L’innovazione digitale e il mondo del lavoro. Intervista a Leonello Tronti, docente di Economia e Politica del Lavoro presso la Scuola di Economia e Studi Aziendali dell’Università Roma Tre.

I processi tecnologici e digitali che caratterizzano la “Quarta Rivoluzione Industriale” modificano l’organizzazione del lavoro, l’innovazione dei processi e dei settori produttivi, la mediazione dei corpi intermedi.
Le competenze e i saperi collegati alla qualità del lavoro, sono sempre più indirizzate verso una Economia della Conoscenza nella quale il lavoratore deve assumere un approccio proattivo, diventando attore di “partecipazione cognitiva”, tratteremo di queste tematiche inerenti il mondo del Lavoro con il prof. Leonello Tronti, esperto di politiche del lavoro da anni in prima linea per una vera riforma delle relazioni sindacali, e per un approdo verso un’economia più “sostenibile”.
Prof. Leonello Tronti, lei che è uno studioso di dinamiche del lavoro e di economia della conoscenza può dirci come è cambiato il mondo del lavoro negli ultimi anni?
Il lavoro sta cambiando profondamente. Il centro propulsore del cambiamento è nelle opportunità offerte da una tecnologia che mette a disposizione di una platea di lavoratori molto ampia un’enorme quantità di dati e informazioni a costi bassissimi. Di questo nuovo ambiente produttivo l’informazione è la materia prima e la sua trasformazione in conoscenza il processo produttivo fondamentale. La conoscenza è capacità di trasformare la realtà per ottenere un risultato desiderato, sia esso una teoria scientifica, un algoritmo, una macchina, un effetto finanziario o sociale.
In altri termini, siamo ormai entrati tutti (e da tempo) nell’Economia della conoscenza. Ma non è sufficiente vivere in un mondo caratterizzato da un certo livello di sviluppo tecnologico. La tecnologia è solo un enabler: rende possibile fare cose prima impossibili, ma non può garantire un vero progresso se l’uomo non sa come sfruttarne le potenzialità ai fini dello sviluppo umano, non per pochi ma per tutti. Per avere un solido aggancio all’Economia della conoscenza la tecnologia è condizione necessaria, ma assolutamente non sufficiente. Il Paese si deve dotare di un’istituzione particolare: un Sistema nazionale di innovazione. Non la semplice proliferazione di centri di ricerca pubblici e privati e di istituzioni che si occupano per statuto della conoscenza, ma un vero e proprio sistema. Capace di coinvolgere e far collaborare centri di ricerca, amministrazioni pubbliche e parti sociali su un progetto coerente di sviluppo (come ad esempio il Fraunhofer in Germania o l’Istituto per l’innovazione sociale in Olanda).Con il fine di assicurare la qualità dell’informazione e dirigere la produzione di conoscenza lungo un sentiero di vero progresso, la cui costruzione rechi benefici a tutte le forze in campo.
Ma ancor più è necessario che si plasmi la Società dell’apprendimento: un processo di trasformazione sociale che spinga il lavoro, la politica, la società civile, l’impresa, le istituzioni ecc. non solo ad utilizzare più e megliola conoscenza prodotta da altri,ma anche a produrre conoscenza, a valutarne la qualità e a diffonderla, nella logica delle comunità di conoscenza.
In entrambi questi processi, indispensabili per l’aggancio all’Economia della conoscenza, l’Italia è ancora molto indietro. Sono stati commessi errori clamorosi, tutti tesi a favorire le imprese così come sono (meglio come erano) anziché a spingerle avanti. E quindi a ritardarne l’evoluzione. L’eccessiva flessibilizzazione e precarizzazione del lavoro (lo diceva già Paolo Sylos Labini nel 2002), la via bassa della competizione sul costo del lavoro ottenuta attraverso riforme strutturali one way, realizzate sul solo mercato del lavoro anziché su quello del prodotto, e l’adozione di un modello di sviluppo mercantilista povero, fondato sulla difesa di quote dei mercati globali a prezzo del sacrificio del mercato interno. Su queste scelte ha pesato il silenzio assordante della“legge del meno uno”, la crescita italiana condannata dal 1995 a segnare ogni anno un punto in meno di quella dell’Eurozona; e poi quello della crisi sociale, dell’aumento continuo della povertà, della sofferenza e dell’impoverimento della stessa classe media, costretta come mai prima a salari che non consentono una vita dignitosa. Lo sviluppo nell’economia della conoscenza richiede ovunque la formazione di grandi e piccole comunità di conoscenza,e questo processo sociale richiede stabilità dell’impiego, sistemi di relazioni industriali coesi, imprese medio-grandi e imprese piccole in rete, comunità territoriali “olivettiane”, capaci di fare integrazione sociale e dare corpo e anima alla Società dell’apprendimento.
A suo avviso, data la discussione in corso sul modello di rappresentanza e sulla riforma del sistema delle relazioni industriali, quale dovrebbe essere il ruolo del CNEL? Inoltre, quali proposte andrebbero inserite in un pacchetto di riforma delle relazioni industriali?
Oggi il CNEL ha per me un compito solo, una sola battaglia da vincere: favorire in tutti i modi l’approvazione di una legge sulla rappresentanza, contro gli interessi (certo non deboli) che stanno dietro ai contratti pirata, al dumping salariale e allo shopping contrattuale. La certificazione della rappresentanza dei soggetti del sistema di relazioni industriali non serve solo alla qualità della contrattazione. Serve anche a dare finalmente funzionalità e dignità al CNEL stesso, che potrebbe costruire meglio la sua composizione ai fini della sua stessa rappresentatività, e prendere finalmente decisioni a maggioranza. Una volta varata la legge sulla rappresentanza, nel pacchetto delle riforme del sistema di relazioni industriali potrebbe finalmente trovare spazio anche l’applicazione del principio costituzionale della validità erga omnes dei contratti firmati dalle organizzazioni più rappresentative (sancito dall’art. 39). La certificazione della rappresentanza e l’applicazione dell’erga omnes creerebbero la cornice per fissare un salario minimo orario interprofessionale in piena coerenza con la Costituzione.
In questa stessa direzione si segnala la necessità da dare finalmente applicazione anche all’art. 46 della Costituzione,con una legge che riconosca concretamente il diritto del lavoratore a partecipare alla gestione delle imprese nelle forme consentite dalla legge e decise dalla contrattazione collettiva. Si tratta di una premessa essenziale per assicurare lo sviluppo della partecipazione cognitiva, la competenza del lavoro indispensabile per l’aggancio del sistema produttivo all’Economia della conoscenza.
Venendo alla cronaca politico-sindacale di questi giorni, come giudica la recente proposta del segretario generale della Cgil Maurizio Landini, di un Patto per il lavoro? Secondo lei come dovrebbe essere il Patto?
Sono estremamente lieto che Landini si sia espresso pubblicamente in questo modo. Credo proprio che sia la direzione giusta. Il Paese soffre di ritardi gravissimi e la risposta adeguata di politica economica, sociale e culturalenon può prescindere dal patrimonio di consenso di relazioni unitarie e concertative tra le parti sociali, avviato con la Ricostruzione, cementato più di 40 anni fa con le politiche di concertazione, e ravvivatodal sindacato prima con il documento unitario del 2016 sulla riforma del sistema di relazioni industriali, quindi con il Patto della Fabbrica e infine con la Piattaforma unitaria dello scorso ottobre.
Quel grande patrimonio, sociale ed economico assieme, ha dato prova di sé fino a quando si è retto su obiettivi ardui ma chiari e condivisi, come il rientro dell’inflazione e l’aggancio all’Europa. Oggi, piuttosto che disfarsene dichiarandolo superato o irrecuperabile, è necessario riprenderlo, riplasmarlo e indirizzarlo a compiti nuovi e più ambiziosi: verso l’obiettivo della crescita, dell’azione coordinata per uno sviluppo sostenibile, inclusivo e partecipato. Uno sviluppo morale e culturale, prima ancora che sociale ed economico, nell’alveo della nostra Costituzione, come elemento primario della necessaria politica di lotta alla recessione, riavvio della crescita, ridimensionamento del debito pubblico e revisione della stessa governance economica europea.
A mio modo di vedere, il nuovo Patto per il Lavoro dovrà svolgersi su tre livelli. Un patto tra Sindacato e Rappresentanze datoriali, su lavoro, salari e investimenti; un patto tra Sindacato, Rappresentanze datoriali e Governo su investimenti pubblici, contratti pubblici, regolazione della rappresentanza e fisco; e una forte azione di pressione congiunta e coordinata di Sindacato, Rappresentanze datoriali e Governo nei confronti delle istituzioni comunitarie e degli altri Paesi dell’Eurozona, sull’indispensabile riforma delle politiche economiche europee.
Le cose da fare sono molte, ma quelle più urgenti si possono sintetizzare in undici punti: tre obiettivi irrinunciabili per ridare dignità al lavoro, tre assi fondamentali di politica industriale e cinque punti cardine di riforma delle politiche economiche europee.
I tre obiettivi sociali irrinunciabili, con particolare attenzione allo sviluppo della contrattazione territoriale nel Mezzogiorno, sono: tolleranza zero nei confronti delle morti sul lavoro; spostamento differenziale e strutturale del carico contributivo dal lavoro a tempo indeterminato a quello flessibile;crescita dei salari reali almeno pari a quella della produttività del lavoro.
I tre assi lungo i quali indirizzare gli investimenti per lo sviluppo economico, anche qui con particolare riferimento al Mezzogiorno, sono: messa in sicurezza del territorio e del patrimonio abitativo; digitalizzazione del lavoro (Lavoro e Impresa 4.0), con le conseguenti politiche necessarie a costruire il Sistema nazionale di innovazione; programmazione e sviluppo del green new deal italiano.
Infine, i cinque elementi cardine di riforma immediata delle politiche economiche e di bilancio europee, senza le quali non possono ripartire né lo sviluppo né la convergenza a livello continentale sono: una vera politica industriale continentale con titoli pubblici europei (eurobond) per finanziare gli investimenti infrastrutturali e di gestione della conoscenza; riconsiderazione della missione istituzionale della BCE, in modo da prevedere oltre alla stabilità dell’euro anche l’obiettivo della minimizzazione della disoccupazione; ristabilimento della regola aurea del bilancio, ossia dello scomputo della spesa per investimenti dal calcolo del deficit strutturale, in modo da consentire lo spazio economico necessario al varo di politiche anticicliche; imposizione di un vincolo rigoroso dell’avanzo commerciale corrente entro il 3% del Pil, con obbligo di rientro e sanzioni; infine,innalzamento del valore target del rapporto debito/PIL al 90%.
Nessuno si nasconde che siano obiettivi anche molto difficili da conseguire. Ma è il momento che è difficile e l’Italia ha aspettato anche troppo.
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