Politiche industriali, modelli produttivi, politiche regionali nell’era della crisi da Covid-19. Dialogo con la dott.ssa Daniela Freddi, ricercatrice presso IRES Cgil Emilia Romagna

E’ ancora forte lo spavento, sulle persone, sui mercati internazionali e l’inazione di molti territori e nazioni nella direzione di rispondere alla crisi pandemica, dovuta alla non conoscenza della fenomenologia e portata dell’evento globale, ancora oggi in atto. Ma vi sono alcuni territori che pur colpiti in maniera sistemica, hanno definito politiche industriali più cogenti verso lo sviluppo, e più efficaci “nell’abitare la complessità” (P. Dominici) della fase, ne parliamo con dott.ssa Daniela Freddi, ricercatrice senior presso IRES Cgil Emilia Romagna, esperta di sviluppo economico locale, innovazione tecnologica ed evoluzione dei settori industriali con particolare attenzione agli aspetti relativi alle strategie di impresa e alle loro relazioni orizzontali, e verticali.
Avendo lei molta esperienza di ricerca (oltre che per l’istituto IRES anche per la P.A.) sul campo attività produttive e politiche industriali, ci può descrivere il “modello emiliano”?
Quando si parla di “modello emiliano” si fa riferimento solitamente a due aspetti, uno di natura strutturale e uno relazionale. Il primo si è consolidato nella letteratura economica di diversi anni fa che individuava una struttura produttiva locale caratterizzata dalla piccola impresa e dai distretti industriali e appartenente alla cosiddetta “Terza Italia”, ovvero quei territori sub-nazionali che non rientravano pienamente nella lettura dicotomica dello sviluppo che contrapponeva il Nord al Sud.
In secondo luogo, il modello emiliano richiama un contesto relazionale meno caratterizzato dal conflitto e dalla competizione rispetto ad altri territori, sia tra le imprese che tra le parti sociali. Nel complesso, un modello di sviluppo più aperto alla cooperazione, alla partecipazione e alla concertazione, volendo includere nel quadro anche l’attore pubblico.
Individuare modelli produttivi e di sviluppo è un’operazione utile a mio avviso perché questi offrono strumenti analitici ed interpretativi alla ricerca e al policy making e al contempo elementi di riferimento non per una loro replicazione, esercizio sempre estremamente difficile e di scarsissimo successo, ma per alimentare il dibattito e la riflessione sulle forme e possibilità esistenti delle politiche industriali. Tuttavia, l’elaborazione di modelli comporta anche un pericoloso rischio: quello di creare un “fermo immagine” di una realtà complessa e dinamica che nel tempo può perdere parte o tutte le caratteristiche iniziali. In parte questo è accaduto alla regione Emilia-Romagna soprattutto sul fronte strutturale. Il tessuto produttivo di questa regione è molto diverso oggi rispetto a quello identificato nel passato dal “modello emiliano”. La piccola impresa ha ancora un ruolo fondamentale ma il suo sviluppo è maggiormente collegato alle filiere produttive locali e globali nelle quali essa è inserita piuttosto che alle sue “pari” collocate nello stesso ambito territoriale, come avveniva nei distretti industriali. Questo perché dai tempi del tratteggio iniziale delle caratteristiche del modello emiliano è cambiata radicalmente la divisione globale del lavoro e con essa è accresciuta l’apertura della regione verso i mercati globali e l’aumento delle multinazionali sul proprio territorio.Anche sul fronte relazionale il modello si è trasformato riuscendo però a conservare le caratteristiche di maggiore partecipazione e concertazione.
Questo modello come sta reagendo alla crisi Covid-19?
Dobbiamo guardare prima di tutto a come la regione è entrata in questa nuova ed improvvisa crisi. Negli ultimi undici anni, compresi, a questo punto lo possiamo dire, tra due gravi crisi dove la seconda ci apparemolto più severa della prima, l’Emilia-Romagna ha saputo modificare il proprio tessuto produttivo raggiungendo performance economiche significative ed una robusta capacità di resilienza. Questo è avvenuto grazie a interventi di policy diversificati che hanno portato al rafforzamento di settori storici e contestualmente alla crescita di comparti in precedenza minoritari, favorendo la diversificazione dell’economia regionale. Questo è accaduto anche grazie al radicamento sul territorio di realtà multinazionali che hanno rafforzato l’inserimento della regione nelle catene globali del valore e una grande crescita degli investimenti in capacità innovativa.Con questo percorso la regione Emilia-Romagna si è “allontanata” in termini di configurazione strutturale e performance economica dalla Terza Italia, in particolare dalla regione a lei più simile ovvero il Veneto, e ha iniziato ad avvicinarsi alla Lombardia.
Tuttavia, ci sono altri aspetti di questo sintetico quadro che devono essere tenuti in considerazione, in particolare il fatto che le trasformazioni avvenute nel tessuto produttivo non si sono trasferite, o almeno non con la stessa intensità, nel mondo del lavoro. Da una parte abbiamo l’Emilia-Romagna come “locomotiva d’Italia”, per riprendere uno slogan molto usato negli anni della ripresa post crisi finanziaria, ad indicare gli straordinari risultati sul versante economico, dall’altra parte abbiamo il lavoro. L’unico dato sul mercato del lavoro coerente con il quadro economico è la crescita del numero degli occupati e in misura minore la riduzione della disoccupazione, che è rimasta però pari al doppio del periodo pre-2008. Inoltre, analizzando nel dettaglio questi dati emerge con chiarezza come il lavoro creato durante la ripresa economica sia stato lavoro povero. Questo è avvenuto soprattutto perché la crescita economica non ha generato quantità di lavoro, misurata in termini di ore lavorate, con la stessa intensità dell’espansione economica e questa minore quantità di lavoro è stata distribuita su un numero proporzionalmente più elevato di persone.
L’incoerenza tra i dati economici e quelli occupazionali può essere spiegata dalla condizione di polarizzazione del tessuto produttivo regionale che sta da tempo prendendo piede: in questa regione convivono fianco a fianco, quasi fossero vicini di casa, realtà produttive di eccellenza dal punto di vista della qualità del lavoro, della retribuzione, della partecipazione dei lavoratori e realtà diametralmente opposte sotto questo profilo. Questa polarizzazione produce inevitabilmente disuguaglianza, di cui quattro forme sono le più evidenti: territoriale, generazionale, di genere e nella distribuzione del reddito.
E’ con questo assetto dicotomico, forte e fragile al contempo che entriamo in quello che già prima del Covid-19 emergeva come un rallentamento della crescita e che a causa della pandemia si è trasformato in un gravissimo tonfo. Al momento è ancora presto per avere un quadro complessivo sugli effetti, quello che sappiamo è che quasi tutte le principali specializzazioni produttive regionali sono state fortemente colpite, i contraccolpi maggiori si individuano al momento sulla moda e la meccanica per quanto riguarda l’industria e sul comparto turistico in riferimentoai servizi. L’alimentare registra una contrazione più contenuta, prevalentemente causata dalla lunga chiusura del settore Horeca durante il lockdown. L’unica filiera che non solo regge ma si espande è quella farmaceutica. Dal punto di vista economico e sociale le disuguaglianze già presenti prima verranno amplificate dalla crisi attuale, e questo lo possiamo già vedere: le ricadute al momento più evidenti sono state sui lavoratori precari, sui giovani e sulle donne.
Quali politiche industriali per la cosiddetta Fase 2?
Il dibattito su questo è aperto. Io credo che non dovremmo perdere l’occasione straordinaria che nella drammaticità complessiva il Covid-19 comunque ci ha offerto, ossia di ripensare seriamente il modello di sviluppo. Non ci sono dubbi sui gravi disequilibri che il sistema capitalistico produce, soprattutto nei confronti delle persone e dell’ambiente. Fortissime disuguaglianze nella distribuzione del reddito, gravissime sacche di povertà anche nei Paesi avanzati e un ecosistema depredato e compromesso quasi irrimediabilmente. Come ho recentemente illustrato , il Covid-19 stesso sembra essere frutto degli squilibri del sistema capitalistico. Prima di tutto credo che dovremmo partire da questo, individuando come suggerisce Mazzuccato i grandi obiettivi di sviluppo economico (e umano), che partano dalla volontà di attenuare questi squilibri.
Le strade potenzialmente da percorrere nella direzione di questo obiettivo sono molteplici e sicuramente includono interventi per favorire una maggiore capacità innovativa del sistema produttivo, solide infrastrutture soprattutto digitali, l’accorciamento delle catene del valore anche attraverso il reshoring, il rafforzamento delle relazioni di filiera a livello regionale e nazionale, una maggiore partecipazione del lavoro alle scelte strategiche delle imprese. Alla luce delle ingenti risorse che nei prossimi mesi verranno messe a disposizione dal Governo italiano e dall’Unione Europeaè necessario, per tentare di raggiungere gli obiettivi sopra richiamati, agire attraverso un sistema di condizionalità dei trasferimenti pubblici alle imprese. In questo modo l’attore pubblico può cercare di guidare la macchina dello sviluppo capitalistico nella direzione di generare effetti che siano a beneficio di molti.
Come giudica il tavolo metropolitano regione per gestire questa fase, promosso dall’assessore al lavoro Vincenzo Colla?
Il mio giudizio è sicuramente molto positivo, si tratta di modalità per gestire le crisi coerenti col modello concertativo, dove l’Amministrazione pubblica e le parti sociali si uniscono per individuare le migliori soluzioni da adottare considerando contemporaneamente i diversi rischi ed interessi in campo. Dobbiamo ricordare che questa metodologia di lavoro non è di natura estemporanea ma si inserisce in un assetto di relazioni ed orientamenti di medio periodo, derivanti dal Patto per il lavoro siglato nel 2015 tra Regione, parti sociali e componenti della società regionale. È necessario ricordare che questo accordo, che a breve entrerà in fase di revisione ed aggiornamento, venne originariamente sottoscritto dalla Regione Emilia-Romagna e dalle parti sociali sulla base di un’impostazione concertativa in quel momento in assoluta controtendenza rispetto all’orientamento politico nazionale. Vale la pena sottolineare in questo contesto il passaggio dove viene esplicitato che le parti ritengono che le relazioni industriali siano in grado di contribuire “alla crescita e alla competitività delle imprese del […] territorio, in ragione dei processi di riorganizzazione dell’economia globale ed europea che possono attraversare fasi di espansione o di riorganizzazione – correlate a incrementi di attività che necessitano di innovazioni organizzative, di processo o prodotto – o fasi di crisi congiunturale o strutturale” e riconoscono che “i processi di cambiamento e la crescita economica e sociale possono essere favoriti anche attraverso la contrattazione prevista ai vari livelli in ciascun settore economico”. In sostanza le relazioni industriali e la contrattazione vengono considerate uno strumento non solo utile nella gestione della crisi ma anche per favorire l’innovazione, lo sviluppo ed espansione economica.
A suo avviso potrebbe essere una buona pratica da esportare in altre regioni?
Come anticipato sopra, non credo molto all’esportazione di “modelli” poiché questi sono frutto di una molteplicità di elementi che afferiscono a caratteristiche produttive, culturali, di rapporti di forza che sono specifici. In particolare, dobbiamo ricordare l’estensione e il radicamento della contrattazione di secondo livello nella regione Emilia-Romagna. Questa svolge un ruolo di assoluto rilievo nel migliorare le condizioni di lavoro e di vita di lavoratrici e lavoratori ed una migliore redistribuzione del reddito a loro favore; ha svolto un ruolo fondamentale anche nel corso della diffusione del Covid-19 innalzando i livelli di sicurezza nei luoghi di lavoro ove questa era presente. Il radicamento sindacale che caratterizza la regione è ad esempio uno delle ragioni per cui non è plausibile pensare di poter “esportare” il modello.
Tuttavia,siamo sicuramentedi fronte a buone praticheche possono rappresentare per i contesti favorevoli a questo tipo di impostazione un valido esempio, non solo per la possibilità di gestire le situazioni più complesse nel tentativo di tutelare il maggior numero di persone, ma anche per la possibilità di ottenere risultati di rilievo sia sul fronte economico che occupazionale.