Profughi. Frontiera orientale: l’ipocrisia mortale delle “riammissioni”

Tre degli ultimi li hanno presi mentre camminavano sulla superstrada, in fila indiana, alle porte di Trieste. Vengono dall’Afghanistan. Sono arrivati alla frontiera italiana sul Carso dopo un viaggio lunghissimo e pericoloso. Mesi di odissea attraverso l’Iran, l’Iraq, la Turchia e da qui in Grecia, per affrontare poi la “rotta balcanica”: la Bosnia, la Croazia e infine la Slovenia, fino al passo di Basovizza, sull’altipiano proprio sopra Trieste. L’anno scorso ne sono arrivati in questo modo oltre 8 mila. Secondo alcune stime, anzi, più di 9 mila. Quest’anno ne sono stati contati finora circa 840. Ma è una stima ufficiosa. Forse sono anche di più. Sicuramente non di meno. Quello che è certo è che dal Viminale e dalla Prefettura non filtra neanche una virgola sui dati ufficiali dei profughi entrati in Italia dal confine orientale. Il flusso, abbastanza consistente all’inizio dell’anno, si è affievolito di molto, fin quasi ad arrestarsi del tutto, nei mesi di lockdown per la pandemia di coronavirus. Dopo Pasqua, però, è ripreso come nel 2019, con arrivi pressoché costanti, in genere a piccoli gruppi, ma con punte a volte di diverse decine di persone al giorno, specie nelle ultime settimane di maggio.
Alcuni pensano di restare in Italia. La maggioranza vorrebbe solo “transitare” per cercare di raggiungere un altro Stato europeo: la Germania, ad esempio, o la Svizzera, i Paesi Bassi, la Svezia, la Norvegia. Ma si trovano di fronte l’ennesimo muro. Non un muro fisico, fatto di cemento e filo spinato, come pure ha proposto mesi fa Massimiliano Fedriga, il governatore del Friuli, lungo la linea di confine. Un muro, però, altrettanto e forse anche più difficile da superare, fatto di norme spesso in contrasto con leggi e regolamenti internazionali, di accordi politici bilaterali tra Governi e, non ultime, di ronde di polizia, rinforzate proprio in questi giorni dall’arrivo di altri 60 agenti a Trieste e dall’impiego di reparti dell’Esercito. Accade così che sempre più spesso, una volta rintracciati, i profughi/migranti vengano espulsi e riportati in Slovenia, al di là del confine che hanno appena passato. La procedura è rapidissima perché l’espulsione è vincolata a due condizioni: che il blocco sia avvenuto nelle vicinanze della frontiera e che la “riconsegna” avvenga entro poche ore. Di fatto, dei respingimenti in serie, senza dare la minima possibilità di presentare la richiesta di asilo. Nei documenti ufficiali, però, non c’è traccia nemmeno della parola “respingimenti” perché, pur trattandosi di questo a tutti gli effetti, l’ipocrisia burocratica preferisce parlare di “riammissioni”.
Dal Viminale sarebbero arrivate disposizioni molto rigide in proposito. Stando alle dichiarazioni rese al quotidiano Triesteprima, lo ha confermato indirettamente lo stesso prefetto di Trieste, Valerio Valenti: “Stiamo seguendo l’indirizzo politico del ministro (Luciana Lamorgese: ndr) e facciamo riferimento a un articolo dell’accordo bilaterale tra Slovenia e Italia firmato sì un po’ di anni fa, ma ancora in vigore. In virtù di questo accordo, è possibile effettuare le riammissioni in Slovenia dall’Italia se i migranti si trovano entro dieci chilometri dalla frontiera e purché questa operazione sia fatta entro il pomeriggio, circa le 16,30”.
La questione è stata sollevata con forza dal Consorzio italiano di solidarietà (Ics) di Trieste, con il sostegno di varie organizzazioni umanitarie: Lybra, Duemilauno, Agenzia Sociale e la cooperativa La Collina. “Ricordiamo – hanno scritto alle istituzioni e alla stampa – che non è ammessa alcuna ‘riammissione’ o altra forma di respingimento nei confronti di chi intende presentare la domanda di asilo in Italia”. Il prefetto Valenti, di contro, ha fornito a Triesteprima questa spiegazione: “Un cittadino irregolare che fa il suo ingresso nel Paese, secondo l’accordo, può essere riammesso in un altro paese dell’Unione Europea, come succede anche tra Francia e Italia, e le procedure previste rientrano nel quadro delle disposizioni di tipo europeo internazionali. Il migrante non viene privato della possibilità di fare richiesta d’asilo, in quanto la Slovenia fa parte dell’ambito europeo”. L’Ics, tuttavia, non demorde: “La domanda di asilo – insiste – va comunque registrata nel Paese nel quale lo straniero si trova, con successiva eventuale applicazione del Regolamento Dublino 3 per stabilire se il Paese competente a esaminare la richiesta sia l’Italia o un altro Stato dell’Unione”.
“ Bisogna infatti domandarsi – rileva Gianfranco Schiavone, presidente dell’Ics – se può accadere che un cittadino straniero che manifesta la volontà di chiedere protezione ad un confine italiano possa essere ‘riammesso’ senza formalità (cioè senza un provvedimento che gli sia notificato) nell’altro Paese Ue dal quale stava provenendo. E’ quanto mai dubbio che una persona possa essere oggetto di una misura di polizia che incide sulla sua condizioni giuridica e sulla sua libertà e si ritrovi in un altro Stato senza che tutto ciò lasci traccia e senza, dunque, poterne sindacare la legittimità. A togliere ogni equivoco sul gioco di parole che avvolge i migranti al confine orientale c’è il Regolamento Dublino 3, oggetto di severe e fondate critiche che però vanno esaminate in altra sede. Limitiamoci, in questo caso, a fotografare la norma per ciò che è: all’articolo 3 del Regolamento si chiarisce che “ gli Stati membri esaminano qualsiasi domanda di protezione internazionale presentata da un cittadino di un paese terzo o da un apolide sul territorio di qualunque Stato membro, compreso alla frontiera e nelle zone di transito. Una domanda di asilo è esaminata da un solo Stato membro, che è quello individuato come Stato competente in base ai criteri enunciati al capo III”. Non è affatto detto che l’Italia sia lo Stato competente, perché il Regolamento prevede criteri complessi e scarica gran parte delle responsabilità sul primo Paese dell’Unione nel quale il migrante in fuga abbia fatto ingresso e sia possibile provarlo. Da qui il crudele e inefficace gioco di scambio di richiedenti tra i diversi paesi Ue, ognuno dei quali impegnato al massimo per liberarsi dei richiedenti asilo che ritiene ‘non suoi’ attraverso lunghe procedure. Un punto è però chiaro: il Regolamento Dublino esclude ogni respingimento o riammissione, semplificata o meno, tra Stati confinanti. Ogni domanda va presentata nel Paese in cui lo straniero si trova o alla sua frontiera e poi saranno le procedure del Regolamento a stabilire quale sia il Paese competente ad esaminare la domanda: se quello in cui si trova o un altro”.
Detto per inciso, l’Italia in verità ha sempre contestato alla Francia – a volte anche in termini piuttosto accesi – questo genere di “riammissioni” subite alla frontiera occidentale, sicché non è facile capire come mai poi, alla frontiera orientale, adotti una linea opposta. Forse perché sul Carso le “riammissioni” le impone, anziché subirle come sulle Alpi Marittime. Ma il punto focale non è questo. Il punto focale, oltre al fatto che le “riammissioni” sono proibite, è la sorte a cui sono condannate le persone respinte proprio quando pensavano di aver finalmente concluso la fuga per la vita a cui le hanno costrette situazioni di crisi estrema, fatte di guerre, terrorismo, dittature, fame, mancanza di qualsiasi prospettiva per il futuro. Il Consorzio di Solidarietà e le altre organizzazioni non mancano di denunciarlo. Anzi, è proprio questa denuncia la chiave dell’azione che hanno intrapreso: “Tra Slovenia, Croazia e Bosnia esiste da tempo un fenomeno di respingimenti a catena dei migranti. Un sistema di fatto che li espelle e li allontana illegittimamente dal territorio dell’Unione Europea, dove erano entrati per chiedere protezione. E che spesso si caratterizza per gravi episodi di violenza e soprusi. Come evidenziano tutti i rapporti internazionali sulla cosiddetta ‘rotta balcanica’, con tanto di testimonianze dirette, documentazioni fotografiche e filmate”.
Basta leggerne anche uno solo di questi rapporti. Pagina dopo pagina, emergono sofferenze inumane, violazione sistematica dei diritti più elementari, pestaggi da parte di agenti di polizia o di squadracce paramilitari lasciate agire impunemente, torture, detenzioni illegali. Furti di denaro e cellulari. O prepotenze crudeli, come quella di essere abbandonati scalzi, di notte, in mezzo alla neve. E morti, sempre di più. Ecco, è a questo inferno che rischiano di essere consegnati i migranti “riammessi” in Slovenia. Eppure, nella stragrande maggioranza dei casi, si tratta di gente in fuga da Stati dove è ormai scomparsa ogni speranza. Ad esempio, la Siria sconvolta da oltre dieci anni da una guerra che ha provocato almeno 800 mila morti e oltre 10 milioni tra profughi e sfollati interni. Va avanti così dal 2011 e sembra non debba finire mai: basti ricordare le ultime tragedie delle province di Idlib e di Afrin a nord di Aleppo e della fascia curda al confine con la Turchia. Oppure, l’Iraq, che non è mai veramente uscito dal conflitto iniziato nel 2003 e dove il terrorismo delle milizie fondamentaliste dell’Isis continua a colpire. Il Pakistan, dove i rapporti di Amnesty sulla violazione dei diritti umani registrano una escalation continua, accompagnata da persecuzioni ed arresti arbitrari di chi cerca di opporsi e dove l’ultimo sondaggio nazionale sulla nutrizione indica che circa il 58 per cento delle famiglie non raggiunge la sicurezza alimentare e quasi il 30 per cento della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà, nonostante la crescita pressoché costante dell’economia.
O, ancora, l’Afghanistan, il paese d’origine dei tre ragazzi sorpresi sulla superstrada alle porte di Trieste. I media non ne parlano quasi più, ma la guerra iniziata nel 2001 non è mai finita. Non c’è traccia della “pacificazione” annunciata a più riprese. La pace firmata di recente tra il Governo di Kabul e i Talebani è finita prima ancora di cominciare. Dall’inizio del 2020 a oggi si contano decine di attentati, attacchi, scontri a fuoco, con centinaia di vittime, in una tragica “gara di morte” tra i Talebani e i miliziani dell’Isis. Negli ultimi due episodi, a fine maggio, i Talebani hanno ucciso una trentina di militari governativi. E poco più di due settimane prima, il 12 maggio, un commando dell’Isis ha fatto strage nell’ospedale Dasht e Barchi di Kabul. Il rapporto di Medici Senza Frontiere, che gestisce la struttura, è terribile: “Gli aggressori, fatta irruzione nell’ospedale, sono andati dritti verso la maternità. Ventiquattro persone sono state uccise e almeno 20 sono rimaste ferite. Per la maggior parte si tratta di pazienti. Tra i morti si contano 11 madri, due bambini e una nostra ostetrica. Due neonati sono stati feriti. Durante l’attacco una donna ha dato alla luce il suo bambino. Stanno bene entrambi, ma ora le attività mediche sono sospese e i pazienti sono stati tutti evacuati…”.
Ecco: alzare con le “riammissioni” l’ennesimo muro nei confronti dei profughi è come ostinarsi a non voler vedere queste tragedie..
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