Intervista con il prof. Giovanni Farese, storico dell’economia su sviluppo, Globalizzazione Teoria economica nella vicenda industriale del paese e del nostro sistema produttivo

Introduzione
La questione dello sviluppo, della disuguaglianza, e della mobilità sociale sta al cuore del dibattito sociale ed economico del paese, ancor di più oggi nell’epoca del grande cambiamento che sta vivendo il sistema produttivo, e la stessa coesione, issue finora trascurate dalla mancanza di una riflessione alta da parte delle elite dirigenti, o addirittura dalla mancanza di queste ultime nel sistema paese.
Ne parliamo con il prof. Giovanni Farese, docente presso l’Università Europea di Roma, studioso di figure di spicco come Luigi Einaudi (“Un economista nella vita pubblica), Sergio Paronetto (“Il formarsi della Costituzione economica italiana”), Giorgio Ceriani Sebregondi (“Lo sviluppo come integrazione”) e di molti altri Commis d’Etat che hanno dato tanto al “sistema paese” in termini di forza intellettuale.
Nell’epoca post seconda guerra mondiale emersero nella struttura dirigenziale del nostro Stato in ricostruzione alcuni uomini che furono, portatori di una nuova cultura dello sviluppo in Italia, come lei ben descrive in molti suoi saggi.
Potrebbe inquadrare in questo spazio le figure più di spicco; e di come sia cambiata la cultura economica del paese nelle sue teorie dal Keynesismo al mainstream di stampo liberale?
L’Italia postbellica ha avuto anzitutto quattro grandi ricostruttori: Alcide De Gasperi, Luigi Einaudi, Ezio Vanoni, Donato Menichella, il grande governatore della Banca d’Italia.Alcuni imprenditori pubblici e privati – perché gli imprenditori quando agiscono con una visione generale sono a pieno titolo classe dirigente – come Enrico Mattei. Alcuni banchieri come Raffaele Mattioli della Comit ed Enrico Cuccia di Mediobanca, capaci di tessere relazioni internazionali di grande importanza, come racconto nel mio prossimo libro sulla “vocazione internazionale” di Mediobanca e di un pezzo di Italia postbellica. E poila Banca d’Italia e la Svimez di Francesco Giordani, di Pasquale Saraceno, di Giorgio Sebregondi, centri capaci, a livelli diversi, di fare cultura dello sviluppo e di tessere relazioni. Sono personalità diverse, che provengono da culture diverse (anche se molti hanno un comune passato all’IRI: Carli, Cuccia, Giordani, Menichella, Saraceno), ma sono tutti animati da uno spirito ricostruttivo. Senza poi dimenticareil fondamentale dialogo dell’Italia con la Banca mondiale di Eugene Black, che mette il paese a contatto con la grande cultura dello sviluppodegli istituti di Bretton Woods. E’ una cultura keynesianasolo “di fatto” – perché molti keynesiani non sono, a partire da Einaudi – ma che accetta l’intervento pubblico in un’economia di mercato e l’idea dello Stato come fattore generale di sviluppo, specie in un paese che in quegli anni si trasforma da prevalentemente agricolo a prevalentemente industriale. Lo Schema Vanoni (“per lo sviluppo dell’occupazione e del reddito”) e la nota La Malfa sono figli di quella cultura postbellica, impregnata di keynesismo. Tra gli anni Sessanta e Settanta quella generazione è uscita di scena e il campo è rimasto libero per l’ingresso spesso acritico di altri paradigmi. E’ stato un fenomeno non soltanto italiano e in ogni caso le condizioni storiche erano cambiate e in parte anche i problemi.
Dal suo osservatorio, ci può descrivere come la globalizzazione sistemica (J.Stiglitz) abbia cambiato la struttura sociale e di impresa del nostro paese, ancor di più oggi che viviamo la Grande trasformazione in atto della rivoluzione digitale ?
La globalizzazione ha cambiato e sta cambiando il profilo del nostro Paese. L’Italia ha storicamente puntato sulla competitività di costo – legata ai bassi salari – più che sulla competitività di prodotto o di processo.Ma nel mercato globale c’è sempre un altrove in cui i salari sono più bassi. Vi sono state e vi sono, per fortuna, numerose eccezioni. L’Italia è un paese avanzato, uno dei paesi al mondoin cui sono installati più robot (il settimo al mondo, il secondo in Europa). Ma la spesa per Ricerca e Sviluppo delle imprese italiane in termini di incidenza sul PIL è 0,86 per cento, la media UE-28 è 1,36. In Germania è 2,09. In Giappone 2,53. Certo, su questo pesa anche la struttura industriale, che nel nostro caso è fatta soprattutto di piccole e medie imprese. Il fatto è che l’Italia è entrata nella globalizzazione già con sue carenze strutturali. Nel 2001 la produttività totale dei fattori ha – per la prima volta dal dopoguerra – invertito il suo trend. Ma è solo con la grande crisi del 2007-2008 che ci siamo svegliati. Non abbiamo però ancora reagito. L’economia italiana è sostanzialmente ferma da dieci anni. Non è andata peggio solo perché l’export ha tenuto e alcuni processi di sviluppo, dentro e fuori le imprese, sono avvenuti. Ma ora – con la guerra dei dazi– anche l’export ha iniziato a rallentare. Né del resto un’economia, o un’intera area, si può reggere solo su chi esporta. E gli altri, chi non esporta, che fanno? Con la grande recessionein Italia la domanda interna è crollata e i consumi faticano ancora. E’ un problema non solo dell’Italia ma anche dell’Europa intera, che è una grande area esportatrice che dovrebbe puntare di più anche sul suo mercato interno. Oggi la globalizzazione sta entrando in una fase in cui lo Stato fa pesare l’economia come arma geopolitica (dalla Cina di Xi agli Stati Uniti di Trump). L’Europa – non certo l’Italia da sola – deve attrezzarsi a vivere (o, nostro malgrado, a morire lentamente) in questa fase nuova.
Nel “Cambio di paradigma” (come lo definisce l’economista e sociologo Mauro Magatti) in atto nel sistema economico,e industriale il nostro paese riuscirà a governare tali processi da suo punto di vista di analista dei fatti sociali ed storico economici?
Me lo auguro. Ripeto: gli ultimi dieci anni – ma per certi aspetti dovrei dire: venti o trenta, perché è lì, al tornante degli anni Novanta, che è iniziata la nostra divergenza dalla Germania e dalla Francia – gli ultimi dieci anni, dicevo, hanno fiaccato un po’ la nostra fiducia. Ma chi, come me, incontra i giovani tutti i giorni nelle aule universitarie, non può perderela speranza. Perché altrimenti cambierebbe mestiere.Se vuole, è l’ottimismo della volontà. C’è una divaricazione tra governo del paese e imprese. Il cambiamento avviene indipendentemente dalla politica (anche qui con qualche positiva eccezione) e per certi aspetti nonostanteessa. L’Italia ha bisogno di un orizzonte lungo e stabile su cui lavorare. Senza infingimenti, ben sapendo che la strada è lunga e impervia, ma pure che essa dispone delle risorse materiali e morali per reagire. Bisogna far emergere quella che il Presidente Mattarella ha chiamato, nel suo messaggio di fine anno, l’Italia “autentica”, quella che investe, che lavora, che costruisce comunità aperte, non quella chiusa, parassita, truffaldina. Insomma, l’Italia progressiva contro quella sostanzialmente reazionaria.Ma per far questo c’è bisogno di educazione, anzitutto nelle famiglie e nelle scuole, ma anche di ciò che il Censis ha chiamato nel suo ultimo rapporto il “necessario bisogno delle élite per gestire la stagnazione”. Non mi preoccupa tantol’Italia nel suo complesso, perché reggerà. Mi preoccupa soprattutto il lento scivolare del Mezzogiorno. Anche qui: ci sono tante eccezioni, energie. Ma la tendenza di fondo è lo spopolamento.
Inerendo alla domanda precedente, abbiamo una Elite o una classe dirigente nel nostro paese per “gestire la complessità” (P. Dominici, 1995) di questi cambiamenti?
Se torniamo con la mente ai nomi che abbiamo fatto all’inizio di questa intervista, la risposta non può che essere negativa. Chi può reggere quel confronto? Porrei la questione in termini diversi. Dobbiamo anzitutto ricostruire i luoghi in cui una classe dirigente può formarsi. E’ un altro compito di lunga lena. Perché una classe dirigente non appare all’improvviso e non si improvvisa. Questo è stato l’equivoco degli ultimi anni. De Gasperi, Einaudi e gli altri si erano lungamente preparati a essere classe dirigente. Però anche qui: è sbagliato generalizzare. Un esempio: negli strati più alti della Cassa depositi e prestiti, per esempio, ho rivisto di recente un pezzo di classe dirigente giovane e preparata. Lo stesso vale per alcune imprese. Un po’ meno per la politica e per la pubblica amministrazione, dove, nel complesso, sembra esservi, per ragioni diverse, un meccanismo di selezione avversa. In fondo, il problema non è l’assenza di una classe dirigente, perché l’Italia ha pezzidi classe dirigente. Il problema è la sua coesione interna, la sua emersione e il suo impiego per finalità che siano costruttive, di interesse generale.
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