Educare alla legalità non basta. Serve vivere per la giustizia e la democrazia

C’è un gran parlare di legalità in Italia. Ormai non si fa altro che affermare di essere in una crisi di legalità alla quale rispondere con la retorica perversa della sicurezza. Un percorso logico pericoloso, sostenuto soprattutto da una destra ancora protagonista di battaglie di retroguardia, sempre più violente e pericolose per la tenuta degli equilibri dello Stato italiano. Educare alla legalità significa invece evitare pericolose banalizzazioni e rafforzare un percorso di cittadinanza attiva, critico e dialettico, orientato a fare del rispetto della legge uno dei principi fondanti del vivere civile, presupposto di qualunque Stato di diritto perché si diventa parte del processo che conduce alla formazione delle regole che stabiliscono il vivere (e il come vivere) in questo Paese. Soprattutto quando questo genere di educazione entra nelle scuole, il senso della sua azione pedagogica diventa liberante. Esso allena la memoria delle generazioni di oggi per ricordare e imparare non solo cosa significhi combattere mafie, terrorismo, corruzione, sfruttamento e indifferenza ma come essere cittadini consapevoli nell’Italia attuale. Secondo poi contribuisce a definire l’identità del Paese nella quale riconoscersi come popolo. Il Noi che fa la differenza non si sviluppa per adozione ma per elaborazione collettiva, ossia per l’incessante capacità (frutto di un lavoro sociale costante e “ostinato”) di elaborazione civile del nostro quotidiano in un percorso partecipato, attivo e dubitativo nel contempo, denso di domande e di ricerca, da farsi collettivamente. Non è necessario studiare Tunnies per comprendere che la comunità oggi è messa in discussione perché esperienza di contrasto o resistenza in sè ai processi dominanti del potere (anzi, predominanti) e che la retorica populista divenuta politica ha come scopo quello di dividere ciò che i secoli hanno unito, ossia Noi come comunità, come esperienza collettiva di elaborazione quotidiana per sua natura aperta e dialettica. Una comunità aperta sconfessa il populismo, lo smonta, lo contraddice in ogni momento, anche solo per via del vocabolario che essa usa e che il populismo invece contrasta. Si pensi ai termini solidarietà, pace, uguaglianza, giustizia. Sostanzialmente vera criptonite per il finto Superman della politica italiana, quel Salvini che mostra i muscoli coi disperati e corteggia invece Putin e Trump.
Nell’accezione sovranista la comunità si deve chiudere, deve sospendere il suo processo critico di conservazione di sè, e semplicemente e cinicamente agire in un’ottica solo produttivistica (pienamente capitalistica e ispirata dalla regola sovrana dell’usare e respingere. Usare i migranti in quanto “utili invasori” in attività faticose, pericolose, poco gradite agli italiani, sempre mal pagate. E considerarli comunque invasori, da usare nelle compagne ma da sorvegliare col bastone, poiché l’indole del migrante è sempre, secondo questa perversione teorica, pronta alla ribellione. Ribellione che alcuni interpretano strumentalmente come scarsa voglia di lavorare. Altro pregiudizio usato allo scopo di subordinare. Invece si tratta spesso di dignità, di desiderio di libertà, di opposizione agli ordini e agli interessi del padrone, del capo, del boss. Una forma di resistenza libertaria che merita di essere osservata con occhi attenti. Per questa ragione memoria oggi deve fare il paio con giustizia e impegno. E a volte con il giusto senso e la giusta pratica della ribellione. Non si spezzano le catene con le omelie e le comparsate in tv o le parole già sentite mille volte pronunciate nei soliti convegni. Le catene si spezzano vivendo i luoghi dello sfruttamento e partecipando alla condizione di chi viene sfruttato, ascoltandolo, parlando con lui in ogni momento con metodo corretto, accompagnandolo, discutendo con gli ultimi di questo Paese (che poi sono anche gli ultimi di questo mondo). E con loro agire nella direzione di una rottura, che può essere rivolta, conflitto, denuncia, rifiuto al lavoro, marcia o manifestazione. O anche semplicemente sottrazione dalla dinamica dello sfruttamento. Qui la nostra democrazia da insipida torna ad essere saporita. In questo conflitto ciò che era pacifico, l’interesse costituito, viene messo in discussione, portato sotto i riflettori, in parte smontato. Accogliere in questo caso significa sottrarsi e diventare renitenti agli ordini del padrone e decidere con la propria testa discutendo con gli altri, del proprio presente e futuro. Accogliere significa fare democrazia, costruire le maglie di un sistema più giusto, in cui non esiste più il padrone o il padrino. Significa dare senso all’uomo che si ha accanto o che lavora 14 ore dentro una serra, nascosto agli occhi ipocriti di chi non vuol guardare ne incontrare. Ecco la conseguenza del sovranismo, ossia l’isolamento, l’indifferenza, la crudeltà che si esplicita anche nel silenzio, ossia nell’indifferenza strumentale, che sta nel non prendere mai parte, nel restate sempre distanti in modo equilibrato, vivere di cose e mai di persone.
Non basta più, allora, forse, allenare la memoria dei giovani perché conoscano la storia della migliore antimafia di questo Paese o del movimento sindacale o operaio, patrimoni inestimabili di sacrifici e impegno in difesa della democrazia. Oggi è forse necessario allargare l’orizzonte dell’educazione alla legalità innestando temi nuovi. Bisogna educare infatti anche alla giustizia e alla democrazia. Si devono ricordare le storie e i nomi di coloro che sono deceduti combattendo le mafie insieme a coloro che si sono battuti e si battono per la democrazia e contro il razzismo, la violenza, la corruzione, le varie forme di sfruttamento e di tratta internazionale. Donne, uomini e organizzazioni sistematicamente criminalizzate che costituiscono invece un patrimonio di umanità da difendere e diffondere nelle vene e nelle menti del Paese. Bisogna ricordare ai giovani, tutti coloro che oggi non rinunciano al sogno di vivere in un mondo senza mafie, razzismo, xenofobia, sfruttamento, guerre e violenza. Tra questi tutti coloro, spesso migranti, che si ribellano e scendono in piazza come i braccianti di Nardò, gli indiani pontini, i migranti di Castel Volturno, di Cerignola che combattono per i diritti di tutti. Ricordare ad esempio Jerry E. Masso, tanto per dire. Come bisogna ricordare le Ong che salvano vite in mare, contro ogni decreto e attacco politico e mediatico.
Dobbiamo dunque allargare il campo, avere una chiara cognizione di cosa accede nel nostro Paese, in ogni suo angolo, e sviluppare il coraggio di ricordare ai ragazzi di oggi che la lotta antimafia e contro lo sfruttamento e il razzismo non è solo di ieri ma è attuale più che mai ed ha bisogno del loro entusiasmo per continuare e vincere. Per questo possono decidere da subito da che parte stare. Questa è la forma migliore di educazione alla legalità e alla giustizia che si possa immaginare di portare nelle scuole e nelle piazze italiane.
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