1 maggio: libertà è sicurezza. Ripartire senza ispettori, si può?

Ripartire, riaprire, riaccendere i motori… appaiono slogan neofuturisti, usati come promessa di normalità, incentrati più sul quando che sul come tornare alle libertà personali in modo diversamente sicuro. Nei prossimi giorni la ripresa della vita civile, con un ripristino graduale delle libertà personali, è formalmente affidata a un’autocertificazione o comunque all’autoresponsabilità delle imprese che dovranno seguire l’ultimo DPCM e soprattutto i protocolli allegati, firmati tra le parti sociali. Ma ci si chiede quando, chi, e soprattutto come, controllerà che quanto messo nero su bianco dalle imprese corrisponda effettivamente agli adempimenti a tutela dei lavoratori, dell’ambiente di vita e della salute collettiva, e quindi delle nostre libertà.
E ricordiamoci che non esistono soltanto le imprese che danno lavoro: il più grande datore di lavoro è lo Stato (e tutte le altre pubbliche amministrazioni) dove è lecito chiedersi chi, in ciascun ufficio, scuola, caserma, ospedale, provvederà ad analoghi adempimenti e si assumerà la responsabilità di sottoscrivere e garantire che tutti i dipendenti di quell’ufficio possono rientrare a lavoro, sicuri di trovarsi in un ambiente immune dal pericolo di contagio. Le pubbliche amministrazioni dal 1994 con l’entrata in vigore del noto decreto 626 e poi dal 2008, con il testo unico sulla sicurezza del lavoro, sono state le ultime ad adeguarsi e tuttora molte di esse nemmeno esaurientemente. Lo smart working in queste settimane è stato la corsia d’emergenza per evitare l’interruzione totale dei pubblici servizi ma è una modalità di lavoro improvvisata in poche ore, che presenta altri specifici problemi di sicurezza, sempre a carico del datore, e non tutti scaricabili sulla sfera casalinga del dipendente.
Per esigere che nel pubblico e nel privato l’autocertificazione non sia un mero onere burocratico, assunto sbrigativamente pur di riaprire, occorrono i controlli e soprattutto i controllori, che da anni sono già in grave deficit di organico. Gli ispettori delle 108 ASL, variamente ribattezzate dai Governatori regionali, che hanno competenza generale, sono oltre 4.000 ma soltanto 2.200 di questi si occupano di vigilanza sui luoghi di lavoro, la metà circa di quelli in servizio 10 anni fa; al 31 dicembre 2019, gli ispettori del lavoro, competenti sui cantieri edili e su altre specifiche attività, erano 2561 ma soltanto 222 (la media di circa dieci per regione) appartengono ai ruoli tecnici che effettuano i sopralluoghi in azienda con competenze specifiche. La riforma del Jobs act, che ha istituito l’Ispettorato Nazionale del Lavoro, accorpando in un’unica agenzia anche gli ispettori dell’Inps e dell’Inail, su questo punto è rimasta un’altra opera incompiuta, facendo saltare il disegno legislativo di una Agenzia che riunisse tre corpi ispettivi per operare in sinergia una vigilanza quasi a 360 gradi sul lavoro.
A ingessare il sistema dei controlli concorre almeno una decina di altri corpi ispettivi sul lavoro con competenze specifiche in materia ferroviaria, mineraria, antincendio, militare, giudiziaria etc. e si badi che determinati controlli mirati richiedono necessariamente un coordinamento esterno tra i vari corpi ispettivi e altre forze di polizia.
Ciliegina sulla torta, il Governo anche con l’ultimo DPCM del 26 aprile in forza dell’emergenza sanitaria ha attribuito ai prefetti il potere di “assicurare l’esecuzione delle misure” previste dal decreto che a sua volta recepisce i protocolli avvalendosi delle forze di polizia, delle forze armate, dei vigili del fuoco e, specificamente in materia di sicurezza del lavoro, il prefetto si avvale degli ispettori del lavoro (che sono dipendenti di un’agenzia che fa capo al Ministero del Lavoro) e dei Carabinieri del nucleo tutela del lavoro. In breve, il prefetto quale autorità provinciale di pubblica sicurezza, per prevenire violazioni, non avendo proprie risorse con specifiche competenze, dispone degli ispettori del lavoro che, da un lato, non rivestono la qualifica di agenti pubblica sicurezza e, dall’altro, se riscontrano dei reati, nella qualità di ufficiali di polizia giudiziaria, devono riferire alla magistratura, per il principio dell’art. 109 della Costituzione. Si è creato così (fino a quando?) un nuovo ibrido organo di vigilanza in capo al prefetto sovrapposto (o imposto) all’INL, cui sottrae le già scarse risorse, impossibilitate quindi a dedicarsi ai compiti di istituto. Nel frattempo tale disposizione esclude i servizi delle ASL (facenti capo alle Regioni, quindi a 20 diverse politiche sanitarie) che restano titolari della autonoma competenza generale sulla sicurezza del lavoro. Gli ispettori del lavoro, con le direttive del prefetto, controlleranno l’esecuzione aziendale dei protocolli che dettano linee guida in materia di informazione, accesso, organizzazione aziendale, sorveglianza sanitaria, lavoro agile, con la presenza di un “comitato anti covid”.
E’ pura utopia e ipocrisia pensare che siffatto sistema sia idoneo ad accertare che la sicurezza autocertificata non sia mera apparenza cartacea ma corrisponda all’effettiva realtà. Utopia ancor più irrealizzabile se si considera che per le poche forze ispettive, in questi anni, l’obiettivo ambizioso di controllare il 5% delle imprese è stato mancato da parecchie regioni, con il risultato certo di graziare il 95% delle imprese.
L’improbabilità dei controlli, un elementare pragmatismo, o se si vuole il pessimismo dell’intelligenza, impongono di non affidarsi all’autoresponsabilità di una certificazione domestica.
Si può suggerire allora una proposta in sette mosse:
1) E’ l’ora di un’Agenzia unica per la sicurezza del lavoro, per la quale dal 2018 giace in Senato un disegno di legge, mai portato in discussione: se non ora quando?
2) Nel frattempo, con urgenza occorre un reclutamento straordinario di ispettori presso le ASL e l’Ispettorato Nazionale del Lavoro, per un periodo di 1-2 anni. Come è stato possibile per la Protezione Civile in pochi giorni assumere a contratto, per un periodo limitato, medici e operatori sanitari, così, fermo restando i requisiti di competenza, può procedersi per gli ispettori;
3) Il reclutamento può avvenire tra ex ispettori in pensione (come appena disposto per i medici o prima ancora per i magistrati di cassazione addetti alla sezione tributaria), e, fermo restando i requisiti, con la mobilità da altre amministrazioni, o selezionandoli dal lungo elenco di persone che godono del reddito cittadinanza (scelti dai navigators che esistono anche per far incontrare domanda e offerta di lavoro), o ancora chiamando per titoli i candidati del concorso per ispettori, tanto declamato in Parlamento due anni fa dall’allora Ministro del lavoro e di cui ancora non si sono tenute nemmeno le prove di selezione;
4) Le somme donate alla Protezione Civile, proprio per la lotta al Covid, possono destinarsi a fornire mascherine, presidi sanitari e quant’altro anche agli ispettori se è vero che – come denunciato dai sindacati degli ispettori del lavoro – non hanno ancora avuto specifici mezzi di protezione individuali: sembra un paradosso ma chi deve controllare se nei luoghi di lavoro vi siano i mezzi protettivi ad oggi non li ha nemmeno per sé;
5) Le somme raccolte dalla Protezione Civile possono anche sostenere la retribuzione di ispettori o collaboratori assunti a contratto, e aggregati o comandati presso le ASL e le Direzioni Provinciali del Lavoro, proprio per vigilare sul rischio contagio;
6) La formazione iniziale intensiva può avvenire on line e affiancando i neoispettori a colleghi più anziani per un periodo di tirocinio (qualcosa di simile nel luglio 2019 l’Inps lo ha realizzato per formare 3507 nuovi funzionari neoassunti con un concorso espletato in soli otto mesi);
7) Atteso che gli ispettori non hanno automezzi di servizio ma si muovono con auto proprie, gratificati da un’indennità chilometrica, sarebbe sufficiente modificare la norma in materia di stupefacenti che consente al giudice di assegnare le auto sequestrate nel corso delle indagini in materia di droga alle forze dell’ordine aggiungendo che tale assegnazione può essere disposta “anche a favore delle ASL e dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro”.
Queste sette mosse consentirebbero di avere subito la disponibilità di migliaia di ispettori e centinaia di auto di servizio, a costo zero.
Esiste già un’esperienza amministrativa molto simile: dopo l’incendio di un capannone a Prato, il primo dicembre 2013, in cui morirono sette lavoratori cinesi, la Regione Toscana in accordo con l’autorità giudiziaria, ha assunto per tre anni 75 ispettori con lo scopo di controllare la realtà imprenditoriale soprattutto nell’area ove è prevalentemente presente la comunità cinese. Al termine dei tre anni il bilancio è stato estremamente positivo: sono state riscontrate il triplo di contravvenzioni rispetto al periodo precedente, incassate somme di gran lunga superiori a quelle necessarie per stipendiare gli ispettori, sono stati scoperti una serie di reati satelliti, dall’evasione fiscale ai reati edilizi, e soprattutto è stato bonificato il territorio da numerose imprese che operando in spregio alle norme facevano una spietata concorrenza sleale a quelle che lavoravano in regola.
Ora, qualsiasi regione per le proprie ASL potrebbe riprendere o ampliare velocemente questo esempio e dimostrare che gli ispettori non costano ma anzi rendono, innanzi tutto alla collettività. E questo lo vogliamo veramente?
In modo eguale anche se in situazioni diverse il Covid ci ha reso tutti deboli, insicuri, vulnerabili nei diritti fondamentali. Libertà è sicurezza, pubblica, privata, lavorativa, purché reale ed effettiva. A dirlo non è il Covid ma gli articoli 13 e 41 della Costituzione.
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