Rivolta contro il decreto porti chiusi: “Distrugge il nostro stare insieme”

Il decreto interministeriale che chiude i porti alle navi straniere con a bordo naufraghi salvati nel Mediterraneo fuori dalla nostra zona Sar è arrivato improvviso e doloroso come una frustata. Improvviso per come è maturato. Doloroso negli effetti immediati perché lede i diritti dei più deboli, a cominciare da quello alla vita stessa. Il motivo dichiarato come “giustificazione” – la pandemia di coronavirus che avrebbe reso “non sicuri” tutti i nostri approdi – è risibile e, come ha fatto rilevare il senatore Gregorio De Falco, sbagliato e addirittura controproducente perché, affermando in concreto che “il nostro Paese possa rappresentare un pericolo per la vita e l’integrità fisica delle persone che sono a bordo delle navi soccorritrici”, rischia di diventare un boomerang, gettando le premesse per bloccare tutto il traffico navale “straniero” diretto verso la Penisola. In realtà, non sfugge a nessuno che si tratta sostanzialmente dell’ennesimo capitolo della guerra dichiarata da anni contro le unità di soccorso delle Ong: solo queste, infatti, sono rimaste a cercare di salvare la vita ai disperati che imboccano la via di fuga del Mediterraneo centrale, scappando dall’inferno della Libia. Ancora una volta, insomma, una misura ipocrita e crudele, in linea perfetta con i decreti Salvini votati dal primo Governo Conte e in netto contrasto con la discontinuità così spesso invocata almeno da una parte delle forze politiche che sostengono ora il secondo Governo Conte.
Non sono mancate le reazioni. Né poteva essere altrimenti perché in concreto, a fronte di numerose barche in estremo pericolo, vengono bloccati i soccorritori mentre si lascia campo libero alle scorrerie della Guardia Costiera libica. Si annunciano già ricorsi ed esposti ai vari organi della magistratura. Ed è arrivata una pioggia di documenti di contestazione. Tra i più significativi – che il Comitato Nuovi Desaparecidos condivide totalmente – quelli dell’agenzia Habeshia (a cui ha aderito anche il Coordinamento Eritrea Democratica) e del Tavolo Asilo, composto da associazioni e organizzazioni come A Buon Diritto, Acli, Action Aid, Amnesty International Italia, Arci, Caritas Italiana, Centro Astalli, Cnca, Comunità papa Giovanni XXIII, Emergency, Europasilo, Fcei, Focus Casa dei Diritti Sociali, Fondazione Migrantes, Medecins du Monde missione Italia, Oxfam Italia, Save the Children Simm: società italiana medicina delle migrazioni. Li pubblichiamo entrambi di seguito.
Agenzia Habeshia
L’Italia ha chiuso tutti i suoi porti a profughi e migranti. In base al decreto firmato dai ministri delle infrastrutture, degli esteri, dell’interno e della sanità, nessun naufrago salvato in mare al di fuori della zona Sar italiana potrà essere sbarcato e dunque accolto.
Il provvedimento è stato emanato proprio mentre in mare, in attesa della indicazione di un porto di sbarco, c’è la nave Alan Kurdi, della Ong Sea Eye, con 150 profughi tratti in salvo in due distinte operazioni al largo della Libia, in un tratto di mare dove il “porto sicuro più vicino” è senza dubbio Lampedusa. Nelle stesse ore due battelli carichi di migranti sono arrivati con i propri mezzi a Lampedusa e sulle coste del Trapanese mentre altri due, con oltre 150 persone, sono stati segnalati alla deriva da qualche parte nel Mediterraneo. E’ la dimostrazione che i flussi in fuga dall’inferno della Libia sono tutt’altro che in diminuzione ed anzi si prospetta un aumento a fronte del prevedibile, ulteriore aggravarsi della già difficilissima situazione. Basti ricordare che, nonostante tutto, continuano ad arrivare in Libia da tutta l’Africa subsahariana numerosi disperati, costretti ad abbandonare la propria terra da guerre, persecuzioni, dittature, carestia e fame endemica: solo tra la fine di marzo e l’inizio di aprile la polizia libica ne ha bloccati a centinaia in prossimità della linea di confine meridionale, in pieno Sahara.
A fronte di questo esodo tuttora in crescita, l’Italia – sbocco naturale della via di fuga del Mediterraneo centrale dall’Africa – chiude i suoi porti. La giustificazione addotta è lo stato d’emergenza sanitaria dichiarato il 31 gennaio dal Consiglio dei ministri per la pandemia di Coronavirus: si afferma, in sostanza, che gli approdi italiani non assicurerebbero i requisiti necessari per la classificazione e la definizione di “porto sicuro” (place of safety) proprio a causa della pandemia in corso. Ma, a fronte degli arrivi “spontanei” che non possono ovviamente essere bloccati e del fatto che il divieto non vale (né può valere, del resto) per le navi italiane, è di tutta evidenza che il decreto e la conseguente “dichiarazione di non sicurezza” per tutti gli approdi italiani, sono misure di fatto rivolte esclusivamente contro le navi delle Ong, le uniche che ancora operano o intendono operare per interventi di ricerca e soccorso in una realtà sempre più difficile e densa di rischi mortali. Ne consegue che il provvedimento, nel suo complesso, ha tutta l’aria, in realtà, di essere quasi una misura punitiva rivolta specificamente contro chi ancora va per mare nel tentativo di salvare vite, quasi a concludere la lunga catena di altri dolorosi, incomprensibili provvedimenti analoghi, dettati dalla politica di chiusura e respingimento adottata ormai da anni da parte del Nord del mondo nei confronti dei disperati in fuga dal Sud. A prescindere dalla sorte a cui questi disperati vengono condannati.
Non solo. A conferma di come questo decreto sia a dir poco incomprensibile, va ricordato che l’eventuale rischio di contagio da parte di profughi sbarcati in Italia è stato già affrontato e risolto fin dall’inizio dell’emergenza, alla fine di gennaio, decidendo di prescrivere la quarantena per tutti i migranti accolti e gli stessi equipaggi delle navi Ong che li hanno soccorsi in mare.
Un secondo punto da considerare è che la pandemia non riguarda ovviamente soltanto l’Italia. Nella stessa, identica, difficile situazione si trovano tutti gli altri Stati europei del Mediterraneo. Applicando il principio posto alla base del decreto, i profughi/migranti dovrebbero trovare ovunque le porte chiuse e, dunque, essere respinti Libia. Mandati a morire, cioè, nell’inferno dal quale sono riusciti a fuggire a prezzo di mille rischi e dove, per quanto possa apparire incredibile, il coronavirus fa meno paura non solo della guerra in corso ma, soprattutto, dei lager dove i migranti sono detenuti, delle uccisioni sistematiche, delle torture, della riduzione in schiavitù, degli stupri e delle violenze di ogni genere da cui i profughi soccorsi dalle Ong cercano di mettersi in salvo.
E ancora. Pur senza sottovalutare minimamente le difficoltà del momento, che non solo l’Italia ma l’intera Europa ed anzi l’intero pianeta si trovano ad affrontare, occorre avere la forza e la coscienza di non dimenticare mai quel caposaldo della nostra società e della nostra democrazia che si concretizza nel rispetto rigoroso, irrinunciabile, dei principi di solidarietà e di soccorso nei confronti di persone in pericolo di vita, previsti dal diritto internazionale e dalla Costituzione italiana. Principi che non possono in alcun modo essere messi in discussione – neanche in una situazione grave come la pandemia in corso – se non rinunciando a quel “restare umani” che è vitale per il nostro “stare insieme” e proprio perciò essenziale non solo per affrontare le difficoltà attuali ma per avere la forza di ricominciare e ricostruire. Perché la sfida è proprio questa: sarà la sorte riservata ai migranti a indicare il modo con cui usciremo da questa crisi: se cioè ne usciremo cercando di realizzare un futuro diverso e migliore o se invece sarà prevalsa per l’ennesima volta la logica egoista, inumana, di alzare barriere anche di fronte all’ultima speranza di salvezza di migliaia di disperati.
Ecco, allora, lo scopo e il significato di questo appello: revocare totalmente quel decreto e riaprire i porti. Non deve spaventare se questo ripensamento equivarrà ad ammettere un errore. Anzi, è proprio degli spiriti forti e intellettualmente onesti saper ammettere i propri errori.
Tavolo Asilo Nazionale
Le associazioni del Tavolo Asilo Nazionale manifestano la propria preoccupazione per il decreto interministeriale emesso il 7 aprile 2020 n. 150 in cui il ministro delle infrastrutture e trasporti, di concerto con altri ministri, dichiara che per l’intero periodo dell’emergenza sanitaria nazionale i porti italiani non assicurano i necessari requisiti per la classificazione e definizione di porto sicuro (place of safety) solo per le navi soccorritrici battenti bandiera straniera che abbiano soccorso esseri umani fuori dalle nostre acque Sar.
La dichiarazione appare inopportuna e non giustificabile in quanto con un atto amministrativo, di natura secondaria, viene sospeso il Diritto Internazionale, di grado superiore, sfuggendo così ai propri doveri inderogabili di soccorso nei confronti di chi è in pericolo di vita.
Si attacca ancora una volta il concetto internazionale di porto sicuro, la cui affermazione ha trovato conferma nelle decisioni della Magistratura.
Pur consapevoli del momento complesso che ci troviamo ad affrontare, è importante garantire il rispetto dei principi di solidarietà e di umano soccorso, che non possono essere negati sulla base di tesi opinabili che riguardano la competenza nei soccorsi in mare ed il luogo in cui vadano condotti esseri umani in pericolo di vita.
E’ opportuno sottolineare che il ministero della salute attraverso l’Usmaf (Uffici di sanità marittima, aerea e di frontiera: ndr) si è già attrezzato per la quarantena delle navi che hanno soccorso migranti ed ha già disposto le linee guida. Inoltre è necessario ribadire che l’autorità preposta a intervenire nei soccorsi è l’Mrcc che riceve per primo la richiesta di coordinamento e non l’autorità di bandiera.
Le associazioni del Tavolo Asilo Nazionale ribadiscono che, anche in questo momento difficile per l’Italia, la Libia è un paese in guerra, dove i migranti sono oggetto di torture e schiavitù.
Attualmente la Alan Kurdi è al limite delle nostre acque nazionali in attesa che le venga assegnato un porto sicuro dalle nostre autorità. Le associazioni del Tavolo Asilo Nazionale chiedono fermamente al Governo italiano di operare senza indugi in tal senso.
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