Workers buy out Cooperativo. Le imprese rigenerate dai lavoratori come elemento di una Nuova Politica Industriale. I ntervista al res ponsabile Cooperative industriali Legacoop nazionale, Gianluca Verasani

Molteplici economisti e analisti, affermano che la crisi da Covid19 che sta affrontando il mondo globale non sia una congiuntura meramente economica; ma sia una crisi strutturale che inerisce le dimensioni sanitarie, ambientali e sociali (M. Mazzucato, 2020, L. Tronti 2020).

Un modello, una vision insostenibile per il futuro più prossimo del sistema mondo,da qui la consapevolezza di un pensiero“ecologico ambientale” che poggi le sue fondamenta su un modello di sviluppo davvero più responsabile socialmente, il quale metta al centro dell’economia civile “la persona”(S. Zamagni, L. Bruni, L. Becchetti, A. Smerilli.) in termini partecipativi e di attivazione di processi comunitari di impresa.

Un modello descrittivo in questo senso è l’esperienza delle imprese cooperative rigenerate dai lavoratori, i quali diventano cooperatori e “fanno sviluppo”.

Ne parliamo con Gianluca Verasani, dirigente Legacoop nazionale e responsabile del comparto industriale di LegacoopProduzione e Servizi.

Ci introduca alla storia economica di sviluppo del wbo come strumento recupero cooperativo delle imprese in difficoltà, come funziona dal punto di vista non solo normativo, ma organizzativo?

Nella storia dell’industria italiana sono tante le storie di imprese di capitale recuperate in  forma cooperativa. Basti ricordare che nel primo dopoguerra, dopo la distruzione operata dal regime fascista, la ripartenza del tessuto produttivo vide la nascita di cooperative di lavoro, di consumo e di conferimento, in alcuni casi da aziende preesistenti. La data però che istituisceuna norma a sostegno della nascita di nuove cooperative è il 27 febbraio 1985, quando sulla Gazzetta Ufficiale viene pubblicata la “legge Marcora”. Norma postuma, in quanto il senatore Giovanni Marcora morì due anni prima, ma fu grazie al suo impegno che quella legge fu introdotta nel nostro ordinamento e permise il supporto finanziario dello Stato alla creazione di nuove imprese cooperative. Un’altra data fondamentale è il 31 gennaio 1992, che vede la nascita della legge 59. La norma istituisce i fondi per la promozione e lo sviluppo della cooperazione. Si tratta di una norma che da sempre suscita l’attenzione dei cooperatori di tanti altri Paesi, perché il meccanismo di finanziamento è particolarmente interessante. Coopfond, il fondo della Lega delle Cooperative, che si chiama Fondo Sviluppo in Confcooperative e General Fond in AGCI, si alimenta, oltre ai dividendi delle partecipazioni, con il 3% dell’utile di bilancio delle cooperative aderenti all’associazione di riferimento. Si tratta di un conferimento obbligatorio per legge e che genera ulteriori risorse sia per il movimento cooperativo sia per il Paese, perché salvaguardare i posti di lavoro significa creare ricchezza.

La nascita di una nuova cooperativa non è mai un processo semplice, è necessario il coinvolgimento di tante figure diverse, a partire dalle lavoratrici e lavoratori ed includendo le risorse del movimento cooperativo, i sindacati, i consulenti, le istituzioni locali, gli addetti alle procedure fallimentari, gli istituti bancari, fino alla proprietà dell’impresa da cui nasce il Wbo.

Ci può descrivere in questo paradigma, una best practices che ha incontrato nella sua storia di cooperatore, per esempio quella della Ceramisia?

Ceramisia oggi si chiama Ceramiche Noi Società Cooperativa, si trova a Città di Castello e la sua storia è stata raccontata sui media perché si tratta di un simbolo di un’impresa rinata in forma cooperativa, a partire dalla decisione della proprietà a delocalizzare la produzione in Armenia. I fattori decisivi per il successo sono stati molteplici: la grande determinazione dei soci, che da subito hanno pensato a far ripartire l’impresa, la competenza dei colleghi di Legacoop Umbria che li hanno assistiti, gli amministratori della città, la rapidità ad assumere decisioni ed infine i prodotti, le loro bellissime ceramiche da tavola. In cooperazione la forza è sempre il risultato di uno sforzo corale.

L’esempio di Ceramiche Noi è che esiste una soluzione alle crisi d’impresa, in particolare delle PMI, che sono la stragrande maggioranza delle imprese italiane. Ceramiche Noi nasce come risposta alla delocalizzazione, ma ci sono esempi di cooperative nate da cessazioni di attività, da mancato ricambio generazionale e da imprese confiscate alla criminalità organizzata.

In Legacoop avete promosso una cabina di regia per le imprese sostenibili e 4.0?

Legacoop sostiene da sempre un modello d’impresa che coniuga l’efficienza con la sostenibilità. Non potrebbe essere diversamente, le cooperative sono fortemente radicate sul territorio nel quale operano, i soci che le compongono sono gli stessi cittadini che vivono su quelle terre, che respirano l’aria e bevono l’acqua di quei luoghi. Sono numerosi gli strumenti che Legacoop mette a disposizione dei propri associati per affrontare i temi posti nella domanda, a partire dall’adesione all’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile. Il presidente dell’assemblea dell’ASVIS è Pierluigi Stefanini, attuale presidente del gruppo Unipol, la compagnia assicurativa aderente alla nostra associazione. Così come Innovacoop, società appartenente a Legacoop Emilia Romagna, si occupa del sostegno alle imprese cooperative per la trasformazione digitale e per dotarle di strumenti e competenze secondo il piano nazionale Impresa 4.0. La ripresa post Covid, o meglio, in fase di attenuazione della pandemia, si deve affrontare pensando che la manifattura italiana, la seconda a livello europeo, ha dovuto scontare i problemi legati a filiere molto lunghe e quindi poco resilienti. Serve la consapevolezza che solo riappropriandosi di know-how e capacità produttiva si può far fronte meglio ad emergenze come quella attualmente in corso.

Come nasce il progetto “mascherine cooperative” per l’emergenza sanitaria, la riconversione produttiva?

Le mascherine cooperative Co-ver nascono da un progetto che una cooperativa sociale di Verona, Progetto Quid, stava sviluppando in autonomia, utilizzando le competenze derivanti dalla propria esperienza di lavoro nel tessile e nella produzione di capi d’abbigliamento. Durante la fase di lockdown, alla metà di marzo, ci siamo posti il problema della produzione di mascherine, a fronte di una indisponibilità che purtroppo ha causato i gravi problemi che ben conosciamo. Dopo diverse telefonate tra colleghi dei diversi territori, siamo riusciti a trovare la disponibilità di diverse cooperative, dal Veneto, all’Emilia Romagna, fino alla Calabria.

Progetto Quid ha realizzato un video tutorial che ha messo a disposizione delle altre cooperative, così come ha predisposto i modelli ed ha reperito le materie prime. Occorrevano risorse finanziarie immediate, così il fondo Coopfond ha messo a disposizione un finanziamento in tempi rapidissimi, finalizzato all’acquisto del tessuto. La scommessa era importante, significava ordinare materie prime per realizzare 400.000 pezzi, che in quel momento sembravano un’enormità. Dopo una serie infinita di videoconferenze (l’unico modo di organizzare tutta la filiera) si decise di procedere identificando Progetto Quid a capo della filiera, includendo cooperative che precedentemente realizzavano camicie, capi d’abbigliamento oppure hanno laboratori di cucito, una cooperativa che realizza cravatte che taglia a misura le mascherine fino ad un paio di cooperative che si occupano della commercializzazione.

Ad oggi le mascherine prodotte e vendute superano il milione e mezzo di pezzi e la filiera continua il proprio lavoro. Un elemento particolarmente significativo è rappresentato dalla sostenibilità del prodotto. Si tratta di una mascherina in cotone e lavabile, che significa ridurre l’impatto sull’ambiente di un oggetto che ormai troviamo sparso ovunque, fino ai nostri mari.

Ma davvero il modello cooperativo è cosi ideale per una economia dei beni comuni, e per la sostenibilità del sistema paese?

La cooperazione è un modello d’impresa in grado di competere sul mercato e di collaborare con le imprese pubbliche e di capitale. Le cooperative sono parte integrante dei territori sui quali operano, la loro proprietà diffusa richiede un grande sforzo di democrazia che si coniuga con l’efficienza d’impresa. L’elemento principale è che si tratta di società di persone e quindi la differenza, nel bene e nel male, la fanno loro, le donne e gli uomini che vogliono condividere una sfida. Di certo è che se vogliamo dare un nuovo protagonismo alle lavoratrici ed ai lavoratori dobbiamo offrire loro la possibilità, nel caso l’impresa nella quale operano rischi di non garantire la continuità dell’attività, di diventare padroni del proprio destino. Così come la cooperazione può diventare un’opportunità per la creazione di nuove imprese, perché esistono strumenti e mezzi che un singolo lavoratore, pur dotato di grandi idee, non sarebbe in grado di mettere in campo per realizzare le proprie aspirazioni. Una vittoria collettiva è ancora più bella perché è condivisa con gli altri.

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