L’Onu, la Libia e la Corte Penale Internazionale

L’ennesimo rapporto ONU sulla Libia è stato pubblicato, questa volta a firma del Segretario Generale Guterres.
L’ennesimo rapporto in cui l’ONU descrive, prova ed argomenta le violazioni umanitarie che da anni rappresentano la quotidiana realtà di violenze, omicidi, torture e sparizioni nei campi di detenzione libici.
Violazioni che integrano tutte gli estremi dei reati elencati dall’art. 5 dello Statuto di Roma, che ha istituito la Corte Penale Internazionale, un organismo sovranazionale a cui sarebbe demandata la competenza a giudicare gravi crimini che rappresentano un allarme per la comunità internazionale.
La notizia, neanche troppo nuova, è che la Corte dell’Aja avrebbe acquisito il rapporto stilato dall’ONU e sottoscritto da Guterres. Si tratta in realtà dell’ennesima acquisizione da parte del Prosecutor – il Procuratore presso la Corte penale Internazionale, che ha il compito di istruire e deferire alla Corte i casi di violazione dei diritti umani.
Ma se la notizia, letta così, parrebbe rassicurante in termini di contrasto ai crimini sistematici commessi in Libia, la questione reale è estremamente complessa e per nulla rassicurante.
Se da un lato la CPI ha competenza a giudicare solo i crimini commessi nei Paesi che hanno aderito alla Corte stessa sottoscrivendo lo Statuto di Roma, (la Libia non è firmataria), dall’altro lo stesso Statuto prevede, agli art. 12 e 13, la possibilità di incardinare la competenza della Corte Penale Internazionale anche per i crimini commessi in Paesi non aderenti attraverso lo strumento del referral, il deferimento di competenza da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
Ad oggi l’unica realtà accertata è che sulla Libia non esiste altro referral diverso dalla risoluzione n. 1970 del 2011, votata all’unanimità dal CdS ONU. Quella risoluzione, sulla quale dovrebbe fondarsi la competenza della CPI a giudicare i crimini libici però aveva ad oggetto le condotte del governo Gheddafi. Il preambolo della Risoluzione contiene l’elenco dei capi d’accusa nei confronti di Gheddafi e del suo governo: violazione estesa e reiterata dei diritti umani, repressione di pacifici dimostranti, incitamento alla ostilità e alla violenza contro la popolazione civile, che configurano crimini contro l’umanità perseguibili ai sensi del Diritto internazionale dei diritti umani, del Diritto internazionale umanitario e del Diritto internazionale penale.
Il Consiglio decise di deferire al Prosecutor (Pubblico Ministero) della Corte Penale Internazionale la situazione in Libia a partire dal 15 febbraio 2011, con l’ingiunzione alle autorità libiche di collaborare pienamente e l’invito anche agli Stati che non sono erano parti dello Statuto di Roma ed alle organizzazioni internazionali di fare altrettanto.
Nessun’altra risoluzione è stata presentata o votata dal CdS ONU da allora. Nulla che abbia a che vedere con il governo di Al-Sarraj, con i campi di detenzione, con gli accordi bilaterali con alcuni Stati europei che sovvenzionano i libici in maniera più o meno formale.
Se questo è il quadro giuridico, quanto ci metterà la comunità internazionale a scoprire che quel deferimento è slegato dal contesto attuale e non conferisce esplicita competenza a giudicare i crimini commessi in Libia da soggetti diversi da quelli indicati nella risoluzione?
E se questo è il quadro internazionale appare più verosimile che la stessa ONU e la Procuratrice Bensouda stiano meramente “tenendo a bada” l’opinione pubblica promettendo inchieste e processi che – verosimilmente – non ci saranno mai.
Indagare oggi sulla Libia, sui trafficanti di esseri umani, sui miliziani che rivestono il doppio ruolo di criminali e di militari della guardia costiera libica, significa per forza di cose mettere in discussione il ruolo dell’Europa e degli Stati europei che, al pari dell’Italia, stringono accordi con il Governo libico, sovvenzionano e addestrano le “milizie” della guardia costiera libica. Il fallimento del diritto internazionale sta tutto lì, nell’incapacità per gli organismi sovranazionali di svolgere il proprio ruolo in maniera indipendente, libera e perseguendo interessi generali. Il fallimento della giustizia internazionale sta nel fallimento degli Stati, impotenti davanti agli interessi economici ed affamati di ruolo e potere da esercitare l’uno contro l’altro.
Quando nel 2017 la Corte di Giustizia Europea rigettò i ricorsi contro l’Accordo UE-Turchia, in base al quale l’Europa ha già pagato decine di miliardi ad Erdogan per bloccare i flussi i migratori, senza entrare nel merito e giudicare la legittimità o meno dell’accordo o l’uso corretto dei fondi da parte della Turchia, lo fece dichiarandosi incompetente a conoscere il contenuto e la legittimità dell’accordo, sostenendo che si tratti di un accordo stilato dai singoli Stati europei e non dalle istituzioni europee. Un paradosso se si pensa che tutte le trattative sono state condotte in seno al Consiglio europeo.
Quando, nel 2018 la Corte Costituzionale respinse il ricorso presentato da alcuni parlamentari per conflitto di attribuzioni tra poteri dello stato, in cui il Governo italiano venne accusato di aver concluso l’accordo con la Libia by-passando le competenze del Parlamento, la stessa Corte decise di non decidere, dichiarando i singoli parlamentari non legittimati a proporre un ricorso che spetterebbe solo al plenum dell’Assemblea parlamentare. Un’interpretazione delle norme costituzionali più utile che reale.
E se gli organi giurisdizionali scelgono di non decidere, con il placet o la complicità degli organismi internazionali, è perché il merito di quegli accordi è una bomba politica che è meglio non far scoppiare.
D’altro canto non c’è traccia di iniziative dell’Unione Europea in quanto tale: la colpa dell’omissione non è dell’ONU ma dei paesi membri dell’UE che si attardano in dispute interne e in deleteri calcoli di realpolitik, laddove la situazione mondiale e il Mediterraneo in particolare esigono che l’UE parli con una sola voce. E di certo non per avallare e sostenere accordi per bloccare i flussi migratori a qualunque costo, ignorando il proprio ruolo di soggetto politico nato dalla necessità e dalla volontà di impedire il ritorno di nuovi attacchi alla dignità umana.
Viene, quindi da chiedersi se abbia ancora un senso mantenere in piedi organismi e organizzazioni internazionali incapaci di assolvere il ruolo ad essi demandato, perché di fatto sono invecchiati senza tenere conto dei nuovi assetti del mondo. La risposta me l’ha data Franco Uda, responsabile nazionale diritti umani, pace e solidarietà internazionale per ARCI: “Le regole sono fatte per difendere i più deboli. In un mondo senza regole vincerebbero i più forti e, quindi, la regola stessa è un elemento democratico, introduce un elemento di democrazia nelle dinamiche tra le persone o tra gli Stati. Perciò, seppure nella incapacità dell’ONU o delle altre istituzioni internazionali, dobbiamo difendere l’idea che esistano quei luoghi, dobbiamo batterci per riformarli, affinchè si possa lanciare una grande campagna di riforma dell’ONU soprattutto. Ma quel luogo, quelle istituzioni, sono necessarie oggi più che mai. “
Se esiste una prospettiva questa deve venire dalla società civile europea di cui le formazioni organizzate italiane sono parte attiva ed essenziale. A noi spetta il compito di costringere la classe governante europea a dimostrare, in parole ed opere, di essere all’altezza del momento storico che stiamo vivendo: agendo d’anticipo col soft power di attore civile globale che non va a rimorchio degli eventi, ma li anticipa. Ed in questo non è contemplata l’ipotesi del fallimento.
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