Conversazione con Giorgio Benvenuto, presidente della Fondazione Bruno Buozzi

Presidente in termini di coesione sociale come ha reagito il mondo del lavoro e sindacale alla pandemia?
L’emergenza ha posto problemi enormi e difficili da fronteggiare. I sindacati hanno posto la giusta priorità: la sicurezza sul lavoro. Inoltre hanno ottenuto che la disoccupazione non degenerasse. Sta ora al Governo e alle forze riformiste agire per non spingere il problema dell’occupazione nella palude dell’assistenzialismo. Cosa è mancato? C’era e c’è ancora la necessità di fare sistema per reggere alla pandemia. Il ritardo è evidente. Ma la politica è come se si fosse dimenticata della esistenza delle forze sociali. Il governo le ha ascoltate ma non le ha coinvolte effettivamente. Occorre più dialogo insieme al coraggio di guardare anche oltre le difficoltà attuali.
Come giudica i provvedimenti del governo per la crisi, e il recovery fund?
Il governo ha dovuto affrontare una situazione eccezionale. Abbiamo assistito a tante polemiche inutili e dannose. Per ora si è rincorsa la pandemia e in parte era inevitabile. Ma serve ora una marcia in più, visto che i problemi si fanno sempre più insidiosi. Ad esempio, si è puntato molto sul Recovery fund facendo però credere che poteva essere la panacea di tutti i mali, ma non si è ricorso al Mes per la sanità che già in estate poteva attivare migliori difese contro la seconda ondata. E mentre c’erano migliaia di lavoratori ancora senza Cig (Cassa Integrazione Garantita ndr) si è tardato a chiedere i fondi del Sure che l’Europa ha messo a disposizione.
Su quali aree di intervento dovremo utilizzare i fondi europei da programmare?
I fondi europei vanno usati bene. Dimostrando di fare progetti seri e capacità di spendere le risorse che avremo. Il nostro Paese ha ritardi infrastrutturali notevoli, dobbiamo accelerare la transizione energetica, creare nuovo lavoro che abbia la dignità. Una riflessione a parte merita la sanità. Si commette un grande errore a ritenerla un’alternativa all’economia. La sanità è buona economia, altro che storie. Dobbiamo in sintesi ridare priorità alla economia reale rispetto alla finanza. Uno sforzo che dovrebbe essere condotto non solo italiano ma anche europeo.
Alla luce delle analisi che ha sviluppato insieme ad Antonio Maglie, come si rilancia l’azione dei corpi intermedi, anche considerando le sue ultime proposte avanzate con Cesare Damiano e Raffaele Morese
Il rilancio dei corpi intermedi non può essere una operazione a “freddo”. C’è bisogno di una nuova progettualità anche da favorire come avvenne in passato con l’apporto di grandi giuslavoristi del calibro di Gino Giugni e Federico Mancini, attraverso gli stimoli di una cultura riformista. Occorre dare fiducia ai gruppi dirigenti più giovani. Hanno di fronte a loro un percorso accidentato. Faranno errori, subiranno sconfitte, ma attingendo alla passione, alla creatività, al realismo, potranno farcela. Cosa chiedere alla forze politiche riformiste? Due cose: non indulgere in una autosufficienza che oggi è solo una dimostrazione di debolezza, e favorire sul piano sindacale un percorso forte di unità, nel rispetto dell’autonomia.
Ci può descrivere l’attività della Fondazione Buozzi e la figura del sindacalista ucciso dai fascisti?
Bruno Buozzi se non fosse stato assassinato sarebbe diventato il Segretario della ricostituita Cgil unitaria. Lo confermarono Achille Grandi e Giuseppe Di Vittorio. Era un vero riformista, coerente, tenace, che si faceva comprendere dai lavoratori. Il suo messaggio più attuale resta quello di ritenere il riformismo sociale e politico in grado di migliorare la democrazia del Paese e la dignità del lavoro. Non dimentichiamo mai che Turati e Buozzi furono i primi a parlare di Statuto dei diritti dei lavoratori e di partecipazione nelle aziende.
A suo avviso la formazione può essere l’asset centrale per un nuovo modello di sviluppo?
La formazione sarà fondamentale per garantire il lavoro alle nuove generazioni. Ma attenzione: senza politiche del lavoro efficaci e senza ammortizzatori adeguati alla trasformazione del lavoro la formazione rischia di essere solo una parola vuota. Dobbiamo comprendere che con pazienza va ricostruita una intelaiatura complessiva del sistema lavoro, a partire da una scuola rinnovata.
Secondo Lei, come si rilancia il fronte progressista contro il vento delle destre populiste?
Potrei cavarmela con una frase dell’ultima Enciclica di Papa Francesco: la vera saggezza è quella che poggia su un saldo rapporto con la realtà. Il populismo adesso appare meno forte, ma non dimentichiamo che poggia anche su logiche trasformiste e su un negazionismo che viene sottovalutato ed è quello del rifiuto della memoria storica, qualche volta perfino della nostra storia passata giudicata come un male assoluto da sfuggire. Il riformismo va riconquistato riproponendo valori che saranno sempre più necessari: la solidarietà innanzitutto, la partecipazione, il progetto di società, il recupero di quel gradualismo nel promuovere una società che riduca le diseguaglianze che non è politica spicciola ma realizzazione di assetti sociali ed economici più solidi. Chi potrà dirlo? I giovani sono chiamati a riscoprire questo terreno di lavoro e di impegno. Ma va sgomberato loro il campo. È quello che non fa una politica di potere che non sa guardare lontano ed è egoista ma non generosa. Il riformismo invece è generoso, è aperto, è solidale.
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