Il lavoro dopo il Covid-19, come ripartire con un nuovo modello di sviluppo?

Nell’epoca della Grande Trasformazione del Lavoro (F. Seghezzi) come ben sottolinea Giuliano Amato: “ il riformismo non ha più gli stampi in cui si erano formate le identità collettive su cui aveva fatto leva per la sua azione e si trova davanti a orizzonti dilatati entro i quali i conflitti si presentano in forma sempre più aspre, nuove e imprevisti.” E ritrovare la “Bussola” nel dinamismo di questo ipercapitalismo diventa difficile, di fronte al pensiero semplicistico della destra sovranista.
Come ricostruire un tessuto culturale progressista poichè “l’analisi. Alfredo l’analisi è tutto” (P. Togliatti rivolgendosi ad Alfredo Reichlin in G. Cuperlo), se non attraverso un impianto solido di idee che abbiano impatto sui luoghi, sulle comunità, e sugli individui nelle loro libertà (B.Trentin) attraverso il dialogo sul lavoro con il Presidente dell’Associazione Lavoro&Welfare Cesare Damiano, già dirigente sindacale della Cgil, Ministro del lavoro e attualmente membro del Consiglio di amministrazione dell’INAIL.
Presidente, come è cambiato il mondo del lavoro nell’attuale crisi da pandemia?
In primo luogo, non nascondiamocelo, è andato al tappeto. Basta prendere il dato della cassa integrazione per rendersene conto. Il Centro Studi Mercato del Lavoro e Contrattazione della nostra Associazione Lavoro&Welfare, ha elaborato i dati diffusi dall’Inps. Nei primi 4 mesi del 2020, l’utilizzo della Cig è stato di 834 milioni di ore. Rispetto al medesimo periodo dello scorso anno, fa l’815,74% in più. E si tenga presente che il 2019 non è stato un buon anno. Infatti, per la prima volta dal 2012 la Cig è tornata a crescere. In quel terribile 2012, si ebbe un totale di un miliardo di ore. Nel 2018 si era scesi a 200 milioni. Un calo ininterrotto dell’80,61%. Nel 2019 la Cig si è incrementata di oltre il 20% sull’anno precedente. Gli 834 milioni di ore di questo primo quadrimestre 2020 non hanno bisogno di commenti.
Poi, ci sono effetti di diversa natura. Certamente, il riconoscimento dell’infezione da Covid-19, contratta al lavoro o negli spostamenti casa-lavoro, alla stregua di un infortunio con il relativo trattamento assicurativo Inail, voluto dal Governo nel decreto “Cura Italia”, è un segno di civiltà.
La “scoperta” del potenziale dello smart working potrebbe essere foriera di cambiamenti positivi il bel giorno nel quale questa crisi sanitaria dovesse giungere realmente alla sua fine; qui resta, certamente, da capire e strutturare contrattualmente il rapporto tra lavoro da casa, alternato a quello in presenza, e vita familiare: un’esperienza che è stata molto difficile per tante lavoratrici e tanti lavoratori.
E inoltre, in questi mesi è venuta alla luce la mai troppo considerata condizione del lavoro autonomo, che ha pagato un prezzo molto alto in questa crisi; e al quale, per la prima volta, si è riconosciuta la necessità di tutela nel campo degli ammortizzatori sociali.
Per contrastare l’attuale crisi, quale modello di relazioni industriali auspica con il legislatore e quale ruolo del sindacato come soggetto sociale (G.P. Cella)?
Da tutte le parti, direi, viene riconosciuta la necessità di un rinnovamento. Che è poi, in realtà, un recupero. Nel senso che, dopo anni in cui si è puntato sulla disintermediazione e sulla riduzione del ruolo dei corpi intermedi, ci si è resi conto che questo modello non funziona.
Non si tratta, insomma, di tornare alla concertazione di un tempo. Anche il lavoro e la rappresentanza sono cambiati con il tempo. E nuovi soggetti sindacali – anche nel campo dell’autonomia, in particolare nel campo delle Pmi – hanno abbracciato la contrattazione di qualità. Perciò, ci si deve avviare sulla strada della certificazione della rappresentanza secondo criteri innovativi. Quanto all’aspetto della soggettività sociale, emergono nuove necessità di rappresentanza che vanno accolte.
E, per queste, si deve attuare una forma di rappresentatività adeguata anche al fatto che, fino a oggi, non sono state inquadrate in una forma di rappresentanza perché sfuggivano alla contrattazione collettiva. Parlo, ad esempio, dei nuovi soggetti della Gig Economy, ma anche di tante forme di lavoro autonomo che è rimasto imprigionato nelle vecchie logiche del “rischio d’impresa”. Non è giusto, perché è lavoro che dipende comunque da una committenza. Lo Statuto del Lavoro Autonomo di cui sono stato relatore nella XVII legislatura è un primo passo nella giusta direzione. Ma la rappresentanza del lavoro, deve andare oltre.
E la sinistra deve ripartire per creare un nuovo pensiero, davvero da un nuovo modello di sviluppo?
In questa fase dobbiamo essere implacabilmente concreti. Dobbiamo ingaggiare una lotta durissima contro il sottosviluppo che attraverserà il mondo come uno tsunami a seguito della crisi economica globale. Non dobbiamo farci illusioni: sarà dura. E ci vorrà tempo. Perciò, dobbiamo essere lucidi e lungimiranti nell’utilizzare gli strumenti che, nel contesto dell’Unione Europea, si vanno delineando.
Prima considerazione: il nostro tessuto produttivo era già sofferente prima del lockdown, come ho sottolineato prima. Ora: è evidente che molte imprese non sopravviveranno a questa crisi.
La Bce sta compiendo un lavoro fondamentale usando il “bazooka” del Quantitative Easing creato dalla Presidenza Draghi e modulato da Lagarde per far fronte a questa nuova crisi. Questo ci permette di applicare con forza gli ammortizzatori sociali facendo debito pubblico. Gli ammortizzatori sociali – io come altri mi sto battendo perché siano estesi a tutto il 2020 – però, non sono eterni. Non si rimedia a tutto con operazioni di welfare.
E qui viene il secondo punto nell’agenda europea che ci può essere di grande aiuto.
Si tratta degli strumenti di Next Generation Europe e del Recovery Plan della Commissione Von der Leyen, in merito ai quali il Commissario europeo per l’Economia, Paolo Gentiloni, sta svolgendo un grande lavoro. Per accedere alla “nostra” fetta dei 600 miliardi del Recovery and Resilience Facility la Commissione chiede una cosa precisa: presentare dei piani di investimento che riguardino il digitale, l’ambiente, la correzione delle strozzature della burocrazia, il sistema della giustizia, l’istruzione. Su questo, il Governo, le forze politiche e quelle produttive, devono trovare rapidamente le convergenze necessarie e produrre i piani da presentare all’Unione.
Ecco: questi piani sono un’occasione da non perdere. Possiamo agire sull’ambiente, sull’adeguamento digitale e su tanti altri campi che ci permettano, da un lato, di costruire uno sviluppo più compatibile in tutti i sensi e, dall’altro, di ricucire in modo adeguato il sistema produttivo: di riportare, insomma, la gente al lavoro e di inserire le nostre imprese in un tessuto europeo competitivo con i giganti del mondo. Tutto questo, avendo il tempo di stabilizzare il debito pubblico prima che si arrivi a dover pagare gli interessi. Questa è la strada e dobbiamo avere il coraggio e la lungimiranza di percorrerla.
La mancanza di “accoglienza politica” (A. Reichlin, A. Touraine) da parte di strutture che facciano politica, e che quindi producano pensiero politico, ignorando la domanda politica porta all’effetto antipolitico di oggi. Come possiamo accogliere quella domanda di senso?
Dando un senso alla nostra azione. Quanto ho detto sopra riguarda anche questo. Perché chi avrà il coraggio di battersi su un fronte riformista che ritrovi i valori fondamentali, troverà spazio nel cuore e nelle menti dei cittadini, dei contribuenti, degli elettori. Se favoriamo un nuovo, vero patto sociale, se ci scrolliamo di dosso lo stigma dell’essere una sorta di “oligarchia” che pensa principalmente alla propria posizione, otterremo successo. Se saremo quelli che riattivano l’ascensore sociale, allora saremo riconosciuti per questo. L’unico modo per sconfiggere l’antipolitica è far politica sul serio.
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