Lettera-appello del Comitato Nuovi Desaparecidos a Zingaretti per una nuova strategia di gestione dei flussi migratrori centrata sul rispetto dei diritti umani e delle convenzioni internazionali

E’ urgente che il Governo affronti la crisi migratoria in maniera adeguata”: lo ha dichiarato in questi giorni il segretario nazionale del Pd Nicola Zingaretti, il quale – rilevando che “quanto sta avvenendo nel Mediterraneo sui flussi migratori era abbastanza prevedibile” – ha poi aggiunto una serie di punti su cui intervenire: il sistema di accoglienza, la relocation in Europa e in Italia dei migranti sbarcati, più chiarezza nei paesi di partenza a cominciare dalla difesa dei diritti umani, la ricostruzione di una rete di accoglienza in Italia. Partendo da questa presa di posizione, il Comitato Nuovi Desaparecidos ha indirizzato al segretario del Pd una lettera, sottolineando in particolare due fattori:
  • la necessità di una riforma radicale della politica migratoria, mettendo al centro la vita e i diritti delle persone
  • la necessità di uscire dall’equivoco delle zone Sar libica e maltese per smontare l’alibi dei tanti, troppi mancati o ritardati soccorsi e, in definitiva, del ruolo di gendarme dell’immigrazione attribuito alla Libia dalla politica italiana ed europea. “Quanto sta accadendo nel Mediterraneo”, con il suo carico di morte e di sofferenze, dipende anche da questo equivoco. Riuscire ad eliminarlo può segnare un primo passo concreto verso una vera riforma.
Ecco il testo integrale della lettera.
Gentile segretario,
le scriviamo a nome del Comitato Nuovi Desaparecidos, prendendo spunto dalle sue recenti dichiarazioni sulla necessità di una nuova strategia di gestione dei flussi migratori. “Il Governo – lei ha detto – deve fare di più”. E magari – ci permetta di aggiungere – di diverso, oltre che di più.
Finora la politica migratoria è stata sostanzialmente una politica di muri e di chiusura. Al centro, paradossalmente, non sono stati messi i migranti, le loro storie, i problemi, le cause che li hanno costretti ad abbandonare la propria terra. Il focus è stato, in misura sempre crescente, “come non farli arrivare”. Spesso, troppo spesso, a qualsiasi costo. Il risultato è che il problema, anziché risolversi, si è esasperato. E non è stato risolto neanche in minima parte. A meno che per soluzione non si intenda il conto ufficiale degli arrivi, con questa o quella parte politica che vanta di aver bloccato di più o di meno i flussi. Non importa come.
Noi siamo convinti che, se davvero si vuole trovare una soluzione, occorre ribaltare i termini della questione, rimettendo al centro le persone e i loro diritti. Partendo, cioè, dai diritti fondamentali dell’uomo. In questo senso – come abbiamo avuto modo di affermare più volte anche in audizioni di fronte ad alcune commissioni parlamentari – ci sembrano tre gli obiettivi da raggiungere:
1 – cercare di far fronte e magari rimediare alle numerose, gravi situazioni di crisi che spingono milioni di persone ad abbandonare il proprio paese
2 – organizzare una serie di vie di emigrazione legale e, in attesa di questi canali, attuare un adeguato programma di soccorso in mare, sul modello della operazione Mare Nostrum, troppo frettolosamente abbandonata e troppo spesso dimenticata.
3 – dar vita a un sistema di accoglienza sul modello del progetto approvato nel novembre 2017 dal Parlamento Europeo (ma purtroppo non accettato dal Consiglio), che prevedeva una redistribuzione automatica dei migranti arrivati in Europa mediante un sistema di quote obbligatorie, con pesanti sanzioni finanziarie per gli Stati inadempienti.
E’ sicuramente un percorso lungo e non facile. Ma proprio per questo va intrapreso al più presto e con grande decisione, eliminando tutte le barriere e le contraddizioni create dalla politica attuale. Ovviamente, procedendo per gradi e individuando gli obiettivi concreti più facilmente raggiungibili su questo nuovo, essenziale cammino.
Gravi episodi che si susseguono da anni e che continuano a verificarsi – basti citare, ad esempio, i casi recentissimi dell’uccisione di 3 profughi sudanesi, abbattuti a raffiche di mitra dalla Guardia Costiera libica a Khoms durante un tentativo di fuga; oppure la barca con 95 persone abbandonata per ben tre giorni in mezzo al mare prima che venisse finalmente soccorsa, a 69 chilometri da Lampedusa e a 147 da Malta – dimostrano che due delle maggiori contraddizioni da rilevare sono la finzione della zona Sar (ricerca e soccorso) che la Libia si è attribuita nel giugno 2018 e l’estensione enorme della zona Sar di Malta, che di fatto finisce quasi per sovrapporsi a quella italiana e arriva a lambire Lampedusa.
Forse, allora, per cominciare a cambiare si può partire proprio da qui:
A – impegnare il Governo a chiedere all’Organizzazione Marittima Internazionale (Imo) di “deregistrare”, leggasi cancellare, la zona Sar libica alla luce della elementare, più che provata constatazione che Tripoli non ha alcuno dei requisiti necessari per assumersi la responsabilità di gestire, appunto, una zona di ricerca e soccorso in mare. A iniziare dal fatto che la Libia non può assolutamente considerarsi un porto sicuro (come l’Onu, attraverso l’Oim e l’Unhcr, non si stanca di ripetere ormai da anni) e che non dispone nemmeno di una centrale Mrcc di allarme e coordinamento, per non dire delle sottocentrali costiere, di unità navali adeguate e all’altezza, una flotta aerea, personale addestrato, ecc.
Ponendo fine a questa finta zona Sar verrebbe automaticamente a cadere l’alibi della competenza di Tripoli per i soccorsi in un tratto di Mediterraneo vastissimo: alibi dietro il quale sempre più spesso si sono nascoste e continuano a nascondersi le mancate risposte agli Sos e di conseguenza i mancati interventi di salvataggio di barche in difficoltà, cariche di disperati, da parte italiana e maltese. Difatti, il risultato di questa finta zona Sar a cui l’Italia dà credito, è che i migranti raggiunti in mare dalle motovedette libiche in realtà non vengono soccorsi ma bloccati e riportati indietro, contro la loro volontà. Perché, ogni volta, si tratta non di un salvataggio ma di un respingimento di massa attuato con la forza, in contrasto con il diritto internazionale, la legge del mare, la Convenzione di Ginevra e la nostra stessa Costituzione. Viene da pensare: un lavoro sporco fatto dalla Libia per conto terzi, spesso con conseguenze tragiche.
B – Impegnare il Governo a intervenire presso l’Imo perché venga ridimensionata la zona Sar maltese a favore di quella italiana, definendo nuovi confini, in modo da eliminare la confusione e gli equivoci che si sono verificati e continuano a verificarsi nell’area a sud di Lampedusa, dove si è creato di fatto un vasto “mare di nessuno”: un’ampia zona grigia dove – anche a causa della mancanza di accordi precisi tra Roma e La Valletta – le competenze si sovrappongono e non sono chiare, creando le condizioni per uno scarico di responsabilità reciproco sui tempi e sulle modalità di intervento, anche in caso di evidenti stati di gravissima emergenza. Gli esempi in proposito sono numerosissimi, a cominciare da quello più tragico, il cosiddetto “naufragio dei siriani”, avvenuto l’11 ottobre 2003, con la morte di 268 persone, tra cui oltre 60 bambini. Da allora, casi analoghi si sono ripetuti mese dopo mese, fino alla recente “strage di Pasquetta” (12 morti) o la barca abbandonata per 3 giorni in mare cui si è accennato più sopra.
Va da sé che, in attesa delle decisioni dell’Imo su questo punto, il Governo italiano dovrebbe pretendere da quello di La Valletta di arrivare al più presto alla firma degli accordi di gestione delle due zone Sar, specie nelle aree contigue. Accordi espressamente previsti dalle convenzioni internazionali e di importanza vitale ma che stranamente né Roma né La Valletta hanno mai impostato né tantomeno sottoscritto.
A questo proposito il Comitato Nuovi Desaparecidos – insieme ad altre organizzazioni e a soggetti che hanno aderito all’iniziativa a titolo personale1 – ha inviato due distinti esposti all’Imo, una sulla zona Sar libica e l’altro su quella maltese. Ne alleghiamo il testo in copia per sua conoscenza, in modo che possa rendersi conto in maniera più dettagliata e precisa della questione che solleviamo e della nostra proposta.
Nota
Questi i firmatari dei due esposti:
  • Arturo Salerni ed Emilio Drudi, rispettivamente presidente e coordinatore del Comitato Verità e Giustizia peri Nuovi Desaparecidos, con sede in Roma
  • Riccardo Gatti, legale rappresentante dell’associazione Open Arms Italia, con sede in Roma
  • Oscar Camps Gausachs, legale rappresentante della Fundacion Pro Activa Open Arms, con sede in Badalona
  • Mario Antonio Angelelli, legale rappresentante dell’associazione Progetto Diritti onlus, sede in Roma
  • Gli avvocati Stefano Greco e Silvia Calderoni, del Foro di Roma, e Alessandra Ballerini, del Foro di Genova
  • Il senatore della Repubblica Italiana Gregorio De Falco
Written By
More from Emilio Drudi

Cairo, si uccide in aeroporto piuttosto che essere riconsegnato al regime eritreo

Piuttosto che essere costretto a tornare in Eritrea ha scelto di morire....
Read More