L’Ecologia lungo la Nuova Via della Seta – Terza Parte – Uzbekistan

La seconda fermata lungo questo itinerario ecologico sulle magistrali della Nuova Via della Seta (http://www.tempi-moderni.net/2019/10/11/lecologia-lungo-la-nuova-via-della-seta-i-parte/) è in Uzbekistan. Ben noto al pubblico italiano per le splendide città che portano memoria della storica Via della Seta – fra tutte Samarcanda -, il paese è uno dei due unici paesi al mondo che non solo non ha accesso al mare, ma che confina con paesi che a loro volta non ne hanno. Incuneato nel cuore del continente asiatico fra gli altri quattro Stans post sovietici e l’Afghanistan, si allunga per 1500 chilometri e non supera i 300 di larghezza. Una lunga lingua di terra, quindi, popolosa, che dal lago di Aral si inerpica sul Tian Shan e il Pamir, da 53 metri di altitudine a picchi di oltre 4600. I suoi circa 32 milioni di abitanti costituiscono da soli la metà della popolazione dell’intera regione. Gli uzbeki sono la stragrande maggioranza, di fede musulmana e costituzione laica, come tipico degli Stans.

Le risorse idriche

Come si è ricordato parlando delle crisi ambientali che attagliano il Kazakhstan (http://www.tempi-moderni.net/2019/10/19/lecologia-lungo-la-nuova-via-della-seta-kazakhstan-seconda-parte/) il Mare d’Aral rappresenta un ecosistema che è collassato. L’uso smodato delle sue acque per l’irrigazione, per l’industria cotoniera, l’inquinamento e la sua progressiva scomparsa ha un impatto che si estende ben oltre i confini dei due stati che lo ospitano, l’Uzbekistan e il Kazakhstan. Le acque continuano a recedere e lasciano il fondale scoperto. Questo comporta una continua salinizzazione del suolo, e l’esposizione degli inquinanti chimici, biologici e nucleari, lascito pesante delle industrie civili e militari che erano state collocate in questa parte di mondo. La riduzione della massa d’acqua fa inoltre sì che i pesticidi e le altre sostanze risultino ancora più concentrate in quanto rimane del bacino. I venti che una volta ne increspavano le onde e oggi ne spolverano gli esposti fondali propagano gli inquinanti per tutta la regione. Gli stessi venti sono in verità cambiati. La scomparsa di un bacino così rilevante nel giro di 40 anni ha alterato l’umidità e le temperature medie. Le estati sono più calde in media di due gradi, e gli inverni più freddi in media di sei a causa del mancato effetto mitigatore delle acque dell’Aral. Immaginabile l’impatto sulla salute delle popolazioni esposte nonché sul tessuto sociale. Un tempo vivano di pesca sull’Aral 40 000 pescatori. Dagli anni ’80 il pescato ha cominciato a essere così scarso da non rendere sostenibile l’industria ittica. Il 1987 è considerato l’anno tombale della storia della pesca nell’un tempo pescoso mare interno. Estinte le specie locali, uccise dalla salinità che aumentava proporzionalmente al prosciugamento. La città uzbeca di Moynaq, fino a qualche decennio fa una vivace città portuale con decine di migliaia di residenti, è oggi a chilometri dalle acque di quanto rimane dell’Aral, e si è progressivamente spopolata. Secondo i dati del censimento 2018, circa 13 mila persone vivono nella città.

Il tributo ambientale pagato all’industria cotoniera in Uzbekistan non è limitato alla tragedia dell’Aral. Esfolianti, pesticidi, fertilizzanti sono presenti nel terreno e hanno infestato l’intero ciclo dell’acqua. La responsabilità non è solo sovietica. Le pratiche inquinanti sono continuate per tutti gli anni ’90 e anzi l’utilizzo dei fertilizzanti chimici e degli insetticidi è passato ai 3 kg per ettaro a 20/25, e non solo in Uzbekistan.

L’Amu Darya presenta alte concentrazioni di fenolo e di derivati del petrolio e della sua lavorazione. L’intero sistema idrico è obsoleto, e costa ulteriori importanti perdite di risorse. La qualità dell’acqua potabile è scarsa, e soprattutto nella Repubblica Autonoma del Karakalpakstan risulta ancora peggiore che a livello nazionale. Il Karakalpakstan – il territorio abitato anticamente dai nomadi dal “cappello nero”, da cui forse il nome – con la crisi del settore ittico e per una serie di motivi socio-economici, versa in generale in una situazione di grande criticità.

 

Idrocarburi e inquinamento

Procedendo da ovest a est nel paese, dal Karakalpakstan alla valle di Fergana ci si imbatte in altre sfide ecologiche. Se il settore cotoniero ha inciso così negativamente sulla qualità delle acque e del terreno, l’altra grande industria nazionale, quella di estrazione e raffinazione di idrocarburi ha contribuito a stabilire record negativi. Già in periodo sovietico la città di Fergana era stata votata una delle trenta più inquinate dell’URSS. Metalli pesanti, diossina e le scorie di lavorazione degli idrocarburi inquinano l’aria delle principali città.

In questo quadro generale di inquinamento legato al settore di estrazione si inserisce quello che è stato considerato il più grave incidente di fuoriuscita di petrolio nella storia dell’Asia. Il 2 marzo del 1992 il pozzo n. 5 nel campo di Mingbulak, nella Valle del Fergana causò un gigantesco blowout di greggio. Il greggio eruttato fuori dal pozzo bruciò per due mesi, con l’emissione di una quantità di stimata fra i 35 000 barili ai 150 000 barili al giorno. La quantità recuperata per tamponare l’emergenza, da sola, si attesta intorno ai 2 000 000 di barili. In tonnellate, la quantità fuoriuscita sotto l’enorme pressione del pozzo fu di circa 285 000, qualificando quindi l’incidente di Mingbulak fra i peggiori mai accaduti nella storia dell’industria degli idrocarburi.

Anche la grave crisi ambientale (dall’inquinamento delle acque, dell’aria, del territorio in generale) spiega perché – come in tutta l’area – l’aspettativa di vita sia in Uzbekistan così bassa: 69 anni per gli uomini, 74 per le donne, dati che pongono il paese ben lontano dagli 81 anni per gli uomini e gli 85 per le donne dell’Italia.

 

(Cartina aspettativa di vita: http://statisticstimes.com/demographics/countries-by-life-expectancy.php p)

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