Il lavoro alla prova dell’economia della conoscenza tra digitale e innovazione sociale

Riassunto
L’economia digitale ha trasformato il sistema sociale ed economico. Un nuovo paradigma sociale ed economico è necessario per il governo e la regolazione degli effetti di questa trasformazione. Al sistema della formazione e della conoscenza è affidato il futuro e la sopravvivenza dei sistemi sociali e produttivi. Essenziale allora diviene il ruolo della politica e delle organizzazioni sociali ed economiche nello spazio collettivo della conoscenza sociale condivisa.
Parole chiave
Società della conoscenza, trasformazioni, lavoro, sistemi produttivi, sistemi sociali, politica, conoscenza sociale condivisa, formazione, innovazione digitale, organizzazione, capitalismo globale.
Summary
The digital economy has transformed the social and economic system. A new social and economic paradigm is necessary for the governance and regulation of the effects of this transformation. The future and survival of social and productive systems  is entrusted to educational and knowledge system. Essential then it becomes the role of politics and social and economic organizations in the collective space of shared social knowledge.
Key words
Knowledge society, transformations, work, production systems, social systems, politics, social, shared knowledge, education, digital innovation, organization, global capitalism.
ECONOMIA DIGITALE E TRASFORMAZIONI DEL LAVORO
La “Quarta Rivoluzione Industriale” o Economia digitale è ormai tra noi e ha trasformato  la cultura del lavoro e dell’innovazione industriale. Essa ha modificato gli assetti produttivi ed economici,  ha creato “nuovi modi di lavorare”(L. Tronti, 2015, pagg. 7-20) declinando nuovi assi di trasformazione attraverso:
• Internet delle cose
• Cloud manufacturing
• Advanced Human Machine Interface
I dati dell’Osservatorio Industria 4.0 della School of Management del Politecnico di Milano  fornisce dati salienti su questo: nell’anno 2017 il mercato relativo alla nuova rivoluzione è cresciuto in Italia del 30%, raggiungendo un valore complessivo di 2,3/2,4 miliardi di euro. Anche per l’anno corrente le attese sono buone e si prevede un ulteriore incremento del 25/30%.
In tale quadro di sviluppo economico dobbiamo tener conto, non solo dell’impatto sul sistema produttivo/industriale, ma anche del “cambio di paradigma” antropologico e organizzativo sulle persone, le quali  sono al centro di questa grande trasformazione del lavoro in termini di:  relazioni industriali e sindacali, modalità dei canoni formativi (skill competence) ed educativi,  che richiedono un  passaggio dal saper fare al saper divenire. Ciò attribuisce al sistema economico-sociale e politico un livello di propensione elevato all’innovazione sociale  in termini di adozione di strategie territoriali e distrettuali sostenibili.
Gli elementi che compongono questo processo irregolare sono attribuibili a  “ecosistemi iperconnessi” (P. Dominici, 2011) che tendono “all’entropia informativa” (L. Tronti, 2018 ) e che “continuiamo ad affrontare anche in termini di ricerca scientifica, sempre poco consapevoli dell’incertezza e dell’imprevidibilità che ne governano le relazioni e interazioni complesse.” (P. Dominici, 2000).
Gli ecosistemi descritti, proprio perché complessi hanno bisogno di una nuova prospettiva di analisi, e di un “pensiero sistemico” che si ponga in particolare il problema della sfida educativa e delle competenze all’epoca dell’economia della conoscenza:  Così come avverte Piero Dominici ”continuiamo ad ignorare un aspetto importante: il fattore umano è/sarà sempre decisivo dal momento che è dietro ogni processo, dietro ogni meccanismo, dietro ogni algoritmo. Ma mi ripeto, se non mettiamo mano a educazione e formazione, alle architetture che caratterizzano i nostri saperi continueremo a trovarci impreparati e sempre più vulnerabili di fronte alle sfide dell’ipercomplessità, della civiltà ipertecnologica e della cosidetta rivoluzione digitale. Continueremo a parlare della doppia velocità di tecnologia e cultura”. (P. Dominici, 2000)
La formazione diviene, allora  nella fabbrica della conoscenza e nella “partecipazione cognitiva” il nodo del processo organizzativo e della gestione delle risorse disponibili. La “trasformazione digitale” aggiorna le competenze trasversali, e ne crea di nuove(digitali),  favorisce nuove forme di  apprendimento organizzativo fuori dall’aula; si impara  attraverso il percorso cognitivo  attuato dentro l’organizzazione produttiva e attraverso il suo sistema di coordinamento. Queste modalità organizzative del lavoro digitale  premettono alla  strutturazione di  comunità informali di apprendimento delle pratiche lavorative e sociali.
Il Capitale umano (nella sua definizione si rimanda al lavoro del prof. Leonello Tronti) nello spazio della formatività  non lineare,  oltrepassa le false dicotomie tra cultura tecnologica e umanistica, modella, ibrida e produce nuovi livelli di elaborazione e di sperimentazione delle forme  di apprendimento ed esperienziali negli ambienti lavorativi e sociali. I contesti di lavoro diventano interdipendenti, la semantica del lavoro adatta i sistemi agli impulsi e alle azioni che qualificano gli agenti intervenienti nel processo produttivo, favorendo nuove  modalità di processualità innovativa nel decision making aziendale.
Le capacità e le competenze professionali e sociali, si strutturano attraverso l’apprendimento (formale ed informale) divenendo in senso seniano capacitazioni, ovvero modalità  espressive di realizzazione dell’esistenza umana. Il lavoro richiede allora che si recuperi uno sguardo etico nel trattare le questioni economiche che sia capace di restituire significato al valore sociale del lavoro,  considerato non solo mezzo di sostentamento materiale ma  prioritariamente strumento di giustizia ed equità sociale.  E’ necessario perciò, attraverso un razionale agire politico, recuperare i valori ed il senso profondo del lavoro, orientandosi verso una pedagogia della formazione educativa e  professionale che incorpori i valori espressi dall’Agenda 2030 sulla sostenibilità.
GOVERNARE I PROCESSI  DELLA CONOSCENZA E’ POLITICA
L’agire politico deve saper  governare i processi ed il progresso tecnologico attutendone gli effetti dirompenti  che essa ha: sullo sviluppo dei territori,  sui modelli organizzativi del lavoro e del welfare, sull’istruzione (in particolare attraverso la formazione continua con la creazione di reti didattiche sul territorio  in sinergia con il sistema dell’istruzione tecnica, si guardi all’esperienza Fondimpresa e alla bilateralità), sulla formazione quale processo dinamico cognitivo e di  costruzione di significati critici e politici, sul cruciale ruolo della scuola come agenzia formativa e sociale, sulla mobilità sociale e sulle disuguaglianze.
In questo quadro uno dei percorsi da  seguire per un “nuovo ordine economico tra lavoro e genio creativo”  potrebbe essere quello tracciato  dalla visione che dell’economia ha Papa Francesco, si tratta di una visione laica che rimette al centro della società il lavoro, come spirito e segno del tempo. Il lavoro che restituisce dignità agli uomini, all’interno di un sistema di vita umanamente più vivibile e  nel rispetto della natura, dell’ambiente e delle forme di vita presenti sulla Terra che sia premessa di  uno sviluppo integrale sostenibile non più basato unicamente sulla crescita economica. Questo sviluppo però dipende anche dall’accumulazione e diffusione della conoscenza che ha  permesso oltre che  l’aumento della produzione anche l’aumento dei redditi in molti Paesi del Primo Mondo ed emergenti.
La conoscenza è stata  trattata come un bene di consumo a domanda crescente, oppure secondo la teoria economica del capitale umano, essa è annoverata quale  primario fattore della produzione, essenziale per garantire oggi lo sviluppo economico.
Il miglioramento della capacità produttiva del fattore lavoro, basato sulla specializzazione e innovazione tecnologica, viene spiegato ricorrendo ad un’ampia concettualizzazione del capitale umano, che comprende sia i miglioramenti di lungo periodo delle skills dei lavoratori (basate sull’alfabetizzazione l’istruzione e la formazione professionale), sia altri aspetti attinenti allo sviluppo socioeconomico e la qualità della vita legati ai canoni considerati nella tassonomia dell’Indice di Sviluppo Umano.
Tutto questo perciò richiama alle responsabilità della politica che dovrebbe adottare misure in grado di governare la complessità degli attuali sistemi economici e sociali basati sulla conoscenza ed il progresso tecnologico,  ma anche afflitti dalle contraddizioni strutturali che l’ipertecnicismo procura allargando la forbice del divario digitale.
UN CAMBIO DI PARADIGMA E NUOVI CONTESTI
Viviamo in un mondo ipercomplesso nel quale la grande trasformazione del lavoro, corrisponde al cambiamento sociale in atto nel sistema mondo, e nei sistemi organizzativi, privati ormai della  gerarchia fordista  e della vecchia macchina industriale  produttiva di  merci.
Il corpo sociale si destruttura attraverso nuove anomie  e utopie, infatti secondo quanto scrive Piero Dominici:
“Tutte le fasi di mutamento ed evoluzione dei sistemi sociali sono state, comunque, segante da un’evoluzione delle vie e dei mezzi di comunicazione che hanno modificato in profondità persino i significati dell’azione sociale, per non dire l’azione sociale stessa. Allo stesso modo, si stanno susseguendo molto più rapidamente le modifiche dei meccanismi sociali correlati alla fiducia ed alla cooperazione, a loro volta incrementate dalle reti di protezione sociale e promozione sociale all’interno dei gruppi, delle comunità e delle società: si intensificano i legami di interdipendenza e di interconnessione che innervano il sistema mondo, anche se alcuni studiosi ipotizzano la fine del legame sociale, mettendoci in guardia  dalle nuove forme della socializzazione e  da una virtualità del reale e della vita sociale, le cui molteplici implicazioni sono ancora tutte da esplorare.” (P. Dominici, 2011,  pag.224).
Vi è quindi necessità di un sistema della conoscenza che valorizzi la partecipazione cognitiva  e quindi permetta  l’inverarsi di una effettiva democrazia politica ed economica che scardini le gerarchie privilegiate della conoscenza attraverso una diffusa condivisione dei saperi.
L’ecosistema economico e sociale risultante dall’insorgenza e dominio della rivoluzione digitale,  secondo un illuminante testo scritto da  Sergio Bellucci  dal titolo E-Work. Lavoro, rete, innovazione, pubblicato nel 2005, rischia di divenire un sistema che ri-produce  profonde ineguaglianze derivanti dall’aumento del divario tecnologico e forme di controllo sociale pervasivo.  Il mondo, come mai prima, resterà diviso tra fratture e lacune  incolmabili tra quelli che posseggono le conoscenze tecnologiche più avanzate e quelli che ne sono privi e privati.  Un taylorismo digitale che separa sempre più i lavoratori,creando distanze tra quelli che sono collocati nelle aree di produzione di beni e servizi che richiedono saperi e competenze tecnico-specialistiche e, coloro che non possiedono tali abilità, destinati a restare ai margini del mercato del lavoro e a permanere nell’immobilità sociale ed economica.
In particolar modo la produzione di beni e servizi immateriali che secondo molti karma economici garantirà profitti sempre più crescenti, cancellerà molti settori e pratiche produttive tradizionali distruggendo milioni di posti di lavoro e generando una vera implosione sociale.
L’agire politico nelle economie ipermercificate del capitalismo globale, ove il lavoro seppur formalmente considerato una risorsa è stato parcellizzato, delocalizzato, precarizzato, diviene l’ago della bussola sociale, per attutire i rischi di conflitti  e riportare le persone al centro dei sistemi sociali ed economici. La politica come prassi sociale dovrà umanizzare il linguaggio ipertecnologico del capitalismo della conoscenza, restituendo dialetticamente al corpo sociale la progettazione e l’esecuzione delle direttive e delle policy che regolano i rapporti di produzione economica e, quelli di scambio e riproduzione sociale, nella loro interezza.
Si ha bisogno di un’utopia del possibile che, tramite una divisione del lavoro sociale pragmaticamente etica, permetta  la condivisione  sociale della conoscenza capitalizzata dalle organizzazioni del sistema sociale ed economico. Appare pertanto evidente quanto alla formazione in senso lato, possa essere affidato l’avvenire delle future società della conoscenza.
Il sistema educativo e formativo diviene così responsabile politicamente, socialmente e culturalmente, della costruzione di sistemi sociali ed economici che siano in grado di essere resilienti rispetto agli effetti destabilizzanti della globalizzazione. La declinazione del sistema di formazione pubblica e privata deve essere quindicapace di interpretare e tradurre in pratiche educative e formative,  le istanze della domanda e offerta del mercato del lavoro e dei sistemi di produzione e scambio nazionali e internazionali.
Le politiche pubbliche di educazione e formazione dovrebbero essere disegnate per garantire ai cittadini un placement efficace e dinamico nel mercato del lavoro e, non solo in quello che richiede competenze di alta specializzazione, lungo l’arco di tutta la vita lavorativa. Si tratta di creare le condizioni idonee a mettere in campo competenze integrate, attraverso una filiera di pratiche educative e formative socialmente efficaci. E’ utile  allora che la riconfigurazione sociale ed economica del sistema della formazione si basi su una conoscenza problematizzata, riflessiva e dialogica, criticamente ed euristicamente validabile, in grado di governare l’incertezza degli spazi del tempo globale. La filiera di produzione di questa conoscenza dovrà essere progettata e coltivata  attraverso modus organizzativi aperti e non burocratizzati e di ricerca prossimale e collaborativa (Wenger e altri 2007).
Si dovranno sperimentare nuove forme di conoscenza oggettive e soggettive,  personali e universali, inclusive ed eticamente impegnate, connettive e innovative. (M. Polanyi, 1979). Questo sistema di conoscenza  così innervato è assimilabile al concetto di campo sociale, in esso la conoscenza risorsa sociale creativa e moltiplicabile, ingloba modelli di conoscenza e progettazione provenienti dal basso. Si genera in tale modo un processo cognitivo e discorsivo che trascende il puro versante economico-professionale ma si carica di significati politici, anche grazie a risposte organizzative più efficaci.
Allora viene conseguente immaginare un paradigma sociale della conoscenza alternativo, ma non antagonista,  in grado di comporre i conflitti tra il mondo economico e sociale attraverso un linguaggio di regole e mediazione, basato su conoscenze e canoni condivisi. Superare gli antagonismi senza ridurli ad assuefazione, cogliere le opportunità di un cambiamento epocale che non si può evitare, attraverso nuove forme di contrattazione sociale, sembra essere l’unica forma possibile di argine ad una deriva che potrebbe distruggere le fondamenta del nostro vivere. Affidare alle istituzioni politiche  e sociali, al sindacato, alla società civile, alle organizzazioni economiche e a tutti gli stakeholder la scrittura di queste regole potrebbe essere una sfida da considerare utilmente.
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