Le spie di Latina che aiutano criminali e affari sporchi

È deceduto da poche settimane uno degli attori più noti al mondo. Sean Connery, James Bond per eccellenza, un mito per intere generazioni. Ma al di là degli 007 raccontate dal cinema, esistono ancora, e sono senza alcun dubbio assai meno affascinanti di Connery, spie che fanno il doppio gioco, spesso a grave svantaggio del diritto, della giustizia e della legalità. Uomini e donne che diffondono informazioni, vendono contatti, passano documenti riservati in virtù del ruolo che svolgono presso importanti istituzioni. Il tutto in cambio di denaro, potere, accesso ad alcuni ambienti considerati privilegiati o potenti. Accade ovunque, e accade anche a Latina.
In questo caso, a tradire il diritto che dovrebbe condurre i cittadini e il Paese lungo la strada della giustizia, sono alcuni personaggi come Francesco Santangelo, che diffondeva notizie riservate sulle inchieste in corso grazie al suo status di dipendente della Procura di Latina. Le indagini condotte dalle Forze dell’ordine venivano deviate, anticipate, mortificate e vanificate a volte dalle informazioni che Santangelo forniva ai diretti interessati, alcune volte criminali. Scrive a questo riguardo il gip del Tribunale di Latina, Giuseppe Cario, nell’ordinanza Scarabeo, che Santangelo risulterebbe chiaramente come il «referente di una serie di soggetti con i quali risulta aver avuto contatti finalizzati ad informarli in ordine a procedimenti penali in corso». Insomma, mentre alcuni agenti dello Stato si impegnavano a cercare mafiosi, corrotti, criminali e taglieggiatori, altri suoi membri riuscivano a sapere in anticipo le mosse degli agenti, vaporizzando il lavoro di indagine durato mesi o anni. Non è però una novità. A Latina le voci corrono da anni lungo i corridoi che tagliano a metà i palazzi del potere. Il giudice Antonio Lollo, ad esempio, a febbraio del 2015 seppe che era stato scoperto e con tutta tranquillità salì le scale della Questura di Latina per recarsi dal capo della Digos di allora. Non aveva il fiatone ma la quasi supposta certezza di riuscire a portare a casa un risultato che forse considerava scontato. Lollo infatti andava a chiedere al dirigente della Polizia di Stato se aveva informazioni su un’indagine inerente i fallimenti a Latina. Insomma chiedeva di sapere lo stato di alcune indagini che potevano riguardarlo per evitare di finire sotto i riflettori, considerando che allora proprio il giudice Lollo era giudice delegato di una delle due sezioni fallimentari del Tribunale pontino. Il dirigente della Digos di Latina, forse imbarazzato, lo liquidò con una scusa e dieci minuti dopo era in Procura, come dovrebbe sempre essere, a denunciare l’anomalo accaduto. In quell’occasione la riflessione riguardò pratiche piuttosto diffuse, ispirate da spie che in alcuni casi svolgevano anche funzioni di rilievo istituzionali, abituate a conoscere in anticipo ciò che non si doveva sapere per tutelare la loro azione, ruolo, interessi e i relativi affiliati di questo sistema criminale. Il giudice Lollo ovviamente non si accontentò di ricevere una scusa dall’agente di polizia, evidentemente addotta per prendere tempo. E così, mentre il dirigente della Digos saliva i gradini della Procura della Repubblica pontina, il giudice della sezione fallimentare faceva la medesima richiesta di informazioni ad un finanziere. Tutto questo un paio di settimane prima del suo arresto. Due casi fanno una prova? Forse no. E allora, a ben guardare, comportamenti analoghi si trovano anche in altre importanti inchieste giudiziarie. Vale per SuperJob, ad esempio, nel 2015, ossia la peggiore storia di evasione scoperta negli ultimi anni dalla Guardia di Finanza e che ha avuto un ruolo pure nelle parallele verifiche del processo Arpalo, lo scandalo del riciclaggio legato al Latina Calcio. La Guardia di Finanza stava indagando su un giro di cooperative di Aprilia che, si accerterà più avanti, nascevano e morivano in brevissimo tempo per frodare il fisco. Pratiche diffuse, azioni clientelari e denaro a fiumi che riforniva e saziava gli appetiti di alcuni tra gli uomini più potenti della provincia. L’evasione arrivava a contare circa 90 milioni di euro, come come verrà contestato nell’inchiesta SuperJob e in quella collegata, Dusty Trade. In quel contesto viene intercettato il commercialista Pietro Palombi, considerato uomo di fiducia del terzetto Paola Cavicchi-Pasquale Maietta-Fabrizio Colletti. Proprio quelli del Latina Calcio di alcuni anni fa. Palombi finì nella rete delle telefonate intercettate perché era in corso l’inchiesta che poi sarebbe approdata, appunto, agli arresti di SuperJob ed erano sotto controllo due finanzieri. Uno dei due, Ciro Pirone, parla direttamente con Palombi e si intuisce l’esistenza di un giro di soffiate, informazioni riservate diffuse a chi non doveva sapere, di indicazioni che non doveva essere date. Non a caso da quel momento il deus ex machina del Latina Calcio e astro ascendente della politica pontina e nazionale, Pasquale Maietta, si muoverà con cautela e con un linguaggio felpato per evitare di indirizzare gli agenti e gli inquirenti sul tracciato dei suoi affari e interessi. Tutto venne alla luce e con esso anche l’idea di un cambiamento radicale che finalmente saldasse la riservatezza con la giustizia. Ed invece no. Purtroppo. Nel 2016, ancora a Latina, un imprenditore fa saltare l’arresto in flagrante per estorsione dei fratelli Di Silvio con Agostino Riccardo, chiamando quest’ultimo dal centralino della Finanza mentre la squadra mobile si preparava al blitz. Insomma mentre la Polizia stava per salire in auto per procedere con gli arresti, qualcuno informava questi ultimi vanificando ancora una volta gli sforzi di uno Stato che cercava di fare semplicemente il proprio dovere. Fatto raccontato in aula al processo Alba Pontina dal capo della squadra mobile dell’epoca. Tutto finito? Magari. Tra dicembre 2017 e maggio 2018 una schiera di agenti dei servizi segreti, un maresciallo e un sovrintendente della polizia, mettono sottosopra lo Sdi per aiutare Luciano Iannotta, un imprenditore che poteva contare su amici nelle Forze dell’ordine per accedere ad informazioni su inchieste che lo riguardavano insieme a persone a lui vicine. Un andazzo che è oggi parte del procedimento Dirty Glass. Ma siccome nulla nasce per caso, si può tentare di comprendere il caso Latina andando al 2010, quando un carabiniere distrugge sul nascere un’inchiesta partita da un giro di truffe in danno delle assicurazioni e prossima a scoprire un sistema di favori dentro il Comune di Latina. Quel Comune oggi guidato dal Sindaco Coletta e che anni è stato invece il feudo di una destra affarista e criminale. Il carabiniere diffuse informazioni per avere come favore quello di rientrare a Latina, essendo allora fuorisede, grazie all’aiuto di un politico. Soffiata che fu scoperta dai carabinieri medesimi, a dimostrazione della correttezza e professionalità che caratterizzano l’Arma, in particolare il Comando provinciale di Latina. Ma ormai era tardi e il danno era già stato prodotto. L’inchiesta andò avanti solo per la parte inerente le truffe in danno delle assicurazioni. Per il resto fu inevitabile l’archiviazione poiché le intercettazioni raccolte erano insufficienti.
Insomma, è deceduto a novembre il grande Sean Connery, ma di spie è ancora pieno il mondo. Spie da quattro soldi, che fanno solo male al Paese e a quella giustizia che ancora manca, e non a caso.
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