Conversazione con Roberto Iovino, Segretario Cgil Roma Lazio, responsabile Salute, Sicurezza e Legalità

Legalità e lavoro, quale posto nell’agenda politica?
Sin dalla crisi del 2008 le crisi aziendali sono state un’occasione per un progressivo processo di infiltrazione della criminalità nella nostra economia. Con la pandemia rischiamo che questo processo si esasperi, alla vigilia di 209 miliardi di euro che arriveranno in Italia e con la nuova programmazione europea alle porte. Il tema della legalità economica, anche a causa dell’emergenza, purtroppo non è al centro dell’agenda politica, ma ci deve tornare quanto prima. Superata l’emergenza non dovrà essere più possibile avere gara d’appalto semplificate e procedure commissariali che rischiano di essere un piatto ricco per la criminalità organizzata. Le mafie seguono il profumo dei soldi, dovremmo farci trovare pronti, come sistema Paese, per evitare che queste risorse vadano nelle mani sbagliate e siano invece lo strumento per combattere le diseguaglianze sociali e creare nuova e buona occupazione.
Ci può descrivere dal suo osservatorio la situazione in termini di legalità sui posti di lavoro?
La legalità sui posti di lavoro non gode di buona salute. In questi anni si è abbassata la soglia di legalità e le forme di precarietà, di appalto e subappalto hanno di fatto legalizzato forme di sfruttamento. I servizi ispettivi sono ridotti all’osso e con la depenalizzazione di alcuni reati economici molti fanno i furbi. Lo sfruttamento del lavoro si è associato ad altri fenomeni preoccupanti: evasione fiscale e contributiva e riciclaggio di denaro sporco. Sono tutti fenomeni che vanno combattuti con una strategia organica, consapevoli che l’area grigia del Paese sta crescendo. Serve coordinare i servizi ispettivi. Ce ne sono infatti troppi e non sempre lavorano insieme, anzi. In tutto ciò qualche passo in avanti l’abbiamo fortunatamente fatto: l’iniziativa sindacale di questi anni ci ha portato ad una legge contro il caporalato tra le più avanzate d’Europa (legge 199/2016). Ora serve che la legge venga applicata con strumenti e risorse operative, diventi carne viva e non lettera morta.
Con la crisi da Covid-19 che cosa è cambiato nelle organizzazioni criminali che sono innervate nella filiera per esempio agroalimentare in luoghi come Latina?
È ancora presto per una valutazione compiuta perché siamo ancora dentro la crisi pandemica. Una cosa però è certa: l’attenzione di tutti gli organismi ispettivi e della polizia giudiziaria nella gestione della pandemia ha ulteriormente abbassato il controllo di legalità. In questo contesto molti criminali sono convinti che le loro aree di azione siano diventate zone franche e questo è quanto di peggio potesse accadere. Lo Stato deve far sentire la propria presenza, il sindacato e le associazioni non possono continuare a denunciare senza avere risposte. Lo sciopero dei lavoratori agricoli del 28 settembre scorso è stato importante per rilanciare un percorso in tale direzione. Gli ultimi incidenti sul lavoro in agricoltura a Latina e le vessazioni a cui sono sottoposti i lavoratori agricoli sono inaccettabili e figlie di una cultura dell’illegalità che a Latina ha pesantemente preso piede a danno dei lavoratori e degli imprenditori onesti che sono sottoposti costantemente a condizioni di concorrenza sleale. In più a Latina il settore agroalimentare è sempre stato al centro dell’attenzione delle organizzazioni mafiose che da tempo si sono insediate nel territorio e mi sembra che la situazione rischi di peggiorare.
Quali sono gli strumenti da mettere in campo per reprimere e cambiare questa cultura, anche alla luce delle battaglie compiute negli anni passati contro i caporali con altri stakehoder come Libera ecc?
Noi abbiamo una legge nazionale e una legge regionale contro il caporalato che vanno semplicemente finanziate e applicate. In più va condizionata la concessione degli incentivi pubblici, come il PSR, alle aziende che operano nella legalità. Se sei responsabile di un grave incidente sul lavoro o di grave sfruttamento non puoi prendere finanziamenti pubblici. Poi serve lavorare sugli strumenti di tutela di chi denuncia: un processo dura 8 anni e a volte un lavoratore non vede mai giustizia. Operare nella legalità deve essere un requisito fondamentale anche per i meccanismi di commercializzazione dei prodotti: troppi operatori della GDO per fare profitto preferiscono pagare a ribasso i prodotti, questo regime di mercato scarica sui lavoratori i costi dell’illegalità. In questa logica si dovrebbe fare una legge contro le aste a doppio ribasso, una legge giace in parlamento da due anni, tocca al legislatore farne un’assoluta priorità.
E come instaurare una nuova cultura del lavoro e della sicurezza in questo Paese?
La pandemia ha ricordato all’intero Paese quanto sia importante lavorare in sicurezza eppure nonostante il lockdown gli infortuni mortali nel primo semestre sono aumentati del 19%. Per anni la salute e la sicurezza di chi lavora è stata considerata un costo e questo è figlio di un modello culturale ed economico che mette al centro solo il profitto. A livello culturale va cambiato questo: il profitto non è tutto e il modello neoliberista degli ultimi anni ci ha portato al disastro di oggi in cui non abbiamo strutture sanitarie a sufficienza e facciamo fatica a riaprire le scuole. Dobbiamo ripartire dal lavoro. Se non ci fossero stati uomini e donne con senso del dovere, e spesso un contratto precario, a gestire i servizi pubblici essenziali, il nostro Paese non avrebbe mai retto alla pandemia. Serve riconoscere il giusto ruolo al lavoro in questo percorso di ricostruzione in vista del Recovery Plan, non solo chiamarli eroi nei momenti di grave emergenza. Noi nei prossimi mesi ci impegneremo principalmente su questo.
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