“Judith. Un distacco dal corpo”. Morte e amore amari come il limone.

La vicenda biblica di Giuditta e Oloferne, non foss’altro che per il celeberrimo quadro di Caravaggio, è arcinota: una giovane vedova, con l’aiuto di Dio, decide di ingannare il terribile generale assiro nel tentativo di salvare Betulia, la sua città, e la sua gente. Per farlo si reca all’accampamento nemico accompagnata dalla sua serva e da ricchi doni, annunciando di voler tradire il proprio popolo. Conquistata la fiducia di Oloferne, riesce a sedurlo, ubriacarlo e infine decapitarlo. In “Judith. Un distacco dal corpo” di Howard Barker nulla è così definito: i protagonisti si interrogano sul tema della morte, del potere ma soprattutto del desiderio capace di travolgere qualunque piano o strategia.
Una serie di soluzioni apparentemente semplici ma davvero efficaci per tradurre questo spettacolo ospitato presso il Teatro Belli – all’interno del festival Trend. Nuove Frontiere Della Scena Britannica – quelle scelte dal regista Massimo Di Michele: una scena vuota, una grande quantità di limoni dal giallo brillante sparsi per il palco e un divano. Su di esso è seduto Oloferne (Giuseppe Sartori): un uomo ambiguo già nel vestiario, fatto di rigorosi pantaloni neri e giacca sagomata abbinati a una canottiera aderente e a un corsetto incredibilmente stretto. In attesa che il pubblico in sala finisca di accomodarsi, dietro di lui si intuiscono e scompaiono due figure femminili guantate. Si tratta di Giuditta (Federica Rosellini ) e della sua serva (Aurora Cimino).
Le donne interrompono quello che pare un farneticante soliloquio senza soluzione di continuità intorno a battaglie, atrocità e morti violente. Oloferne non rimane particolarmente colpito da Giuditta, anzi è principalmente con la serva che si rapporta. Finché un moto di inaspettato orgoglio da parte della vedova lo spinge a osservarla meglio e cominciare a valutarne le proposte. Il loro sarà un incontro scontro che toglierà a Oloferne ogni maschera, persino quel tono di voce volutamente alterato. In cambio Giuditta perderà molto di più.
“Judith. Un distacco dal corpo” scuote fin dalle fondamenta le certezze a cui si è abituati: lo fa con parole crude ed eccellenti attori abilmente diretti. Un insieme esaltato dall’ottima scrittura gestuale di Francesca Zaccaria, dalle stranianti musiche di Stefano Libertini Protopapa e dal sapiente disegno luci di Emanuele Lepore.
Nel procedere dello spettacolo, infatti, lo spettatore assiste a quel “distacco dal corpo” a cui fa riferimento il titolo che non è la semplice decapitazione di Oloferne, sebbene traslata magnificamente dal punto di vista drammaturgico anche grazie ai potenti eppure essenziali costumi di Alessandro Lai. Si tratta, invece, di un vero e proprio separarsi da sé fino a spingersi ai confini più estremi e desolati del proprio limite. È qui che si ritroverà Giuditta come una Salomè di Oscar Wilde o, ancora, la sua Santa Cortigiana. Ma più sola, abbandonata dalla propria fede, tradita dai sentimenti che corpo e cuore suggeriscono. A divorare sin dalla buccia quel frutto per antonomasia amaro: il sapore che hanno gli uomini uccisi – non importa se nemici, compagni o amati – perché è il medesimo della guerra.
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