Lampedusa: un sacrario per “fare i conti” con noi stessi

Il 3 ottobre 2013, esattamente sei anni fa, la strage di Lampedusa ha scosso la coscienza del mondo, mettendola di fronte al dramma dei profughi. La risposta immediata fu Mare Nostrum, la vasta operazione di soccorso condotta dalle navi della Marina italiana fino alle soglie delle acque costiere libiche. “Perché tragedie analoghe non accadano mai più. E perché il miglior modo di onorare i morti è salvare i vivi”, si disse, con il consenso della grande maggioranza dell’opinione pubblica. Non sono state un’emozione e una volontà di lunga durata. Un anno dopo, nel novembre 2014, il progetto Mare Nostrum è stato chiuso, ignorando i moniti della Marina – puntualmente confermati dai fatti – che abbandonare di colpo quell’operazione avrebbe comportato un aumento altrettanto immediato di naufragi e di vittime. “Costa quasi 10 milioni al mese: troppo…”, fu la giustificazione, come se si potesse quantificare in euro il valore di una vita.
Da allora c’è stata una retromarcia continua nei programmi di ricerca e soccorso nel Mediterraneo da parte della politica italiana ed europea e, di contro, una escalation sempre più rapida delle scelte di chiusura e respingimento: muri su muri, sia fisici che politici e normativi, per blindare la Fortezza Europa e impedire che i migranti possano arrivare. A qualsiasi costo. Ignorando, chiudendo colpevolmente gli occhi, davanti alle situazioni di crisi che scacciano dal loro paese migliaia di disperati ogni anno, ogni mese. E criminalizzando chi, come le Ong, gli occhi non ha voluto chiuderli, sostituendosi spesso a un dovere proprio dei Governi.
L’ultimo capitolo di questa “chiusura”, l’ultimo muro, si è avuto sul finire di settembre, quasi alla vigilia del sesto anniversario della strage, con gli accordi firmati a Malta che, ribadendo ed anzi rinforzando i trattati con la Libia, delegano definitivamente a Tripoli il compito di bloccare i migranti, a terra e in mare, perché non arrivino nemmeno a sfiorare la Fortezza Europa. Di più: compiti analoghi si prospettano anche per la Tunisia, l’Algeria, l’Egitto. Muri su muri, appunto.
Contro questi muri l’agenzia Habeshia di don Mussie Zerai, rilancia un progetto proposto già da anni alle istituzioni italiane ai più alti livelli, con il sostegno del Coordinamento Eritrea e di numerosi esuli della diaspora, perché erano eritrei, appunto, ben 360 dei 366 morti: un sacrario dove riunire i resti di tutte le vittime di Lampedusa. Come gesto di umana pietà ma, insieme, come simbolo delle migliaia di vite spezzate che hanno fatto del Mediterraneo un immenso cimitero. Un sacrario della memoria, intendendo per memoria non il semplice “esercizio del ricordo” ma una precisa, doverosa “assunzione di responsabilità”: per capire come possa essere accaduto e come possa accadere ancora che migliaia di giovani muoiano, siano torturati, schiavizzati, violentati, condannati all’inferno dei lager libici, riconsegnati alle dittature dalle quali sono riusciti a fuggire a rischio della vita stessa. Per capire come tutto ciò possa accadere senza scuotere i cuori e le menti. Come si possano mettere in atto politiche che sono la causa, diretta o indiretta, di questa strage quotidiana che solo nei primi nove mesi di quest’anno conta più di 1.500 vite perdute. In un clima di diffusa, colpevole indifferenza.
Una sollecitazione forte, insomma, a fare i conti con noi stessi per rendere davvero concreto quel “mai più” echeggiato troppe volte invano.
Di seguito il testo integrale della lettera inviata da don Mussie Zerai, il 3 ottobre, al presidente della Repubblica Sergio Mattarella; ai presidenti del Senato, Elisabetta Alberti Casellati, e della Camera, Roberto Fico; al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte
Sono passati esattamente sei anni dal terribile naufragio del tre ottobre 2013 a Lampedusa, la strage che ha segnato una svolta sulla “percezione” del problema dell’immigrazione per almeno due motivi:
– Pur non essendo mancati in precedenza altri episodi non meno drammatici e dolorosi, ha mostrato con una forza estrema, come mai era accaduto prima, tutta la tragedia dei profughi costretti ad abbandonare la propria terra, scacciati da guerre, dittature, persecuzioni, carestia, fame e miseria endemica.
– ha denunciato, in particolare, il calvario del popolo eritreo, schiavizzato da una dittatura che ha trasformato il paese in una prigione, come hanno poi ampiamente evidenziato ben due inchieste della Commissione Onu sui diritti umani, confermando le innumerevoli denunce degli esuli, compagni degli oltre 360 profughi in fuga dal regime di Asmara che a Lampedusa hanno perso la vita.
Tre anni dopo, nel 2016, il Parlamento italiano ha voluto sottolineare il tremendo messaggio, anzi, il monito e l’insegnamento nati da quella tragedia, istituendo per il 3 ottobre di ogni anno la Giornata Nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione. Ora, passati altri tre anni, l’agenzia Habeshia chiede di avere la sensibilità e il coraggio di compiere un ulteriore passo avanti, rilanciando un progetto già sottoposto in passato all’attenzione delle massime autorità dello Stato e del Governo, oltre che delle istituzioni locali, a cominciare dal Comune di Lampedusa.
I resti delle 366 vittime – quelle identificate e quelle ancora senza un nome – sono sparsi in diversi cimiteri della Sicilia. La proposta di Habeshia – sostenuta anche da diverse organizzazioni della diaspora, oltre che da numerosissimi singoli esuli eritrei – è riunire quelle donne e quegli uomini in un unico luogo: farli riposare insieme come insieme, purtroppo, sono morti e come insieme, fino a quella tragica alba, hanno accarezzato il sogno di una vita libera e dignitosa, un futuro migliore per sé e per i propri figli.
Lampedusa, la porta sud dell’Europa, dove si è compiuta la tragedia, sarebbe il luogo forse più indicato. Sempre, ovviamente, che il Comune sia d’accordo e possa trovare un’area adatta nel cimitero o in qualsiasi altro luogo dell’isola ritenga opportuno. Altrimenti, si potrebbe scegliere una città della Sicilia: magari proprio Palermo, che rappresenta il senso di solidarietà e accoglienza di tutta l’isola. Oppure, uno di quei porti della costa meridionale dove sono arrivati e continuano a sbarcare migliaia di giovani che inseguono le stesse speranze e gli stessi sogni dei tanti che li hanno preceduti e che non ce l’hanno fatta. Si creerebbe in questo modo un piccolo sacrario dell’immigrazione, dove pregare, portare un fiore, riflettere.
Alla base di questa richiesta – come si è già avuto modo di segnalare – ci sono state fin dall’inizio due considerazioni.
La prima nasce da una esigenza di umana pietà: dare ai familiari, ai parenti, agli amici delle vittime, un punto di riferimento dove “elaborare il lutto”: piangere e ricordare i propri cari per quel bisogno naturale, radicato in ogni cuore, di mantenere vivi certi legami affettivi al di là della morte stessa.
Inoltre, proprio questo piccolo sacrario – ecco la seconda considerazione – può rendere più concreto il ricordo, collegandolo a luoghi, episodi, circostanze, persone. Può, insomma, “radicare la memoria”: renderla addirittura “tellurica”, unendo indissolubilmente la terra dove quella tragedia si è compiuta con quella da cui quelle centinaia di vittime venivano. E, insieme, diventare un simbolo capace di riassumere il senso di giustizia che ciascuno porta dentro di sé, nella propria coscienza: “il luogo” che perpetua la memoria delle altre decine di migliaia di vite perdute nel Mediterraneo negli ultimi anni, una sorta di sepolcro ideale per i tanti, troppi che riposano in fondo al mare.
A questi due aspetti, ci permettiamo, oggi, di aggiungerne un altro, partendo dal fatto che ben 360 delle 366 vittime erano eritree. Questo sacrario sarebbe un monito costante, incancellabile, del dramma in cui la dittatura ha precipitato l’Eritrea e la sua gente. Ci permettiamo di aggiungerlo, questo terzo aspetto, soprattutto alla luce della crescente “apertura senza condizioni”, quasi una rivalutazione o comunque una sorta di “recupero”, che la politica europea e italiana sembrano aver inaugurato ormai da qualche anno e, in particolare, da quando, nell’estate 2018, è stato firmato il trattato che ha posto fine alla guerra ventennale con l’Etiopia. Non vedendo – o, peggio, non volendo vedere – che neanche la pace, per quanto sicuramente da accogliere come un fatto estremamente positivo, ha cambiato nulla nella dura, durissima realtà del Paese. Non a caso migliaia di giovani continuano a fuggire, allo stesso modo e per gli identici motivi che hanno spinto a fuggire quelli che a Lampedusa, alle soglie della libertà, hanno perso la vita. Non ricordarlo, questo aspetto, suonerebbe come un’offesa per la memoria di quelle vittime e i sentimenti dei loro cari.
Incoraggia a insistere su questi temi anche una lodevole iniziativa della redazione del telegiornale di Rai 3 che, riprendendo almeno in parte la nostra proposta, ha lanciato un appello e una sottoscrizione per onorare con un monumento-sacrario la memoria di quei 366 ragazzi annegati a Lampedusa. Può essere l’occasione, in particolare, per rilanciare il programma volto a dare un nome a quei tanti corpi ancora contrassegnati soltanto da un numero: riuscire a identificarne anche uno soltanto in più sarà una grande prova di solidarietà e di civiltà.
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