Intervista a Gianni Alioti: quale ruolo per i corpi intermedi sindacali nello scenario internazionale?

CONVEGNO DISASTRI NATURALI E AMBIENTALI LE IMPLICAZIONI PER I SISTEMI DI RELAZIONI INDUSTRIALI E DI LAVORO

E’ urgente che il soggetto intermedio del corpo sindacale faccia politica globale, e che sappia dunque rapportarsi con una “società ipercomplessa” (P. Dominici), in grado di affrontare la rinnovata complessità del mondo del lavoro contemporaneo. Ne parliamo con Gianni Alioti, già dirigente FIM CISL e responsabile nazionale della stessa categoria del Sindacato Internazionale, esperto in politiche sindacali globali.

Quale sarà, secondo lei, il ruolo dei corpi intermedi nello scenario globale?

Alla tua domanda non è facile rispondere… Mi viene in soccorso una bella frase di Bruce Springsteen, da cui dovremmo ripartire: “I sindacati sono stati l’unica voce potente ed efficace che i lavoratori abbiano mai avuto nella storia degli Usa”. Il cantautore americano ha asserito una verità contenuta nelle statistiche, volutamente ignorata.

Negli Usa, dagli anni ’60 a oggi, la riduzione di reddito della classe media (a vantaggio esclusivo dell’uno per cento più ricco della popolazione) coincide con il declino della sindacalizzazione. Nell’immaginario neo-liberista del capitalismo, non c’è spazio per l’istituzione sindacale. Questa logica ha finito per permeare le stesse politiche governative dei partiti, un tempo pro-labour e, finanche, di quelli che si auto-definiscono “comunisti”, come quello cinese.

Il risultato è che, dagli anni ’80, mentre le retribuzioni dei lavoratori crescono solo del 10,9%, quelle dei top manager aumentano del 997,2% e l’indice azionario delle 500 imprese più capitalizzate degli Usa s’impenna del 503,4%. Non ci vuole molta fantasia per capire chi ha vinto e chi ha perso.

In questo scenario regressivo, i corpi intermedi non giocheranno alcun ruolo se non cambiano i rapporti di potere tra capitale e lavoro su scala globale.

Come si potrà costruire una vera partecipazione democratica da parte dei lavoratori ai processi globali, ed europei?

Con il primato del capitalismo finanziario e lo strapotere delle grandi Corporate, il potere politico «non esiste di per sé, ma è soltanto una funzione del potere economico». Affinché si possa costruire una partecipazione democratica dei lavoratori ai processi globali, bisognerebbe per prima cosa ripristinare il diritto e nuove regole costituzionali, in grado di imporre dei limiti al potere economico-finanziario e agli abusi delle imprese multinazionali, cominciando dai giganti del web.

Ad esempio, Alphabet che controlla Google, ha un valore di mercato superiore a 500 miliardi di dollari. Eppure riesce a eludere il fisco e a trasferire nei paradisi fiscali tutti i ricavi ottenuti in Europa e negli altri paesi, sfruttando i punti deboli delle legislazioni internazionali e nazionali.

Al contempo Amazon, per controllare “pensieri e azioni” dei propri lavoratori, allo scopo di prevenire qualsiasi tentativo di auto-organizzazione, utilizza sistemi di AI che equiparano la sindacalizzazione a una minaccia terroristica. E questi sono solo due esempi di un lungo elenco di nefandezze compiute da altre grandi imprese multinazionali come la coreana Samsung, la taiwanese Foxconn, l’americana Walmart, l’europea Glencore o la cinese Huawei ecc. ecc.

Resto convinto che senza un’effettiva capacità dei sindacati di agire globalmente nelle imprese multinazionali, lungo le catene del valore, creando i giusti “contrappesi” allo strapotere di cui parlava l’economista americano John Kenneth Galbraith sin dagli anni ‘60, non solo è pregiudicata la democrazia politica, ma anche qualunque idea di partecipazione dei lavoratori.

A che punto è a suo avviso la costruzione del sindacato europeo che già è in essere, e internazionale?

Siamo rimasti per troppo tempo aggrappati all’idea del dialogo sociale, senza capire che l’offensiva neoliberista, avviata in parallelo al processo di globalizzazione, avrebbe portato a un enorme cambiamento negli equilibri di potere tra capitale e lavoro. E che lo stesso modello sociale europeo conosciuto fino allora, avrebbe iniziato a crollare insieme al muro di Berlino.

Il sindacalismo europeo, specie negli ultimi anni, ha ritrovato una buona capacità di analisi e proposta, che sembrava smarrita. Il problema è che mancano azioni efficaci affinché le richieste specifiche del movimento sindacale siano adottate e soddisfatte. C’è bisogno di più sindacati capaci e disposti a lottare. È necessario costruire ampie alleanze sociali, capaci d’incisive mobilitazioni e di una solidarietà reciproca.

All’origine del dialogo sociale europeo, c’era un compromesso di classe tra lavoro e capitale nel secondo dopoguerra (qualunque cosa ne pensa) frutto di rapporti di potere. Non era il risultato di appelli ai datori di lavoro, ma dell’azione diretta dei lavoratori organizzati sindacalmente. E sullo sfondo esisteva sempre la minaccia di una trasformazione socialista. Da qualche tempo i rapporti di potere si sono spostati a favore del capitale (e dei mercati finanziari). Con sindacati deboli (i lavoratori attivi iscritti si sono dimezzati) e sulla difensiva, i datori di lavoro non sono più interessati a un dialogo sociale efficace. Abbiamo bisogno di sindacati più forti e disposti a sfidarli.

Non è, però, sufficiente. Le pratiche sindacali appaiono antiquate di fronte a una forza lavoro sempre più diversa per genere, etnia, età e tipologia di lavoro. La diffusione di nuove tecnologie e delle piattaforme digitali pone nuovi problemi di rappresentanza. Il cambiamento della sua struttura interna e della sua azione collettiva nella società esige una necessaria autocritica e la disponibilità a sperimentare nuove pratiche.

La lotta quotidiana per diritti, occupazione e salario continua a essere fondamentale, ma è giunta l’ora per il movimento sindacale di aumentare la contestazione e le denunce contro le ricorrenti e violente azioni anti-sindacali adottate da governi e imprese (specie multinazionali) e implementate in molte parti del mondo. La globalizzazione richiede nuove articolazioni internazionali e la costruzione di nuove solidarietà.

Come cambia il lavoro nella crisi da Covid? Supereremo la fase mercatista dello sviluppo delle istituzioni europee ed internazionali?

Le conseguenze economiche della pandemia si sono sovrapposte a una crisi preesistente di posti di lavoro a basso salario e precari. Senza risparmi o reti di sicurezza sociale, milioni di lavoratori (specie informali) sono precipitati in una povertà estrema.

L’azione dei governi resta in gran parte ancorata all’idea secondo cui la flessibilità dei mercati del lavoro crea occupazione. Al contrario molti studi scientifici dimostrano non solo l’effetto irrilevante sulla creazione di posti di lavoro, ma le conseguenze economiche e sociali negative dovute alla depressione dei salari e all’aumento delle disuguaglianze.

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