con qualche dichiarazione. Anche altrove e in varie forme, non solo davanti al palazzo del Parlamento, dove ogni giorno continuano incontri di protesta per quella che è divenuta un’aperta mobilitazione contro l’occupazione russa e contro un governo che non ha comunicato di essere dalla parte dei propri cittadini. Le richieste della piazza rimangono le dimissioni del Ministro degli Interni Georgi Gakharia, e si è aggiunta il rilascio dei fermati negli scontri del 20 giugno. Vengono lanciati gli hashtag #TbilisiProtests #GakhariaOut #Wearenottired e la protesta si sposta anche sotto la casa di Ivanishvili. Il decimo giorno di mobilitazione vede una grande marcia chiamata la Marcia per la Libertà (https://www.youtube.com/watch?v=UoN2mCT5n0Q) mentre gli organizzatori pensano a un formato che favorisca il dibattito e mantenga al pressione sul governo, e la partecipazione significativa.
Nella maggioranza tutti s’affrettano, con il senno di poi, a sconfessare l’incriminata sessione dell’Assemblea Interparlamentare sull’Ortodossia.
Scendono in campo durante la partita di campionato con la maglietta “Siamo georgiani, la Russia occupa il nostro paese” i giocatori della Lokomotiv Tbilisi, della Rustavi e della Torpedo di Kutaisi, seconda città della Georgia.
L’impatto della protesta
Mentre i costi politici di questi 10 giorni sono ancora da stimare pienamente, e dipenderanno anche da come si uscirà da questa ondata di dissenso verso le scelte della maggioranza di governo, il bilancio nelle relazioni internazionali è presto fatto. A 11 anni dal conflitto per l’Abkhazia e l’Ossezia Meridionale si è riaperta la ferita verso il così detto 20%, cioè la secessione/occupazione di quella parte di Georgia. Nervosismo a Mosca per le dichiarazioni anti-russe dei leader georgiani, per il ruolo che anche dall’estero cerca di giocare Saakashvili, cui è appena stata resa la cittadinanza ucraina, per questa ondata popolare che vanifica tanto lavorio per creare un consenso pro-russo nel paese. Il 21 Putin blocca gli aeroporti: niente voli da e per la Georgia, destinazione molto popolare per i turisti russi: 1.5 milioni i russi in Georgia nel 2018 e il dato per il primo semestre del 2019 dava un incremento del 25%. Il decreto presidenziale entrerà in vigore dall’8 luglio e sicuramente avrà un forte impatto sull’industria turistica georgiana.
L’Abkhazia segue a ruota, con la chiusura dei check-point.
Aperto sostegno verso i manifestanti arriva invece da Ucraina e Polonia.
L’Unione Europea e gli Stati Uniti invitano alla calma, ad abbassare le temperature di questo torrido esordio d’estate in Georgia.
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