Dialogo con Tania Scacchetti, segretaria Cgil con delega al mercato del lavoro. Come riprogettare il futuro del Paese?

Nella fase attualedi rielaborazione di politiche quadro per mettere al sicuro il Paese da parte dell’esecutivo in carica, si pone un quesito centrale: quale ruolo dovranno avere i govani all’interno del sistema economico e di coesione sociale.
Ne parliamo con la segretaria Cgil nazionale TaniaScacchetti, con delega al mercato del lavoro.
Segretaria, cosa non ha funzionato in questi anni nelle politiche del lavoro, in particolare per i giovani?
Valutare le politiche del lavoro pretende anzitutto uno sguardo più ampio rispetto a quello che di solito porta a valutare gli effetti della regolazione del mercato del lavoro. È indubbio infatti che il contesto economico complessivo, la condizione del sistema produttivo e la sua ridefinizioni, la demografia e la qualità dello sviluppo, abbiano tutti profonde correlazioni e interazioni con le politiche del lavoro.
Il nostro è un Paese che sta invecchiando, che ha visto una trasformazione della occupazione che è cresciuta prevalentemente nei settori del terziario e dei servizi; un Paese fatto da un tessuto produttivo ancora affetto da nanismo, da bassa capitalizzazione delle imprese, da bassi livelli di investimento in innovazione e ricerca, da una bassa produttività.
Negli ultimi anni si è assistito a fenomeni veloci, invasivi e profondi di trasformazione dettato dalla globalizzazione, dalla digitalizzazione, dalla frammentazione delle catene del valore e da processi di esternalizzazione che hanno reso sempre più complesso il governo dei processi e hanno indebolito anche il ruolo sindacale.
Il lavoro, nel nostro Paese, non sta particolarmente bene. Abbiamo una occupazione anziana, specie in alcuni settori, come la pubblica amministrazione, dopo l’età media supera i 50 anni. Le ultime riforme pensionistiche hanno peraltro aggravato questo dato. Una occupazione che per oltre 9 milioni di persone è debole, frammentaria o povera. Una occupazione che non premia i giovani. Sono oltre 2 milioni di Neet e il rischio per molti di loro di entrare in un sistema che stabilizza una condizione di precarietà per anni e la difficoltà, paradossale in un Paese con bassi livelli di istruzione, riscotnrata di garantire opportunità di occupazione ai giovani neolaureati protagonisti di un processo di migrazione verso l’estero, sono preoccupanti. Una migrazione non solo dettata dalla volontà ma piuttosto dalla necessità. Le politiche del lavoro che hanno scommesso sulla maggiore flessibilità e sulla deregolamentazione non hanno premiato di certo le giovani generazioni. Se l’idea era quella di togliere qualche diritto ai garantiti per includere i non garantiti di certo non ha funzionato.
Quali proposte e politiche da attuare per superare il suddetto gap?
Intanto bisognerebbe davvero optare per uno straordinario piano per l’occupazione, a partire dai settori pubblici, istruzione, sanità, ricerca e territorio. Creare nuove opportunità di lavoro è infatti il primo strumento per ridurre il gap occupazionale a vantaggio delle giovani generazioni. Poi va affrontato il tema Neet, anche attraverso l’implementazione di “garanzia giovani”, un programma importante che tuttavia deve sviluppare maggiormente le misure orientate alla acquisizione di un titolo di studio e una presa in carico maggiormente personalizzata.
In tema di regolazione del mercato del lavoro va poi valutato come incentivare l’apprendistato come principale forma di attivazione nel mercato del lavoro.
Anche una riforma delle pensioni che reintroduca il principio della flessibilità in uscita può agevolare un maggior riequilibrio nel mercato del lavoro a favore delle giovani generazioni.
A suo avviso come devono cambiare le politiche attive del lavoro?
Il tema delle politiche attive del lavoro è certamente uno dei più dibattuti e dei più discussi.
In primis è doveroso ricordare che le politiche attive funzionano bene quando il rapporto fra domanda e offerta di lavoro è equilibrato. Più è alto il gap fra la domanda e l’offerta di lavoro più è illusorio pensare che le politiche attive siano la soluzione a tutti i problemi. Fra le cose che devono certamente migliorare e che anche l’istituzione di Anpal non ha risolto, si annovera la creazione di un sistema informativo unitario e la chiarezza e la visibilità di un sistema a rete capace di prendere in carico la persona.
Va implementato e reso strutturale l’investimento sui centro per l’impiego, che devono diventare sempre più anche riferimento del sistema delle imprese per l’incrocio domanda e offerta. Vanno superati, anche attraverso piani di formazione e riqualificazione mirati, i limiti di un sistema in cui ancora c’è carenza di manodopera specializzata in alcuni ambiti, pur in presenza di elevati tassi di disoccupazione.
Va evitata la retorica per la quale l’efficacia delle politiche attive sia determinata esclusivamente dal momento dell’incrocio fra domanda e offerta di lavoro, in un Paese in cui il livello di informalità ancora è ampiamente prevalente. Innalzare i livelli di istruzione, di acquisizione di titoli di studio, prevedere il rafforzamento del collocamento pubblico a partire dagli ambiti in cui il rischio di illegalità è fortissimo, definire una rete ben integrata e visibile al cittadino per la presa in carico, rafforzare alcuni strumenti, come l’assegno di ricollocazione, per chi è in disoccupazione da più tempo.
In questo quadro, quale potrà essere il ruolo dei corpi intermedi?
I corpi intermedi possono essere soggetti che aiutano, supportano, indirizzano il lavoratore o il giovane verso i percorsi più adatti alla sua condizione. Hanno un compito fondamentale nella contrattazione, in particolare, di secondo livello, per favorire non solo l’ingresso delle giovani generazioni nei luoghi di lavoro ma anche la loro stabilizzazione e il riconoscimento delle loro competenze. Altrettanto importante, nella contrattazione territoriale e regionale, è lavorare per costruire delle reti (aziende, università, CPI, parti sociali, scuole e centri di formazione) in grado di sostenere e agevolare processi di inclusione.
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