Il nuovo Governo ascolti il grido di dolore del popolo eritreo

Per anni l’Eritrea è rimasta come in isolamento: la dittatura ha trasformato il paese in una enorme caserma/prigione, facendone, con la sua politica, una sorta di “stato-paria”, dal quale gran parte della comunità internazionale ha via via marcato le distanze, giungendo a ritirare le proprie rappresentanze diplomatiche da Asmara. A partire dagli ultimi mesi del 2013 c’è stata, da parte delle cancellerie occidentali, una progressiva inversione di tendenza, che si è tradotta in un sempre più consistente processo di recupero o addirittura “riconsiderazione” del regime. Non certo perché le cose in Eritrea siano cambiate. Al contrario: lo confermano, oltre la voce stessa dei giovani fuggiti sempre più numerosi oltreconfine, tutta una serie di durissimi rapporti delle principali Ong ma, soprattutto, dell’Unhcr: ben due inchieste dell’Onu (nel 2015 e nel 2016) hanno evidenziato che il Governo di Asmara viola sistematicamente i diritti umani ed ha eretto il terrore a sistema di potere. Eppure questo processo di recupero è andato avanti, raggiungendo il culmine dopo la firma del trattato di pace (luglio 2018) che, voluto e costruito in realtà da Addis Abeba, ha posto fine alla ventennale guerra con l’Etiopia. Neanche la pace, però, ha aperto il più timido spiraglio alla democrazia. Anzi, l’impressione è che il regime si sia addirittura rafforzato: non a caso l’Onu ha rinnovato il mandato alla commissione di inchiesta sulla violazione dei diritti umani. Ma sulla constatazione della evidente, costante, feroce soppressione di ogni libertà evidentemente nella politica europea prevalgono altre considerazioni: grossi e forse inconfessabili interessi economici e geostrategici. Auspice di questa benevola apertura di credito senza condizioni alla dittatura è stata in particolare l’Italia. Basti ricordare l’enfasi con cui il premier Conte ha sottolineato di essere stato il primo capo di Governo occidentale ad andare in visita ufficiale ad Asmara dopo la pace. Ora, insediando il suo secondo esecutivo, lo stesso Conte ha insistito che il nuovo Governo sarà “di svolta”, nel segno della discontinuità. E Nicola Zingaretti, a capo del Pd, il principale partito alleato, è andato anche oltre, asserendo che ora “in Italia cambierà tutto”. Gli esuli eritrei, l’opposizione interna al regime e tutte le forze democratiche schierate al loro fianco, si aspettano che questo impegno di ”discontinuità” investa subito e profondamente anche la politica condotta da Roma nei confronti di Asmara dal 2014 e in particolare nell’ultimo anno. Appare significativa, in proposito, la lettera che ha indirizzato a Conte don Mussie Zerai, presidente dell’agenzia Habeshia. Sulle stesse posizioni è il Coordinamento Eritrea Democratica, che riunisce i principali gruppi di opposizione della diaspora in Italia. Ne riportiamo il testo integrale.
Gentile presidente,
torniamo a scriverle, a nome dell’agenzia Habeshia, dopo la lettera-appello che le abbiamo inviato alla vigilia del suo viaggio ad Asmara, un anno fa. Un altro anno di gravi sofferenze e soprusi subiti dal popolo eritreo. E di grande delusione – l’ennesima delusione – per chi sperava che la firma del trattato di pace con l’Etiopia, dopo vent’anni di guerra, avviasse finalmente il nostro Paese sulla strada della libertà e della democrazia.
Vogliamo partire da un episodio accaduto proprio in questi giorni. Come certamente sa, il regime ha chiuso e preso possesso di sette scuola gestite da organizzazioni religiose, in maggioranza cattoliche ma anche cristiane protestanti e islamiche. Scuole completamente gratuite, frequentate dai ragazzi delle famiglie più povere ed emarginate e che operavano in diverse città, scelte con il criterio di intervenire lì dove la necessità è maggiore. Il Governo ha giustificato il provvedimento con la legge del 1995 che assegna alla esclusiva competenza dello Stato ogni forma di attività sociale e di assistenza. Ma che questa legge sia soltanto un pretesto emerge dal fatto che in realtà quegli istituti hanno operato per anni, senza che lo Stato si sia mai intromesso. C’è da credere, allora, che si tratti di una ritorsione contro la Chiesa Cattolica eritrea la quale, attraverso i suoi vescovi, ha sollecitato una concreta politica di riforme, l’attuazione della Costituzione approvata nel 1997 ma mai entrata in vigore, la convocazione di libere elezioni.
E’ – questo delle scuole – solo l’ultimo anello di una lunga catena di vicende che dimostrano come dalla firma della pace in poi, nel luglio del 2018, in Eritrea in realtà non sia cambiato nulla. Prima ancora delle scuole, nel mese di luglio, sono stati progressivamente chiusi ben 21 ospedali o centri medici, anche questi gestiti da organizzazioni religiose, anche questi completamente gratuiti, anche questi unico, essenziale punto di riferimento per migliaia di persone delle classi più svantaggiate. Anche questi dislocati nelle zone dove sono più evidenti il bisogno, il disagio, la povertà. E queste prepotenze, pur colpendo di fatto, in primo luogo, proprio il popolo in nome del quale la dittatura dice di governare, per certi versi sono ancora il meno, perché non sono mai cessate persecuzioni molto più dirette, fatte di soppressione di ogni forma di dissenso, arresti, sparizioni forzate, carcerazioni senza alcuna accusa, galera, angherie e minacce anche nei confronti dei dissidenti della diaspora che cercano di combattere o comunque non esitano a denunciare il regime dall’esilio.
La realtà, in Eritrea, è cristallizzata a un anno e più fa: non è stato liberato uno solo delle migliaia di prigionieri politici (detenuti in condizioni inumane e quasi sempre in località segrete e inaccessibili) ma anzi altri se ne sono aggiunti; la Costituzione del 1997, “congelata” prima ancora che entrasse in vigore con il pretesto della guerra contro l’Etiopia, resta lettera morta; continua, nonostante non ci sia più neanche il pretesto del “nemico alle porte”, la militarizzazione totale della popolazione, attraverso quel servizio di leva a tempo indefinito che ha trasformato il paese in una enorme caserma/prigione, fornendo al regime sia soldati in armi che manodopera a bassissimo costo per un lavoro che rasenta la schiavitù.
Che nulla sia cambiato lo dimostrano non solo le voci delle migliaia di ragazzi che continuano a scappare, svuotando l’Eritrea delle sue energie migliori, ma anche la recente relazione di Human Rights Watch e soprattutto il rapporto dell’Onu che nel luglio scorso (a un anno esatto dalla “pace”) ha confermato il mandato alla Commissione d’inchiesta sulla violazione dei diritti umani. O, peggio, se qualcosa c’è di nuovo, questo “nuovo” è solo un incredibile rafforzamento della dittatura, grazie all’apertura di credito “al buio” concessa al regime da parte della comunità internazionale e, in particolare, proprio dall’Italia, all’indomani della riconciliazione con l’Etiopia. Un rafforzamento, cioè, di quello che è il nodo cruciale: l’Eritrea è quello che è stata in tutti questi anni ed è tuttora – spingendo centinaia di migliaia di persone ad abbandonarla – non perché ci fosse la guerra con l’Etiopia, ma perché ad Asmara è al potere una delle più feroci dittature del mondo.
Un anno fa, partendo per Asmara, lei tenne più volte a sottolineare il fatto che l’Italia era il primo Stato occidentale a recarsi in visita ufficiale in Eritrea dopo la firma della pace. Una visita che – si disse – avrebbe inaugurato una sorta di “nuovo corso”. A quel suo viaggio hanno fatto seguito diverse altre importanti “aperture”, come la missione ad Asmara dell’allora viceministro degli esteri Emanuela Del Re, con al seguito decine di imprenditori italiani, o l’impegno a finanziare una serie di opere e infrastrutture nel paese. Ecco, a un anno di distanza, ribadiamo con ancora più forza l’appello che le abbiamo lanciato allora. Comprendiamo bene che un Governo, uno Stato, deve avere rapporti anche con dittature come quella di Asmara. E’ nell’ordine logico della politica internazionale. Il punto, però, è “come” vengono impostati questi rapporti. Si può fare finta di nulla, chiudendo gli occhi di fronte alla realtà, in nome di interessi geostrategici ed economici. Oppure si può partire proprio da quella realtà, per impostare ed aprire i rapporti ponendo precise condizioni preliminari: tenendo ben ferma, cioè, la questione del rispetto dei diritti umani come requisito irrinunciabile e invalicabile, anteposto ad ogni altro genere di interessi.
La cosiddetta “realpolitik” liquida o addirittura bolla il tipo di scelta che suggeriamo come del tutto teorica e non percorribile. In una parola, “roba da sognatori idealisti”. Noi ci limitiamo a ricordare che le innumerevoli situazioni di crisi che stanno sconvolgendo in questi anni l’Africa e più in generale il Sud del mondo, sono quasi sempre frutto proprio della “realpolitik”. E che la vera sfida, se si vuole trovare una soluzione a queste “crisi” disastrose che alimentano la fuga di milioni di persone, è avere il coraggio di adottare una politica diversa, più vicina agli interessi veri delle popolazioni e più attenta alle realtà in cui ci si trova ad operare.
Questo discorso vale anche per l’Eritrea, dove è la “realpolitik”, appunto, a contribuire a tenere in piedi la dittatura che è al potere ormai da vent’anni, contro il suo stesso popolo. Costituendo il nuovo esecutivo, lei ha voluto precisare che sarà “un governo di svolta”. Ecco, alla luce di quello che anche in quest’ultimo anno si è rivelata l’Eritrea, chiediamo a lei e al nuovo ministro degli esteri, Luigi Di Maio, di segnare una immediata, decisa discontinuità nei rapporti stabiliti dall’Italia nei confronti di Asmara. Un cambiamento netto, anzi, l’abbandono, in buona sostanza, di quella politica di progressivo riavvicinamento e “recupero” o addirittura di rivalutazione della dittatura di Isaias Afewerki, che è iniziata sul finire del 2013 ma che ha progressivamente segnato una accelerazione negli ultimi anni, fino a raggiungere il culmine nei mesi del suo precedente Governo.
Si tratta di scegliere tra l’attuale sistema di potere e la stragrande maggioranza della popolo eritreo che ne è schiavizzato. E i popoli non dimenticano mai chi si schiera al loro fianco. Di più: con questa scelta l’Italia può lanciare un segnale importante all’Unione Europea, inaugurando e guidando un modo diverso di porsi da parte del Nord nei confronti del Sud del mondo.
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