Fuga verso l’Europa: da gennaio più di mille migranti morti o dispersi

Le ultime vittime sono due ragazzini di neanche 15 anni. Sono annegati nelle acque del porto di Valencia, gettandosi dal cargo su cui si erano nascosti per arrivare dall’Africa: temevano di essere bloccati e rimpatriati al momento dello sbarco. Con loro salgono a 1.007 i profughi/migranti morti o dispersi nel tentativo di raggiungere l’Europa. Il mare ne ha inghiottiti 827. Quasi tutti sulle rotte del Mediterraneo centrale (399), puntando verso l’Italia; e su quella del Mediterraneo Occidentale e delle Canarie, in Atlantico, per sbarcare in Spagna (359). Gli altri 69 si sono persi nell’Egeo, tra la Turchia e la Grecia.
A questi ne vanno aggiunti almeno altri 180, scomparsi lungo le vie di terra: sulle piste del deserto, nei lager della Libia, i tanti massacrati dai trafficanti… Persino ai margini della frontiera della Fortezza Europa, come i quattro uccisi a fucilate dalla polizia o da squadre paramilitari greche al confine dell’Evros tra la Turchia e la Grecia, all’inizio di marzo. O nell’inferno della “via balcanica”. E queste 180 vite spezzate sono appena un piccolo segnale di una tragedia molto più vasta, perché – come denunciano da anni numerose Ong – il deserto uccide come e più del mare. Lo conferma il rapporto presentato a fine luglio dall’Unhcr, evidenziando come siano migliaia i rifugiati che perdono la vita e subiscono gravi violazioni dei diritti umani durante le “marce” verso la costa mediterranea dell’Africa: “Circa il 28 per cento delle morti registrate nel 2018 e nel 2019 si è verificato nel corso dei tentativi di traversata del Sahara. Altre località potenzialmente mortali comprendono Sebha, Cufra e Qatrun nella Libia meridionale, l’hub del traffico di esseri umani di Bani Walid, a sud est di Tripoli, e numerose località lungo la rotta che attraversa l’Africa occidentale, tra cui Bamako e Agadez”. Basti pensare, del resto, ai 30 ragazzi massacrati dai trafficanti a raffiche di mitra, per rappresaglia, a Mizdah, non lontano da Bani Walid, nel maggio scorso. E fuori dall’Africa il quadro non cambia granché. La più grossa “strage di terra” quest’anno si è verificata in Turchia: almeno 61 profughi annegati il 26 giugno nel lago Van, intrappolati nella barca su cui i trafficanti li avevano ammassati per proseguire il viaggio verso ovest, evitando i posti di blocco istituiti dalla polizia nella regione, lungo tutte le strade percorse dai migranti.
Nel 2019 il tetto di mille vittime fu superato il 26 luglio – per l’esattezza 1.028 – quando il Dipartimento per l’Emigrazione di Ankara segnalò che dall’inizio dell’anno c’erano stati in Anatolia almeno 52 profughi morti: 18 assiderati lungo i sentieri montani al confine con l’Iran e l’Iraq e 34 in incidenti stradali avvenuti nel tentativo di sottrarsi ai controlli della polizia. Quest’anno la soglia è stata varcata all’inizio di agosto, dopo un forte aumento delle vittime registrato negli ultimi due mesi e, in particolare, dalla metà di luglio in poi, specie sulla rotta atlantica dal Marocco alle Canarie: quasi 50 morti tra il 3 e il 5 agosto in due naufragi avvenuti al largo di Dakhla, nel Sahara Occidentale, e di Nouadhibou, in Mauritania; e, il giorno 6, la conferma del “naufragio fantasma”, senza alcun superstite, di una barca con 63 persone partita da Tarfaya, in Marocco, il 18 luglio.
Il tasso di mortalità, fino al 9 agosto, è di uno ogni 44/45 migranti arrivati in Europa, nettamente superiore a quello del 2019 (1 ogni 56/57). Fra le tre rotte, la più pericolosa risulta quella spagnola (Mediterraneo occidentale e Atlantico), pari a un morto ogni 26,2 (tenendo conto solo degli arrivi via mare), oltre il 60 per cento in più dell’uno a 40/41 di tutti i 12 mesi dello scorso anno. La rotta del Mediterraneo centrale, nonostante conti in assoluto il numero più alto di vittime, registrando molti più sbarchi, ha un indice di mortalità nettamente inferiore a quello del 2019: 1 ogni 37 arrivi contro il terribile record di 1 ogni 8/9 (intero anno). La meno rischiosa risulta la rotta dell’Egeo e Mediterraneo orientale: 1 morto ogni 162/163 arrivi via mare. Questo indice è tuttavia molto superiore a quello del 2019 (pari a 1 ogni 907). Non sembra un caso. Su questa rotta, dall’inizio di marzo, si è moltiplicata la violenza nei respingimenti, con frequenti casi di profughi riportati indietro di forza nelle acque turche, anche dopo essere riusciti ad entrare in quelle greche: la Ong Aegean Boat Report ha documentato numerosi episodi di persone arrivate a brevissima distanza dalle isole egee, o addirittura già sbarcate, ma costrette dalla polizia a salire su zattere di salvataggio senza motore, poi rimorchiate fuori dalle acque territoriali e abbandonate in mare. Senza contare, sempre sulla frontiera est della Fortezza Europa, il buco nero del confine di terra sul fiume Evros, dove il top secret assoluto è rotto soltanto da episodi drammatici, impossibili da nascondere, come la strage del 7 agosto sull’autostrada Egnatia, nei pressi di Alexandroupolis, dove 7 profughi sono morti su un’auto finita contro un pilone di cemento mentre viaggiava a fortissima velocità, in piena notte, per eludere i controlli di polizia.
Questi episodi e, soprattutto, queste pesanti cifre di morte non sono quasi mai arrivati all’opinione pubblica. Alla gente. La politica europea ed italiana non ne parlano, se non di sfuggita, ignorando realtà evidenti e, comunque, senza fare riferimento al quadro generale. Anzi, la cosiddetta “dissuasione attiva” praticata dalla polizia e dalla Guardia Costiera greche hanno trovato il pieno consenso della Commissione Ue, per bocca della stessa presidente, Ursula Von Der Leyen, che lo scorso marzo, mentre i profughi morivano sull’Evros, ha lodato Atene per la “difesa” dei confini esterni dell’Europa. Ma, politica a parte, colpisce anche, anzi, ancora di più, che se ne occupi poco e male la maggioranza dei media. Si ha quasi la sensazione che si stia attuando, nei fatti, quasi un accordo tacito di “silenziamento”. Un silenziamento che agevola le politiche di respingimento e chiusura totale messe in campo dall’Unione Europea e dall’Italia, esternalizzando le frontiere della Fortezza Europa ed affidandone la sorveglianza alle polizie di tutti gli Stati africani e mediorientali con cui si sono conclusi accordi in proposito, dai Processi di Rabat (2006) e di Khartoum (2014) in poi.
Trovano spazio in questo modo – e il “silenzio” o quanto meno la disattenzione diffusa sono utili a non destare dubbi e interrogativi: a non scuotere le coscienze – anche le continue, crescenti forniture di finanziamenti, mezzi ed armi agli stati “collaboratori”. Prima tra tutti la Libia di Fayez Serraj, alla cui Guardia Costiera, tra l’altro, sono state cedute da Roma diverse motovedette e per la quale è prevista a breve la consegna di altre quattro unità veloci di ultima generazione, con scafo semirigido, attualmente in costruzione presso i cantieri di Cervia. Con il fine specifico di bloccare in mare i disperati che arrancano verso l’Europa su barche di fortuna e ricondurli nell’inferno della Libia ad ogni costo, contro la loro volontà e a prescindere dalla sorte che li attende.
In questa strategia sembra rientrare almeno in parte anche la guerra contro le navi umanitarie delle Ong, i cui equipaggi sono da sempre testimoni scomodi di quanto accade nel Mediterraneo e, dunque, “occhi” da chiudere e “voci” da tacitare. Con ogni mezzo, anche il più paradossale. Come il sequestro amministrativo subito dalla Ocean Viking, l’unità di Sos Mediterranee, alla quale, dopo che aveva strappato al mare 180 migranti, è stato contestato in pratica di aver preso a bordo un numero di persone superiore a quello consentito per quel tipo di nave, senza tener conto che si trattava di naufraghi in procinto di annegare. La colpa, in una parola, di aver salvato troppe vite.
Va salutata con grande favore, allora, la tenacia con cui le Ong ogni volta, “scontata la pena”, ritornano in mare E altrettanto favore merita l’arrivo nel Mediterraneo centrale, a breve, di un’altra nave umanitaria, la Sea Watch 4, allestita dalla Ong tedesca in accordo con l’organizzazione di Medici Senza Frontiere, che garantirà l’equipe sanitaria per l’assistenza a bordo. E altre navi sono in cantiere: una tutta italiana, su iniziativa dell’associazione People Saving People. I volontari a bordo di queste navi non solo hanno salvato e continueranno a salvare migliaia di vite: con la loro testimonianza, e con quella dei profughi portati in Europa, contribuiranno a squarciare il velo che copre i tantissimi episodi che hanno fatto un cimitero del Mediterraneo e del Sahara. E daranno volto e storia alle cifre infinite dei censimenti di morte ostinatamente ignorati, da anni, da parte di Governi ed istituzioni.
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