Libia, tre giovani vite spezzate. Con la complicità dell’Italia

“Chi ha ridotto di più gli sbarchi”: a questo si riduce il giudizio sul “successo” o meno della politica migratoria condotta dal Governo. Matteo Salvini rivendica il record di aver “fatto crollare” gli arrivi nel 2019 a poco più di 18 mila, rammaricandosi che negli ultimi quattro mesi dell’anno, via lui dal Viminale, ci sia stato un incremento rispetto allo stesso periodo 2018, quando, nell’arco dell’anno, gli arrivi sono stati  in tutto circa 23.300, ma – dice sempre Salvini – con un calo evidente da quando, insediato il primo governo Conte nel mese di giugno, i porti sono stati “chiusi”. Da parte del Pd, di contro, si insiste che, in realtà, la svolta risalirebbe al Governo Gentiloni, con Marco Minniti ministro degli Interni, grazie al memorandum d’intesa con la Libia, essenziale, anzi, decisivo per il blocco delle partenze. Questo braccio di ferro su chi avrebbe più meriti continua. Salvini, numeri alla mano, dice che, con il Conte bis e la ministra Lamorgese agli Interni, gli sbarchi si sono moltiplicati. Da palazzo Chigi e dal Viminale, invece, si rivendica che  l’incremento sarebbe dovuto solo all’apertura di nuove rotte dalla Tunisia e dall’Algeria, mentre gli arrivi dalla Libia sono in calo perché Tripoli “fa buona guardia”. “Vi posso assicurare che la Guardia Costiera libica, supportata dal nostro intervento, ogni giorno contiene centinaia, ma proprio centinaia, di migranti”, ha vantato lo stesso premier Giuseppe Conte, nel settembre 2019, in un incontro ad Atreju, la festa dei giovani di estrema destra.
La stessa linea segue la massima parte dei media. “Facendo le pagelle”, sia del governo gialloverde che di quello giallorosso, alcuni dei quotidiani a maggiore tiratura hanno dato voti più che positivi al modo con cui si affronta la “questione migranti” proprio in base al contenimento degli arrivi.
Non una parola – né da parte della politica, né del sistema di informazione main stream – sugli appelli dell’Onu, dell’Unhcr, dell’Oim a trasferire dalla Libia al più presto quanti più profughi e migranti possibile e, comunque, a non riportare mai indietro quelli intercettati nel Mediterraneo. Non una parola, in particolare, sulla sorte dei disperati intrappolati in Libia o che, quando riescono a fuggire, vengono bloccati in mare e ricondannati all’inferno dei centri di detenzione: lager dove uccisioni, torture, soprusi, maltrattamenti, violenze di ogni genere, stupri, riduzione in schiavitù, lavoro schiavo, fame, malattie, morte, sono  la prassi quotidiana. E’ una realtà che conoscono tutti. A parte le denunce delle principali Ong internazionali, lo stanno documentando da anni i rapporti dell’Unhcr e della missione Onu, tanto da aver indotto la Corte Penale Internazionale ad aprire un’inchiesta che potrebbe portare a un’accusa di crimini contro l’umanità.
Ma proprio perché nessuno può dire di non sapere, intrappolare o respingere in Libia i migranti implica una evidente complicità per la morte e le sofferenze a cui queste persone vengono consegnate. Anzi, forse anche più di una complicità: forse addirittura una responsabilità diretta, perché è questa politica di chiusura a creare le condizioni in cui tale orrore si verifica.
Gli ultimi atti d’accusa vengono dalle morti di tre giovanissimi eritrei registrate in questo primo scorcio dell’anno: il più “anziano” aveva 23 anni, il più giovane era appena un ragazzino, 16 anni compiuti da poco. Il denominatore comune per tutti è che erano riusciti a imbarcarsi, ma la Guardia Costiera libica li ha bloccati e ricondotti nei lager insieme a decine di compagni. Un respingimento di massa compiuto con le navi, i mezzi tecnici, l’assistenza, il denaro forniti dall’Italia e dall’Europa. Come dall’Italia e dall’Europa vengono in buona parte anche i soldi per i cosiddetti centri di accoglienza.
Vale la pena raccontarla la storia di questi ragazzi. Se non altro per ricordare alla “politica” – ma anche a gran parte dei media – che quando si parla di blocchi, chiusura, arrivi o non arrivi, non si parla di numeri. Si parla di persone.
Freselam Mengesha e Kiflay Fishatsion
Sognavano di arrivare in Europa per costruirsi una “vita normale”, lasciandosi alle spalle l’incubo di una dittatura che li aveva condannati a una sorta di lavoro schiavo, attraverso un servizio militare pressoché infinito. Freselam Menghesha e Kiflay Fishatsion la loro vita l’hanno invece perduta, a poco più di vent’anni, in una modesta casa di Gargaresc, un sobborgo sulla costa ovest di Tripoli, uccisi a colpi di arma da fuoco da alcuni sconosciuti, che resteranno sicuramente impuniti.
Entrambi registrati dall’Unhcr come richiedenti asilo e da tempo in attesa di essere inseriti nel programma di relocation per lasciare la Libia, i due ragazzi, stanchi di aspettare ancora e pressati dai rischi ogni giorno più gravi a cui erano esposti come rifugiati in una realtà terribile come quella libica, mesi fa si erano rivolti a una organizzazione di trafficanti per tentare la traversata del Mediterraneo verso l’Italia. Non hanno avuto  fortuna: il gommone su cui li avevano imbarcati è stato intercettato e bloccato dalla Guardia Costiera libica. Ricondotti a terra, sono stati rinchiusi nel campo di detenzione di Abu Salim fino a che, con l’avvicinarsi dei combattimenti tra le truppe del generale Haftar e le milizie fedeli al Governo di Alleanza Nazionale (Gna), sono fuggiti, cercando rifugio presso il Gathering and Departure Facility (Gdf), il centro di transito aperto a Tripoli dall’Unhcr per i profughi più fragili e a rischio, in attesa che si presenti l’opportunità di trasferirli in un paese africano più sicuro o in Europa. Pur non essendo nella lista dei “partenti,” sono rimasti lì per diverse settimane. Poi, con l’aiuto dell’Unhcr, hanno trovato una sistemazione a Gargaresc, insieme ad alcuni compagni, in un piccolo alloggio preso in affitto. E’ qui che sono stati uccisi. Le circostanze del duplice omicidio non sono chiare. L’Unhcr ha promosso indagini sia rivolgendosi alla polizia libica che chiedendo informazioni presso la numerosa comunità di richiedenti asilo eritrei bloccati a Tripoli. Secondo quanto riferito da altri profughi, la sera del 9 gennaio si sarebbero presentati a casa alcuni uomini armati, forse miliziani, che hanno bussato con forza e pretendevano di entrare. Non si sa se volessero sequestrarli per poi chiedere un riscatto o rapinarli del denaro ricevuto dall’Unhcr al momento di lasciare il Gdf. Di certo non avevano il comportamento di chi svolge un normale controllo. Impauriti, i due ragazzi e i loro compagni si sono rifiutati di aprire, scatenando una reazione ancora più violenta da parte di quegli uomini armati, fino a che qualcuno si è avvicinato a una finestra e ha sparato a raffica verso l’interno, ad altezza d’uomo. I due ragazzi, colpiti in pieno, sono morti quasi all’istante. “Queste morti – ha denunciato l’Unhcr – sono la terribile conferma di quanto sia pericolosa in Libia la condizione dei profughi. In particolare dall’aprile 2019, quando è cominciata la battaglia per Tripoli. La scorsa settimana alcune razzi sono caduti anche presso il nostro Gathering and Departure Facility (Gdf), dimostrando che neppure questo è un posto sicuro. Insistiamo che tutti i rifugiati devono essere evacuati al più presto dalla Libia”.
Adal Hawey Mangsti
Lo ha stroncato nel centro di detenzione di Sabhaa, nei sobborghi di Tripoli, una malattia per la quale nessuno lo ha curato  in maniera adeguata. Si chiamava Adal Hawey Mengsti Semay: aveva appena 16 anni, l’età dei sogni, come si legge nei suoi grandi, profondi occhi neri che guardano lontano, nella foto diffusa dai familiari dopo la sua morte. Benché così giovane, un ragazzino, la sua odissea è durata tre anni. Arrivato in Libia appena tredicenne, è stato catturato ed ha trascorso lunghi periodi di prigionia in varie strutture, soffrendo la fame, maltrattamenti, torture. Nell’aprile del 2018 è riuscito a imbarcarsi su un gommone con qualche decina di compagni, ma la Guardia Costiera libica li ha bloccati e riportati indietro. Al campo di Sabhaa, uno dei circa trenta formalmente gestiti dal Governo di Tripoli, è arrivato, a quanto pare, poco dopo questo respingimento. E’ proprio lì, a Sabhaa, che Adal si è ammalato, sicuramente anche a causa delle condizioni di vita all’interno della struttura: soprusi, servizi igienici pressoché inesistenti, poco cibo, scarsa anche l’acqua da bere, nessuna assistenza medico-sanitaria. Verso la fine del mese di dicembre 2019 si è aggravato ma nemmeno a questo punto ha ricevuto le cure necessarie. “Soltanto la visita di qualche medico inviato dall’Oim, ma nessuno, nonostante stesse visibilmente molto male, ha ritenuto di doverlo ricoverare in ospedale”, hanno denunciato alcuni compagni.  La famiglia, appena avuta la notizia, si è rivolta alla comunità eritrea in Europa, chiedendo di diffondere sul web la storia del loro ragazzo e la sua foto. “Questa decisione vuol essere un grido di dolore ma, insieme, anche una forte denuncia per quello che accade in Libia – ha commentato il Coordinamento Eritrea Democratica – Adal è morto in un campo ‘ufficiale’ del Governo di Fayez Serray sostenuto dall’Onu e dalla comunità occidentale. Un campo dove i detenuti sono torturati e muoiono di fame. Un campo dal quale, mesi fa, sarebbero stati allontanati gli operatori di Medici Senza Frontiere che portavano cibo, medicine e assistenza per i malati”.
Entrambe le motovedette che hanno attuato questi due respingimenti fanno parte – è bene insistere su questo aspetto – della flottiglia donata dall’Italia a Tripoli perché, in base agli accordi sottoscritti con il Processo di Khartoum nel 2014 e poi con il memorandum del febbraio 2017, possa svolgere al meglio il compito di “gendarme” incaricato di fermare i migranti ad ogni costo. A prescindere dalla loro sorte, dal futuro che li aspetta, dai loro sogni di libertà, dai loro diritti. A prescindere dalla loro stessa vita. Basta solo questo per evidenziare le gravi responsabilità dell’Italia.

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