Un’esperienza eleusina: Pragma. Studio sul mito di Demetra.

Secondo la Teogonia di Esiodo è da Caos, un abisso di oscurità, che provengono tutti gli dei. Prima Gaia, la potenza della terra poi il nero Tartaro, Eros che scioglie le membra, il tenebroso Erebo, Notte e infine gli altri. Forze primigenie che paiono immediatamente invocate entrando nella sala del Teatro India che, in occasione del festival Teatri di Vetro, ospita Pragma. Studio sul mito di Demetra della compagnia Teatro Akropolis.
Un buio fittissimo accoglie gli occhi di guarda: da esso appaiono e vengono inghiottiti i corpi di Domenico Carnovale, Luca Donatiello, Aurora Persico e Alessandro Romi. A loro tocca fare da medium ai protagonisti di un indicibile mistero: quello che avvolge il mito di Demetra e della figlia Kore, rapida da Ade e divenuta malgrado sua sposa. Quella Persefone che siede sul trono degli inferi. Una vicenda a cui ruotano i misteri eleusini, riti segreti che non è concesso rivelare tanto da giungere quasi intatti fino a noi.
Come prescritto dal quel rituale che vuole “la spiga di grano raccolta nel silenzio”, lo spettacolo diretto da Clemente Tafuri e David Beronio si assesta su un confine che viene prima della parola. Proserpina è toccata da Ade e diviene sua. Demetra, madre dolorosa che allatterà del suo fiele chiunque le si presenti innanzi, non riesce a trovarla. Inconsolabile, scopre improvvisamente il riso divino grazie a Baubò: manifestazione dionisiaca che con la sua danza oscena la distrarrà per un istante infinito dal suo errare. Solo Zeus ha il potere di convincere Demetra a interrompere l’Inverno perenne ha cui ha condannato il mondo: lo fa convincendo Ade a restituire la figlia. Che, ormai regina del mondo sotterraneo, dovrà tornarvi ciclicamente e allo stesso modo rifiorire nella Natura. Dall’incontro con la madre scaturirà una nuova creatura antitetica, eraclitamente polemica, a creare e distruggere eternamente.
Per esprimere quanto non è possibile né saggio dire, gli attori divengono ciceone, la bevanda degli iniziati ai misteri. Attraverso il loro corpo chi assiste può vedere sorgere dalle tenebre la divinità. Movimenti precisissimi e sfiancanti, violenti nella loro ancestralità, solcati da un taglio di luce che inghiotte e, ma solo più raramente, restituisce. E, se lo fa, il merito è di una impossibile eppure avvenuta danza estatica.
Non volendo banalmente tentare di svelarli come lo sfacciato Diagora di Milo né confutarli come un Ippolito di Roma qualsiasi, scrivendone celo l’essenziale. Invitando chi legge a parteciparvi attraverso l’opera della compagnia Teatro Akropolis. Sono chicchi di melograno, identici a quelli mangiati da Kore e che la faranno tornare dove dev’essere: al suo posto nel mito. Insieme a chi ha il coraggio e l’animo per assaggiarli.
More from Cristian Pandolfino

Pueblo: L’Umanità Di Celestini Che Non Convince.

Un uomo (Ascanio Celestini) spia dalla finestra una donna che vive con...
Read More