(Ri)Pensare lo sviluppo sostenibile. La sfida ambientale è una chance per la nuova generazione di amministratori locali

La sostenibilità è il processo di cambiamento necessario se vogliamo guardare con responsabilità al futuro del nostro pianeta e delle future generazioni. Per questo è necessaria una strategia a lungo termine che sappia coinvolgere i diversi attori della nostra società, in un’ottica integrata e di collaborazione. Ognuno è chiamato a fare la sua parte: cittadini, enti locali, imprese, associazioni, pubbliche amministrazioni.
Ne parliamo con Monica Tocchi, fondatrice della Rete degli Amministratori per l’Ambiente e giovane consigliera comunale di Castiglion Fibocchi (Arezzo), in passato membro del Direttivo ANCI Giovani Toscana.
Monica Tocchi, quali sono i motivi che l’hanno spinta a fondare la Rete degli amministratori locali interessati ai temi ambientali? Ci descriva le vostre attività e gli obiettivi che vi siete posti.
Ho maturato negli anni una crescente sensibilità verso i temi legati all’ambiente e alla sostenibilità e, come consigliera comunale, ho sentito il dovere di convogliare i miei sforzi in un progetto che vedesse il coinvolgimento di altri amministratori impegnati come me nel migliorare l’ambiente e la qualità della vita delle persone. Ritengo le comunità locali e le politiche messe in atto dalle amministrazioni comunali determinanti per portare avanti azioni concrete, ispirate ai principi di tutela ambientale e compatibili con le esigenze di sviluppo sostenibile. L’ambiente è la sfida del nostro tempo, possiamo e dobbiamo agire rapidamente per correggere gli errori del passato e limitare le conseguenze negative che il modello di sviluppo e di consumo hanno prodotto e continuano a produrre ancora oggi. Come amministratori di piccole e grandi comunità, possiamo promuovere azioni concrete rispetto ai tanti e ambiziosi obiettivi fissati a livello europeo ed internazionale sui temi ambientali, che richiedono azioni sempre più rapide, incisive e congiunte. Servono unità di intenti e strategie condivise e ognuno deve fare la sua parte. Come amministratori locali abbiamo il dovere di farlo. Non dimentichiamo che tutelare l’ambiente significa tutelare la salute delle persone, salvaguardare le risorse del nostro Pianeta senza compromettere la possibilità delle generazioni future di usufruire delle stesse, proteggere la biodiversità e con essa tutte le specie che oggi sono essenziali per la nostra sopravvivenza sulla Terra. Queste sono le considerazioni che ci hanno spinto a far nascere la Rete “Amministratori per l’ambiente”, un progetto che oggi conta sostenitori in tutta Italia e che attraverso lo scambio di buone pratiche ed esperienze virtuose, si pone finalità in linea con gli obiettivi nazionali ed internazionali per affrontare le emergenze legate al clima e all’inquinamento. Una risposta che proveremo a dare attraverso un insieme di obiettivi, inseriti nella Carta dei valori, e che prevedono: l’efficientamento energetico degli edifici pubblici e privati, l’incentivo alla mobilità sostenibile e all’utilizzo dei mezzi pubblici, la promozione della raccolta differenziata e la riduzione della produzione di rifiuti, la valorizzazione e la riqualificazione degli spazi verdi all’interno delle nostre comunità, la promozione di iniziative volte a sensibilizzare le comunità locali. La pandemia ha messo ancora più in luce le criticità legate ai nostri modelli di consumo, offrendoci l’occasione per riflettere e provare a comprendere meglio le sfide del nostro tempo, ripensando lo sviluppo delle comunità, grandi e piccole che siano, in chiave sostenibile e circolare. Saremo bravi se dimostreremo di avere imparato qualcosa e se sapremo alzare lo sguardo oltre le misure dell’emergenza per costruire un futuro migliore, che abbia cura dell’ambiente e della nostra salute.
Che cosa può fare la pubblica amministrazione per cogliere la sfida dello sviluppo sostenibile?
Credo che le amministrazioni pubbliche e il settore pubblico in generale siano fondamentali per il raggiungimento degli obiettivi di Sviluppo Sostenibile fissati dall’Agenda ONU 2030. A oggi sono circa 3 milioni le persone che prestano servizio nella PA, con una incidenza nella spesa pubblica pari a quasi il 17% del PIL nazionale, una percentuale molto alta che, se orientata verso scelte sostenibili, produrrebbe un impatto significativo nella salvaguardia delle risorse naturali, a partire da metodi e modelli di lavoro sostenibili. Pensiamo all’applicazione di pratiche di consumo sostenibile all’interno dei luoghi di lavoro, come favorire la digitalizzazione nella gestione dei processi amministrativi, risparmiare carta e differenziare i rifiuti, adottare accorgimenti anti-spreco per il risparmio energetico, evitare il consumo di plastica monouso, privilegiare la mobilità sostenibile negli spostamenti verso i luoghi di lavoro, attraverso l’uso di biciclette, mezzi pubblici, car sharing. Si genererebbero ingenti risparmi in termini di carta, plastica, acqua e CO2.
La PA ha fatto passi in avanti in questi anni, grazie alla crescita degli ‘acquisti green’ e alla riduzione della spesa pubblica per carta e cancelleria, questo ad esempio anche grazie all’adesione di scuole, università, ministeri, regioni e comuni alla campagna ‘plastic free challenge’. Nell’ambito degli appalti pubblici oltretutto le PA sono tenute applicare i CAM (Criteri Ambientali Minimi), ovvero requisiti ambientali ed ecologici definiti dal Ministero dell’Ambiente volti ad indirizzare le Pubbliche Amministrazioni verso una razionalizzazione dei consumi e degli acquisti fornendo indicazioni per l’individuazione di soluzioni progettuali, prodotti o servizi migliori sotto il profilo ambientale. Questo chiaramente è a garanzia di una politica in materia di appalti pubblici verdi che sia incisiva nella riduzione degli impatti ambientali in tutti quei settori che vanno dai rifiuti urbani, alla sanificazione delle strutture sanitarie, alla ristorazione, alle apparecchiature informatiche da ufficio, all’illuminazione pubblica, alla pulizia degli edifici etc…
Si sono dunque registrati risultati positivi ma ancora insufficienti rispetto agli ambiziosi obiettivi posti dall’agenda 2030, che richiede ancora molti sforzi. Il report pubblicato a maggio 2019 ‘Green PA. Pratiche di sostenibilità a lavoro’ e realizzato da FPA, mostra che le politiche e le strategie delle PA risultano ancora inadeguate per il ruolo che la stessa dovrebbe giocare nel raggiungimento degli obiettivi ambientali 2030. Per questo occorre fare di più, in questo senso credo sarebbe necessario uno sforzo congiunto a livello dei diversi ambiti amministrativi e istituzionali per far sì che il processo di transizione verso gli obiettivi di sostenibilità avvenga quanto più possibile in maniera condivisa e integrata. Un approccio multilivello fondato sul dialogo e sulla collaborazione tra Pubblica Amministrazione, Enti Locali, Università, Scuole, per il raggiungimento degli obiettivi dettati dalla rivoluzione ‘green’.
Che cosa pensa dell’attività dell’ASVIS e del Manifesto di Assisi?
Da una parte abbiamo un’Alleanza, nata per far crescere la consapevolezza dell’importanza dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e finalizzata ad un maggiore coinvolgimento di istituzioni, categorie economiche, associazioni e reti di associazioni della società civile, università e centri di ricerca, nella realizzazione degli Obiettivi di sviluppo sostenibile. Dall’altro abbiamo un Manifesto, quello di Assisi, presentato a gennaio 2020 e sottoscritto da imprese, economisti, associazioni e rappresentanti delle istituzioni, che parla di un’economia a misura d’uomo, capace di abbinare sostenibilità e crescita inclusiva nei territori per contrastare il cambiamento climatico. Due realtà diverse ma con un comune denominatore: promuovere la sostenibilità in ogni ambito, da quello ambientale a quello economico, a quello sociale. Mi sentirei di sintetizzare: più siamo, meglio è.
L’economia circolare è la via necessaria per la transizione verso un’economia green. A che punto siamo in Italia?
Il passaggio a un’economia circolare è decisivo per la rivoluzione green. Estendere il ciclo di vita di un bene attraverso il recupero e il riciclo dello stesso, significa ridurre la quantità di rifiuti prodotta. Il rifiuto non è più considerato scarto ma valore, da reimmettere all’interno del ciclo produttivo per dargli nuova vita. Siamo di fronte a una grande emergenza: assistiamo sempre più a un aumento esponenziale della domanda di materie prime e al contempo a una scarsità di risorse disponibili. Per far fronte a questa emergenza e alle tonnellate di rifiuti che ogni anno vengono prodotte a livello mondiale, serve un ripensamento del modello produttivo in ottica circolare.
L’Italia è tra i Paesi più virtuosi nel panorama internazionale nell’ambito dell’efficienza energetica, dell’utilizzo di tecnologie rinnovabili e di recupero dei materiali. Siamo al secondo posto dietro alla Germania nel riciclo dei rifiuti urbani e in ottima posizione nell’ambito dei rifiuti da imballaggio. Tuttavia, nonostante l’eccellente posizionamento in ambito europeo in molti settori dell’economia circolare, stiamo già assistendo a un rallentamento dovuto, da un lato, alla scarsità di investimenti e, dall’altro, alle criticità sul fronte normativo, vista la mancanza di una Strategia nazionale e di un Piano di azione per l’economia circolare, necessari per avviare lo sviluppo di un’adeguata ed efficiente strategia di trasformazione e riconversione industriale.
Serve fare di più per stare al passo con la tabella di marcia rappresentata a livello europeo dal Green Deal, l’ambizioso piano varato a dicembre scorso dalla Commissione europea, e che oggi rappresenta la nuova strategia di crescita dell’UE per la transizione verso un’economia green, decarbonizzata e circolare. Sarà anche fondamentale agire a livello normativo per semplificare e velocizzare la disciplina dell’“end of waste”, ovvero la cessazione della qualifica di rifiuto, per cui oggi siamo ancora in attesa dei tanti decreti (circa venti) necessari allo sblocco di tutti quei settori che intendono convertire i rifiuti in prodotti, attraverso il loro reinserimento nel ciclo produttivo. Una soluzione a questo ritardo potrebbe essere quella di attribuire nuovamente alle Regioni la competenza ad autorizzare la cessazione della qualifica di rifiuto ‘caso per caso’ impedendo pertanto il blocco legato allo sviluppo di nuove attività di riciclo.
E cosa possono le agenzie di socializzazione, come la scuola in termini di diffusione di conoscenza e messa in opera di iniziative volte allo sviluppo sostenibile?
La scuola rappresenta un veicolo straordinario per formare cittadini consapevoli e rispettosi del valore dell’ambiente e delle sue risorse. E’ necessario coinvolgere le nuove generazioni in un grande piano educativo che favorisca percorsi finalizzati a una sempre maggiore consapevolezza e sensibilità verso i temi ambientali, per trasmettere i valori del rispetto per l’ambiente e la tutela del mondo in cui viviamo. L’educazione allo sviluppo sostenibile oltretutto è esplicitamente riconosciuta nel Target 4.7 dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite: “Entro il 2030, assicurarsi che tutti gli studenti acquisiscano le conoscenze e le competenze necessarie per promuovere lo sviluppo sostenibile attraverso, tra l’altro, l’educazione per lo sviluppo sostenibile e stili di vita sostenibili, i diritti umani, l’uguaglianza di genere, la promozione di una cultura di pace e di non violenza, la cittadinanza globale e la valorizzazione della diversità culturale e del contributo della cultura allo sviluppo sostenibile”. E’ importante insegnare agli studenti, a partire dalle scuole dell’infanzia, che ciascuno può avere un ruolo attivo e dare il proprio contributo nella salvaguardia dell’ambiente.
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