Lampedusa solidale: il ‘virus’ di umanità che ha aperto un varco nel sistema

Appena atterrato a Lampedusa, il 5 agosto scorso, Luciano è stato catapultato dagli amici al molo della Madonnina. «Mi dicono: c’è uno sbarco, vieni che andiamo ad accoglierli! Non ho fatto in tempo neanche a capire dove stavo. Siamo andati. Per me un’emozione grande». Era la sua prima volta. Per il Forum Lampedusa Solidale l’ennesima, invece. Mentre i turisti erano concentrati tra le acque verdi di cala Pisana e quelle della Guitgia, quarantotto migranti sbarcavano sull’isola, eludendo i controlli. Stravolti e disidratati, a bordo di un barcone di legno.
Gli amici di Luciano sono i volontari di Mediterranean Hope, progetto sulle migrazioni della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia. In pianta stabile sull’isola dal 2014. Quel giorno al molo Madonnina sono sbarcate 27 donne, tre delle quali incinta, e sei bambini. Venivano dalla Costa d’Avorio, dal Mali, dalla Tunisia.
«E’ stato molto brutto perchè avevano avuto un incidente durante la traversata – ci racconta Alberto Mallardo, 32 anni, operatore di MH – un bambino di cinque mesi era morto cadendo in acqua. Loro erano davvero scioccati». Alcuni erano gravemente disidratati. Altri avevano respirato i fumi dei motori e avevano bisogno di cure immediate e flebo. Però, comunque erano salvi.
«Tendenzialmente il momento dello sbarco è di grande gioia pero’, sia per chi arriva che per chi accoglie. Sono contenti e noi con loro», prosegue Alberto, che è romano, e vive a Lampedusa da quattro anni.
«Il sistema ufficiale di accoglienza rappresenta un modello securitario – aggiunge Paola La Rosa, 53 anni, anche lei attivista del Forum Lampedusa solidale – Noi invece abbiamo deciso di mettere in atto un piccolo gesto di resistenza civile e disobbedienza al sistema, inserendoci al suo interno come un virus di umanità».
Per ‘securitario’ si intende che «l’unico interesse da tutelare è la sicurezza nostra. Di noi bianchi, noi occidentali, noi ricchi – dice Paola indignata – Sicurezza che secondo loro, potrebbe essere messa in pericolo dall’arrivo di queste persone, di questi poveri».
Oggi sull’isola soffia il vento caldo di scirocco, quello che stordisce e rende lenti i movimenti; noi andiamo nelle acque piatte di Mare Morto, nella parte orientale. Quando il vento agita il mare di Cala Madonna o porta meduse a cala Greca, i turisti raggiungono l’altro versante, la parte ‘buona’. Il punto degli sbarchi informali, il molo Favaloro, si trova invece sulla punta estrema del porto nuovo, poco lontano dalle spiagge belle.
I volontari del Forum Lampedusa solidale sanno bene che questi sbarchi non rappresentano un’eccezione. Anzi. «Sono una cosa di routine», confermano. Una realtà che pochi vedono però. Gli sbarchi ‘minori’, non avvengono sotto i riflettori. I turisti possono non accorgersene neanche. Molti isolani non vedono. Nessuno sente. Non c’è clamore. Ma di fatto tutti sanno.
Soprattutto i pescatori dal viso scavato la sera si improvvisano taxisti e che raccontano storie di incredibili salvataggi in mare, dove i salvatori sono loro. E’ accaduto a Francesco, che rievoca in siciliano stretto il momento in cui ha sottratto al mare i naufraghi, come il protagonista di ‘Terraferma’.
Comunque se non fosse per i volontari nessuno darebbe ai superstiti acqua, cibo. Coperte termiche. Peluche ai bambini. Un abbraccio.
«Se io fossi al loro posto, dopo una traversata così, dopo un naufragio, bé, l’unica cosa che vorrei è essere riconosciuta come essere umano. E quello che ti fa riconoscere come tale è la relazione, è lo sguardo», dice ancora Paola, che é di Palermo ma 17 anni fa ha scelto Lampedusa dove gestisce un b&b. I volontari hanno l’autorizzazione ad assistere agli sbarchi: «andiamo lì senza mascherine e senza guanti – precisa lei – che non ce n’è alcun bisogno. Quando sbarcano, li abbracciamo uno ad uno, li avvolgiamo nelle coperte termiche e chiediamo a ciascuno di loro se ha bisogno di qualcosa».
Poi i nuovi arrivati vengono trasferiti all’hot spot dell’isola. Un luogo piuttosto nascosto, sul versante orientale. Affossato in una specie di conca, tra la terra brulla, quasi lunare, la roccia e le piante di timo. Una natura spettacolare. La chiamano la steppa.
Da lì teoricamente possono uscire, «perché non sono reclusi, non è mica un carcere!». Ma di fatto è complicato. Dal centro escono usando un varco, un buco nella rete che è stato aperto anni fa. «Li vediamo circolare qui in Paese alle volte, anche ieri sera sul sagrato della chiesa c’erano due ragazzi tunisini», dice Alberto. Il tempo scorre lento per i nuovi arrivati costretti ad attendere. Alla controra via Roma è deserta e il caldo toglie il respiro. I vecchi dell’isola ingannano il tempo seduti ai bar vuoti. L’isola dei conigli è affollata di turisti immersi nello spettacolo di acque tropicali, in attesa di tartarughe che non arrivano mai.
Il Forum dei volontari di Lampedusa non va in vacanza: aperto a chi vuole aderire ad un modello d’azione (e di vita) differente, è del tutto trasversale.
Ne fanno parte oltre a M.H., anche Terra onlus, la Caritas, don Carmelo il parroco di san Gerlando. E poi Rino, insegnante di yoga. Eleonora, studentessa universitaria, con suo papà Tonino, lampedusani doc. Anna, insegnante e volontaria della biblioteca per ragazzi.
Poi, ci sono gli “sbarchi grandi”. Ci sono le navi delle Ong nel mirino dei governi. C’è l’inifinito braccio di ferro, la corsa a chi chiude per primo i porti. Il circo mediatico e le grandi (vere) attese a poche miglia di Lampedusa. Ed è in questi casi che i volontari del Forum intervengono con iniziative di solidarietà e vicinannza. Far arrivare a bordo dei video, mandare saluti, dormire all’aperto per sentirsi più vicini.
«Le parole le usano tutti, noi vogliamo usare invece i nostri corpi – dicono – senza schierarci contro nessuno, ma solo manifestando solidarietà a chi sta su quelle nave e non può attraccare».
Quando Richard Gere è salito a bordo della Open Arms, il 9 agosto scorso, il forum aveva aveva appena iniziato un nuovo sit in notturno sul sagrato della chiesa di san Gerlando. Ma perchè proprio una chiesa? La religione non c’entra. «C’entra il fatto che il parroco don Carmelo sostiene il gruppo e tuttte le loro iniziative e dà via libera all’uso dei locali privati della parrocchia», spiegano.
Ma c’entra anche il fatto che i migranti quando vogliono esere visibili vanno in questa chiesa, usano anche loro il sagrato.
Ogni sera dalle 22 in poi, i volontari del Forum sono tutti lì sulle scalinate di pietra. Alcuni dormono all’aperto. Altri tornano a casa per essere più freschi il giorno dopo. Si alternano. Ma il presidio resta. Ogni sera «accendiamo delle lanterne che indicano la rotta. Il nome Lampedusa deriva dal latino lampas, ossia fiaccola». Gli abitanti segnalavano così in passato la giusta via.
Tra le colonne della chiesa avvolte nell’oro delle coperte termiche la sera leggono brani di libri, come il romanzo di Davide Enia, “Appunti per un naufragio”. O articoli della Costituzione. Usano le parole ma mai urlate. Pacate.
Anche se a molti isolani questo fa paura o non fa alcun effetto. Assuefatti agli sbarchi e preoccupati di non perdere il turismo.
«Aver deciso, come Mediterranean Hope, di vivere costantemente sull’isola dal 2014, ci ha permesso di condividere con la popolazione locale un’esperienza a 360 gradi – racconta ancora Alberto Mallardo, – Condividiamo il periodo intenso della folla di turisti durante l’estate, ma pure il deserto invernale quando la popolazione si riduce a non più di 5mila abitanti».
Perché comunque vivere su quest’isola non è sempre facile, soprattutto d’inverno, quando i servizi scarseggiano. E il lavoro pure.
«Noi non veniamo un mese d’estate per poi andar via: noi restiamo. E viviamo con loro tutte le difficoltà, dal traghetto che non arriva ai prodotti che rimangono fermi ad Agrigento. Alle carenze sanitarie. Sono tutte cose che noi conosciamo bene», ribadisce Alberto. Se è vero che la missione di Mediterranean Hope è focalizzata sui fenomeni migratori, è anche vero però che serve a tutelare i diritti di tutti, anche dei residenti. Assicuerarsi che ci sia sempre un medico per i migranri significa pretendere che ci sia anche per gli isolani.
«Probabilmente se non fossimo stati qui non avremmo una percezione così chiara dei flussi di persone che arrivano, della loro nazionalità, di come sono evolute le traversate del Mediterraneo in questi anni», spiega.
Il monitoraggio MH lo fa per lo più in maniera informale. «Raccogliamo i dati in modo metodico ma la gran parte del lavoro è di testimonianza diretta: una volta che incontri un migrante a Lampedusa e parli con lui hai modo di capire tutto», dice Alberto.
«Nel 2015 ci chiesero loro di poter usare il wifi. E organizzammo un servizio di tre ore, ogni giorno. I trattenimenti nell’hot spot all’epoca erano lunghi, stavano qui anche 2/3 mesi. Furono anni molto impegnativi anche per noi», ricorda.
«Qui fuori sulla piazzetta, c’era una cinquantina di persone tutti i pomeriggi. In quei momenti mentre navigavano su internet, e si connettevano, iniziammo a conoscerli. E da allora cominciammo a capire gli altri bisogni che avevano: uno dei più importanti è sempre stata l’assistenza legale. Che infatti gli forniamo», spiega Alberto.
Quell’anno sull’isola arrivarono 23mila persone. Nel 2016 erano scese a 13mila e cinquecento, nel 2017 a 9.500, nel 2018 erano ancora meno, calate a 3mila e 500, adesso sono appena 1500.
«Il dato drammatico però, è che ne arrivano molti meno, ma in proporzione ne muoiono molti di più», dice.
Attraccare a Lampedusa, che è il primo porto sicuro, è un’urgenza e non può essere un’opzione scartabile. Né tanto meno il braccio di ferro al ribasso dei leader europei può servire a giustificare l’omesso soccorso. A distanza di anni, la Storia ne terrà conto e allora sapremo da che parte eravamo e cosa abbiamo fatto noi. «Ci sono solo due strade, due modelli, due approcci – dice Paola – Io vorrei tanto che avessero ragione gli altri, e che tutto questo non fosse vero. Che avessero ragione loro e non noi. Che fosse tutto un brutto sogno». Ma la realtà quotidiana ci racconta questa storia qui. E allora dobbiamo tutti scegliere da che parte stare. Senza vie di mezzo.
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