Fitofarmaci illegali, tossici e cancerogeni nelle campagne pontine. Siamo tutti morti che lavorano?

Il 13 settembre, il giornale La Repubblica, con il suo settimanale, Il Venerdì, ha pubblicato un articolo di inchiesta a firma di Marco Omizzolo (presidente di Tempi Moderni, ricercatore Amnesty, Eurispes e In Migrazione) e Angelo Mastrandrea, avente ad oggetto un traffico internazionale di sostanze chimiche cancerogene e tossiche importate dalla Cina e fatte entrare illegalmente in Italia attraverso alcuni porti, in particolare quello di Gioia Tauro. Tali sostanze, peraltro vietate in Italia da alcun anni proprio per la loro pericolosità sulle persone e l’ambiente, verrebbero lavorate in laboratori clandestini gestiti dalle mafie e da queste vendute a basso costo ad alcuni imprenditori agricoli pontini e probabilmente anche campani. Questi poi diffonderebbero quelle sostanze nelle loro serre attraverso l’ausilio fondamentale di braccianti alle loro dipendenze, spesso indiani. Nell’Agro Pontino esiste una delle maggiori comunità indiane d’Italia, spesso impiegata in agricoltura e non di rado esposta a condizioni di sfruttamento e di grave sfruttamento lavorativo. Tali sostanze svolgono diverse funzioni. Servono, ad esempio, per fare maturare prima la frutta e la verdura, per fare legare in modo robusto il fuore con la pianta, per evitare malattie particolari o per rendere gli ortaggi omogenei per forma e lucidi come richiede il mercato.
Le conseguenze dell’esposizione dei lavoratori e delle lavoratrici indiani a quelle sostanze, come riferito da alcuni esperti, possono essere devastanti. Si tratta di allergie, tumori, irritazioni continue di occhi, mucose, genitali e mani. Con ogni probabilità, coloro che oggi diffondono per ordine di alcuni imprenditori senza scrupoli tali sostanze nei campi e che peraltro sembrerebbe brucino di notte per cancellare ogni traccia, possono essere drammaticamente definiti “morti che lavorano”. Tra acuni anni infatti questi lavoratori pagheranno in termini di salute personale questo lavoro illegale e criminale, peraltro duramente sanzionato dalla legislazione italiana.
Con questo video vogliamo comunicare i contenuti dell’inchiesta a tutti gli indiani, uomini e donne, di prima, seconda o terza generazione, presenti in Italia e nel mondo perché sappiano che si deve lavorare in assoluta sicurezza e che la difesa dei diritti, come lavoratori e lavoratrici, passa anche mediante la difesa dell’ambiente e della loro sicurezza personale. Tutta la diaspora indiana potrà ora informarsi, approfondire, organizzare messaggi e momenti di riflessione per aiutare le Forze dell’Ordine italiane, le associazioni per i diritti umani, ricercatori e istituti di ricerca, sindacati, a contrastare e sconfiggere questo crimine che è l’espressione di un sistema che ritiene possibile collaborare con le mafie, distruggere l’ambiente e uccidere lavoratori e lavoratrici solo per saziare un’atavica sete di profitto e di potere
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