L’Unione europea, la sfida del Recovery Plan e il Progetto comunitario. Intervista ad Antonio De Chiara

Nelle settimane dello storico accordo tra i 27 Stati membri sul piano di aiuti comunitari da 750 miliardi di euro alle economie europee in crisi per gli effetti della pandemia globale, I trasferimenti scendono da 500 a 390 miliardi e i prestiti salgono da 250 a 360 miliardi. Per salvare gli aiuti già «promessi» agli Stati Ue nella prima proposta (con criteri di allocazione predefiniti), la soluzione adottata dal presidente Michel è stata eliminare alcuni programmi che non avevano già un’assegnazione nazionale certa, come il fondo per la ricapitalizzazione delle imprese europee. L’Italia torna a casa con circa 208,8 miliardi di cui 81,4 di trasferimenti (solo 400 milioni in meno rispetto alla proposta della Commissione ) e 127,4 di prestiti (rispetto a 90,9).
Andando ancora più nel dettaglio, l’Italia avrà a disposizione circa 63,5 miliardi di sovvenzioni e 127,4 miliardi di prestiti per fare le riforme e per trasformare l’economia del Paese secondo le priorità e le raccomandazioni dell’Ue.
Dialoghiamo sul tema con Antonio De Chiara, con anni di esperienza in primari centri di ricerca europei come Eurispes, per inquadrare in una più ampia prospettiva l’intesa di Bruxelles e la sua valenza nel percorso d’integrazione dell’Unione.
De Chiara, qual è il suo giudizio sull’esito del vertice europeo di metà luglio?
L’accordo raggiunto tra i 27 paesi membri dell’Unione europea nei negoziati al vertice più lungo della storia comunitaria costituisce una svolta importante e finalmente concreta nel percorso d’integrazione continentale. L’impronta sul nuovo corso europeo dei paesi ridenominati “ambiziosi” – con capofila Francia, Italia, Spagna e una attenta regia della Germania – è storica. Sullo slancio dell’intesa franco-tedesca, imperniata su un consistente piano di aiuti e poste a fondo perduto, si è strutturata sia la proposta della Commissione europea – già delineatasi con il #NextRegenerationEu – che una serie di piattaforme negoziali nel Consiglio europeo in grado di dare l’avvio di una Unione del debito comune, garantito dal bilancio pluriennale. Gli effetti recessivi dell’impatto sistemico della pandemia Covid-19 non hanno risparmiato nessun paese europeo e hanno convinto i governi dei paesi guida a forzare le resistenze nazionaliste e a mettere in campo un Recovery Plan in grado di aiutare ad uscire con strumenti comuni le economie in grave difficoltà. Insisto su un punto chiave, alla fine i frugali hanno dovuto cedere sul punto principale: per far fronte alle conseguenze economiche della pandemia l’Europa emetterà debito comune, garantito da tutti, ripagato con risorse reperite dalla Commissione Ue. Anche il nodo sulla governance, che ha bloccato il negoziato per giorni, è un compromesso innovativo: i piani di ripresa saranno approvati a maggioranza qualificata dall’Ecofin su proposta della Commissione e non all’unanimità. Una svolta storica, che cambia la costruzione europea.
E sull’operato del Governo italiano nel complesso quadro negoziale ?
Il governo italiano ha salvaguardato gli interessi nazionali in un quadro negoziale complesso segnato dalle pressioni al ribasso dei leader dei cinque paesi “frugali” (Paesi Bassi, Austria, Danimarca, Svezia e Finlandia) apparsi anacronisticamente austeritari al vertice rispetto a evidenze statistiche disastrose sul fronte dei fondamentali macroeconomici a livello nazionale e aggregato nell’Unione europea. 208,8 miliardi di cui 81,4 di trasferimenti, on la disponibilità concreta di 63,5 miliardi di sovvenzioni e 127,4 miliardi di prestiti a interessi ridottissimi, costituiscono risorse di grande rilevanza ed impatto con cui dotare il piano di risalita del Pil italiano, da percentuali al ribasso a due cifre, che il governo di Roma si ripromette di perseguire nei prossimi mesi. I prestiti potranno essere erogati con scadenze così lontane e interessi così bassi da non renderli molto diversi dalle sovvenzioni. A margine, va rilevato che abbiamo avuto dalla nostra, l’accorte strategia di protezione della Banca centrale europea, essenziale per tenere l’Italia, bloccata dal necessario lockdown, al riparo dal rischio di emissione in finanza pubblica. Si è avuta in questi mesi la conferma che la solidità delle istituzioni economiche comunitarie è una garanzia per evitare il deragliamento da schock imprevisti di grandi dimensioni del percorso dell’integrazione economica europea.
Si aprono nuove prospettive per il rilancio del sistema Italia?
E’ importante che l’obiettivo prefissato sia stato raggiunto con un valore aggiunto di ulteriori 38 miliardi di euro rispetto alle aspettative di partenza italiane ai tavoli negoziali. Si ampliano così i margini di manovra che, con il Patto di stabilità europeo sospeso, sono agibili in un quadro espansivo di finanza pubblica, già delineato dal governo sia con decreti emergenziali che con un piano ambizioso presentato di recente e oggettivamente poco criticabile di coloro che volessero avversarlo sulla base di rigidi principi ordoliberali. Decine e decine di miliardi di euro per le infrastrutture, la rivoluzione verde e la digitalizzazione, sono una occasione storica per lo sviluppo italiano del terzo decennio di questo nuovo secolo. Sono sicuramente una grande responsabilità per il governo italiano che, conoscendo gli inceppi della macchina burocratica statale, ha opportunamente premesso un piano di semplificazioni, agli investimenti da mettere in campo concretamente nei prossimi mesi. Ricucire il tessuto socio-economico nazionale non sarà prova semplice tuttavia fallire questa prova maestra di politica economica sarebbe letale per un paese del G20 qual è l’Italia. In questo quadro, tre capitoli di sviluppo e rispettive poste di bilancio come la Sanità, il Welfare e il sistema Scuola-Ricerca-Innovazione, possono e devono essere finalmente dotate di risorse adeguate. Anni di rincorsa obbligata dei vincoli austeritari hanno penalizzato questi profili essenziali dello sviluppo e della tenuta sociale del Paese. Bisogna farlo con cognizione dei mezzi e chiarezza degli obiettivi, mission che ritengo alla portata dei responsabili delle politiche economiche dell’attuale governo che possono vantare un coordinamento simmetrico, seppur nel rispetto dei ruoli istituzionali ricoperti, con figure chiave della Commissione, convintamente espansive nell’approccio di sviluppo per l’Unione dei prossimi anni. E’ inoltre nell’interesse delle potenze economiche centrali dell’Unione, l’aggancio al mood della ripresa che si annuncia possibile con il consistente stock di risorse finanziarie del Recovery Fund a disposizione del governo di Roma.
L’europeismo ha finalmente lanciato una sfida vincente al disfattismo dei nazionalisti?
Il dato più rilevante è che nell’opinione pubblica italiana e, più in generale, europea, l’accordo di Bruxelles si può ora rafforzare una percezione di linearità progressiva dell’Europa comune. Con l’approvazione di un Recovery Plan, i fautori dell’integrazione continentale segnano un punto a loro favore rispetto alla sfiducia dei nazionalisti delle piccole patrie e all’assedio, a tratti ostile, delle grandi potenze planetarie. Messa alle strette dal Covid-19, l’Unione europea ha cominciato finalmente a strutturare i forzieri comuni di quel Tesoro centrale che dovrà necessariamente affiancare la Bce nei prossimi anni, per dare compiutezza federale, insieme all’Unione bancaria, al sistema economico europeo nel suo complesso.
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