Dialogo con Piero Dominici sul tempo nuovo: l’esigenza di un nuovo contratto sociale, il pensiero e la proposta di una nuova utopia

Cultura della complessità e intelligenza collettiva diventano asset centrali nella civiltà ipertecnologica. Occorre un profondo rinnovamento delle classi dirigenti, delle élite, e della stessa società civile. Ne parliamo con Piero Dominici, sociologo e filosofo, esperto di complessità e pensiero sistemico.
Come usciremo da questa crisi, in termini di legame sociale e di costruzione della cittadinanza?
Senz’altro, stiamo andando verso un aumento, una radicalizzazione, sia in termini quantitativi che qualitativi, delle disuguaglianze e stiamo già facendo i conti con nuove asimmetrie. Precarietà e incertezza sono divenute condizioni esistenziali, non soltanto economiche. Proprio questo lungo periodo di isolamento e distanziamento sociale (ed emotivo) ci sta facendo (ri)scoprire, seppur molto lentamente, da una parte, le straordinarie potenzialità del digitale e delle tecnologie della connessione, con culture digitali ancora tutte da co-costruire (e siamo, tuttora, molto lontani dal comprenderne implicazioni etiche ed epistemologiche); e, dall’altra, ci sta facendo (ri)scoprire quanto importanti, fondamentali, vitali, generative, siano le relazioni e la prossimità delle altre persone, anche di quelle che non conosciamo bene. Reti, legami, vitalità, energie, corpi che sono sociali, ancor prima che digitali. Per non parlare dei meccanismi sociali della fiducia e della cooperazione che hanno bisogno di essere ri-attivati, ripartendo proprio dalle istituzioni educative e formative. Le infrastrutture tecnologiche e gli ambienti iperconnessi sono molto importanti, ma non possono garantire, in alcun modo, certi pre-requisiti fondamentali nel processo sociale di costruzione di una cittadinanza piena e non eterodiretta.
L’abitare, appunto, quello spazio sociale, relazionale, comunicativo, comune e condiviso, che può essere simulato soltanto in parte e all’interno di certi vincoli e limiti; uno spazio che ci fa sentire “umani”, fino in fondo, anche nelle situazioni più conflittuali e contraddittorie. Quel “sociale” al quale, prima o poi, dovremo ritornare senza dimenticare questa esperienza che, come ho ripetuto altre volte e, in passato, in occasione di altre emergenze e disastri, non è un “cigno nero” (prima di Taleb, metafora già ampiamente utilizzata dagli antichi) – per evocare la celebre metafora – bensì, “è uno dei tanti cigni neri che continueremo ad incontrare in questa nostra evoluzione complessa e tutt’altro che lineare e prevedibile” (cit.). In altre parole, queste settimane di distanziamento sociale e di quarantena, forse -meglio ancora- di auto-isolamento, oltre a farci riflettere su tante questioni fondanti relative alla nostra vita privata e pubblica; oltre a farci riflettere sulla centralità strategica della conoscenza, della condivisione della conoscenza e del “sapere condiviso” (Dominici 1998, 2003, 2008) e, ancor di più, sull’assenza di dimensioni/aspetti/fattori che, ormai, tendiamo a dare per scontate/i (su tutti, quello della nostra “libertà”, concetto complesso con numerose sfumature e accezioni e, allo stesso tempo, quello della valore imprescindibile della “relazione”), ci hanno fatto riflettere molto anche su quanto questa pandemia – ne ho parlato in termini di “ecosistema di emergenze” – nella sua dimensione globale di fenomeno (soprattutto) sociale, stia cambiando, in profondità e senza possibilità di ritorno al passato, i nostri stili di vita (non credo i valori), le nostre aspettative, i nostri valori. Si stanno incrinando, oltre che le nostre certezze, quelle che ho definito “grandi illusioni della civiltà ipertecnologica” (razionalità, controllo, prevedibilità, misurabilità, eliminazione dell’errore) (1995 e sgg.) evidenziando ancora una volta – se ce ne fosse bisogno – la natura sistemica e relazionale di ogni azione, dinamica, processo sociale. A tal proposito, come vado sostenendo da tempo, non ho mai creduto che, dopo queste settimane, dopo questi mesi, così difficili, ci saremmo ritrovati e, pensando al domani, ci ritroveremo/risveglieremo tutti più buoni, generosi, aperti e solidali (quante narrazioni!); una società costruita/edificata su valori individualistici e utilitaristici, su una competizione senza regole, segnata da particolarismi così radicati in tutti gli strati sociali, una società articolata in élites e corporazioni (modello sociale feudale, 1995-2018), una “società asimmetrica” – così l’ho definita – non può modificarsi, in profondità, neanche in presenza di eventi emergenti sistemici come questa pandemia. Ci sono diversi precedenti, con riferimento a disastri, catastrofi ed emergenze di varia natura: spesso si parla – a mio avviso, erroneamente – di capitale sociale, di solidarietà, di fiducia e cooperazione, meccanismi sociali complessi che necessitano di numerosi fattori scatenanti e concause.Ma, in queste situazioni, il ‘vero’ collante sociale è sempre costituito dal bisogno, fondamentale e insostituibile, di sicurezza e da una solidarietà della paura irrefrenabilmente alimentata, oltre che dalle nostre vulnerabilità e dal senso di inadeguatezza/impreparazione, anche dalla copertura mediatica, dall’ecosistema globale dell’informazione e, con l’avvento della cd. rivoluzione digitale, da socialmedia e ambienti iperconnessi. Con ogni probabilità (possiamo soltanto attendere lo scorrere degli eventi…anche se non sono pochi quelli che, già ora, dichiarano, “mostrano”, ancora una volta, di aver capito e saper/poter prevedere tutto), non cambieranno neanche gli attori sociali, gli individui, le persone, nonostante la viralità e l’invasività di questa pandemia sociale. Torno a ripetermi: dobbiamo/dovremmo – come ripetuto più e più volte negli anni (mai praticato, se non a livello di slogan) – pensare concretamente al lungo periodo anche, e soprattutto, per costruire una “cultura della responsabilità e della prevenzione” che, evidentemente, ha nella “cultura della complessità” un pre-requisito fondamentale (Dominici, 1995 e sgg.).
L’evoluzione dell’ecosistema globale (1996) sta lentamente progredendo verso una ridefinizione delle asimmetrie, che porta con sé l’esigenza di un “nuovo contratto sociale” (2003). Pur essendo letteralmente esplosa la dimensione di ciò che è tecnicamente/tecnologicamente controllato e controllabile (interconnesso e interdipendente), non possiamo non rilevare come vulnerabilità e imprevedibilità continuino a rivelarsi condizioni empiriche delle organizzazioni e dei sistemi complessi. Di conseguenza, diventa ancor più urgente una riformulazione del pensiero, del sistema di pensiero (insieme, evidentemente, con l’educazione la “vera” sfida della civiltà ipertecnologica e iperconnessa) e, soprattutto, una ridefinizione dell’architettura complessiva dei saperi e delle competenze (in chiave aperta e multi/inter/transdisciplinare) che deve, successivamente, concretizzarsi in proposte e strategie educative funzionali alla costruzione sociale del cambiamento. Un cambiamento che, ricordiamolo, se imposto dall’alto è (e sarà) sempre un cambiamento per pochi e di breve periodo… Perché questo è il vero “fattore” cruciale del cambiamento e dei processi di innovazione: il “fattore” culturale, una “variabile” complessa in grado, nel lungo periodo, di innescare e accompagnare i processi economici, politici, sociali. E – non è inutile ribadirlo – il livello strategico è quello concernente i processi educativi (la Scuola, sopra ogni cosa, e le altre agenzie di socializzazione); è il livello dove è possibile costruire, far emergere, oltre che “teste bene fatte” (pensiero critico, pensiero sistemico, educazione alla complessità), la cultura della legalità, della prevenzione, della responsabilità e determinare le condizioni socioculturali per un ridimensionamento dell’egemonia dei valori individualistici ed egoistici, che hanno significativamente contribuito all’indebolimento del legame sociale e della Comunità. Perché, quando si dice “la questione è culturale”(!), soltanto l’affermazione di un tale principio, ci costringe a fare i conti con una visione sistemica ed un approccio che non può che essere multidisciplinare e interdisciplinare. E, proprio in questa fase di delicata e incerta transizione, non siamo mai stati così iperconnessie interconnessi, eppure, mai, come in questa fase, avvertiamo l’assenza dell’Altro, degli Altri, del legame sociale, della condivisione (vera), dell’immediatezza; avvertiamo la grande distanza con l’Altro, con gli Altri, pur nella “vicinanza mediata”. L’assenza di una relazione complessa che non può essere simulata, in alcun modo.
Le agenzie formative che ruolo avranno per il cosiddetto “cambio di paradigma” e per un nuovo contratto sociale?
Sempre più centrale e strategico, proprio perché ci troviamo nella cd. “società della conoscenza” e dobbiamo confrontarci con nuove disuguaglianze e asimmetrie informative, conoscitive e culturali. Oltre a trovarci ad attraversare una fase di transizione segnata dalla rapida, rapidissima, obsolescenza dei saperi. Come ripeto spesso, l’innovazione/il cambiamento è processo complesso, anzi è complessità: istruzione, educazione, formazione ne devono (dovrebbero) essere gli assi portanti, non semplici “strumenti” che arrivano a valle dei processi di mutamento per correggere traiettorie e discontinuità inattese e/o imprevedibili. Altrimenti, saremo sempre costretti a rincorrere le accelerazioni dell’innovazione tecnologica, con pochissime speranze di raggiungerla e, allo stesso tempo, di metabolizzarne i cambiamenti indotti. I rischi – come dico sempre – rimangono quelli di un’innovazione tecnologica senza cultura e di una illusione della cittadinanza: una cittadinanza e una partecipazione, non negoziate e costruite socialmente e culturalmente all’interno di processi inclusivi, bensì “simulate” e imposte dall’alto senza calarsi, completamente e concretamente, nelle prospettive e nei mondi vitali dei destinatari di queste azioni/strategie. Di coloro che sono chiamati a praticare/esercitare la cittadinanza e la partecipazione, alimentandole, co-costruendone le condizioni strutturali e socioculturali e ri-producendole costantemente.
Nelle società avanzate (e non solo), istruzione, educazione e formazione rappresentano, da sempre, le uniche possibilità di riscatto sociale, di emancipazione e di miglioramento della propria condizione sociale di partenza. Le uniche “variabili” in grado di determinare quel minimo di eguaglianza delle condizioni di partenza, anche in una società come la nostra, tuttora segnata da un modello sociale fortemente corporativo e feudale; sono cambiate le “regole d’ingaggio” della cittadinanza e le nuove asimmetrie vengono definite e riprodotte proprio all’interno delle istituzioni educative e formative, trasformatesi, non da oggi, da (possibili) agenzie di emancipazione ad “agenzie di selezione”. La crisi dei sistemi di welfare completa un quadro estremamente problematico che, nel rendere la precarietà condizione esistenziale, ha determinato un indebolimento dei meccanismi sociali della solidarietà, della fiducia e della cooperazione, mettendo in discussione il contratto sociale anche tra le generazioni, tra le quali sono in atto dinamiche conflittuali sistemiche. Educazione è cittadinanza, educazione è democrazia: ne siamo ancora poco consapevoli!
Centralità dell’educazione e della formazione in connessione con il digitale: cosa occorre per governare il mutamento e abitare la (iper)complessità?
Abitare l’ipercomplessità*, abitare il futuro, iniziando a definire e costruire, oggi, le condizioni sociali e culturali di un’innovazione inclusiva e di una società meno asimmetrica e diseguale. Per provare a realizzare – nel lungo, lunghissimo periodo – obiettivi così complessi non esistono molte strade, anzi. Come ripeto da tempi non sospetti – e oggi lo sostengono tutti, salvo andare nelle direzioni di sempre – esiste una un tema cruciale. Si tratta dell’educazione! L’educazione è “la” questione, anzi la questione delle questioni (insieme con la formazione e la ricerca che, evidentemente, vanno ripensate nelle stesse direzioni); la tecnologia/le tecnologie e il digitale sono opportunità straordinarie di cui non abbiamo ancora colto la valenza e le implicazioni, e non soltanto in termini di cambiamento culturale.
E, a maggior ragione, dentro sistemi complessi adattivi – come detto, segnati da non-linearità, imprevedibilità, capacità di auto-organizzazione e adattamento – il problema non è/non sarà soltanto saper gestire/controllare le tecnologie, sfruttandone al massimo le potenzialità. Dobbiamo accrescere, già a livello dei processi educativi, la consapevolezza dei nostri limiti, delle nostre inadeguatezze, della nostra incompletezza per costruire ed educare ad una cultura del dubbio e dell’errore(Dominici, 1995-2019); per educare all’imprevedibilità e alla complessità della vita in una prospettiva che non può che essere critica, socio-emotiva e sistemica (a questo livello la tecnologia e il digitale possono rivelarsi senz’altro decisivi per andare oltre): variabili complesse alla base, oltre che della ricerca scientifica, della vita e delle nostre esistenze, del “vivere insieme”, dell’incontro con l’altro da noi. Ripensare l’educazione e, con essa, lacultura della comunicazione per abitare il futuro e, appunto, impegnarsi per un “nuovo contratto sociale” (1998 e sgg.) e la democrazia, a maggior ragione in una fase estremamente delicata, segnata, tra le tante questioni, da nuove “regole d’ingaggio” della cittadinanza, definite, alimentate e riprodotte proprio all’interno delle istituzioni educative e formative che, dopo qualche tentativo di realizzarle/concretizzarle come “agenzie di emancipazione” sono tornate ad essere “agenzie di selezione”, all’interno di una società (NOI) già fortemente corporativa e, per molti tratti, feudale. Ci troviamo così a doverci confrontare con una ipercomplessità che, non da oggi, ha fatto saltare vecchi confini e separazioni, mettendo in discussione le nostre libertà/responsabilità, il nostro stesso “essere umani”, evidenziando le profonde inadeguatezze costruite, socialmente e culturalmente, nel corso dei processi educativi e formativi.
È tempo di porre, seriamente e concretamente, all’ordine del giorno anche l’urgenza di una “nuova epistemologia” (ho proposto, in passato, in diversi studi e ricerche, il concetto e la definizione operativa di “epistemologia dell’errore e dell’imprevedibilità”); un’urgenza intimamente legata anche dall’avvento del digitale che, come sostengo da molti anni, cambia il nostro modo di conoscere e rapportarci/interagire con il reale/la realtà. Siamo ancora poco consapevoli che la (iper)complessità, di cui ognuno di noi è parte attiva e integrante – insieme ai modelli ed alle pratiche che tentano di misurarla, semplificarla, rappresentarla, visualizzarla – non può essere in alcun modo gestita: come ripeto da oltre vent’anni, possiamo soltanto imparare e provare ad abitarla. Non è inutile ribadire come, nella società ipercomplessa (1998) non basti più “sapere” e non basti più “saper fare”: dobbiamo necessariamente educare e formare a sapere, a saper fare, ma anche, e soprattutto, a “saper comunicare il sapere” e a “saper comunicare il saper fare”. Si tratta di conoscenze e competenze ormai richieste in tutte le professioni ad elevato contenuto conoscitivo, che caratterizzeranno sempre più la società della conoscenza e l’economia della condivisione. Se non interverremo in maniera profonda, radicale e sistematica su tali dimensioni – educazione e formazione – ci ritroveremo in una condizione problematica di perenne “ritardo culturale” rispetto, appunto, alla complessità, multidimensionalità e ambivalenza che caratterizzano, da sempre, i processi di innovazione e mutamento, i sistemi sociali, la vita. Da questo punto di vista, la stessa ricerca scientifica si basa, attualmente, su logiche che scoraggiano, ostacolano apertamente il dialogo tra i saperi e l’interdisciplinarità, pre-requisiti essenziali per poter affrontare i dilemmi e le sfide della ipercomplessità, non ultima quella di “ricomporre la frattura tra l’Umano e il tecnologico (1998). Siamo ancora reclusi, mentalmente e culturalmente, dentro logiche di “breve periodo”, che sono quelle della risposta/soluzione immediata, del controllo, dell’equilibrio a tutti i costi, dell’emergenza, delle soluzioni semplici a problemi complessi (questioni che non riguardano soltanto la Politica). Nella credenza, quasi fideistica, che la semplificazione sia una valore assoluto, e non è così (1996 e sgg.). Siamo ancora fermi a quelle che ho definito false dicotomie, alla contrapposizione tra formazione umanistica e formazione scientifica, alle classifiche (di tutti i generi) e ai discorsi sull’utilità dei saperi e della conoscenza (principio ingannevole su cui abbiamo edificato le nostre istituzioni educative e formative) o, molto più banalmente, al “servono soltanto tecnici” vs “meglio gli umanisti”, “servono più laureati in…” vs “troppi laureati in…”; in una fase di mutamento così imprevedibile e veloce da rendere sempre più rapida l’obsolescenza di conoscenze e competenze, di profili curriculari e professionali. I percorsi migliori (non ideali), di conseguenza, saranno quelli che perseguono, concretamente, l’interdisciplinarità e la multidisciplinarità, preparando le persone ad abitare la complessità. Occorre educare e formare, a tutti i livelli, menti critiche ed elastiche, figure ibride (1995), aperte alle contaminazioni fra i saperi e le competenze. Figure e profili sempre in grado di vedere i confini e i limiti, qualunque ne sia la natura, come opportunità di crescere e sperimentare. Eppure, mi ripeto, continuiamo ad andare nelle direzioni di sempre: si pensi, in tal senso, anche alla tradizionale, miope e fuorviante, disputa su STEM (poi STEAM) vs Humanities e su “formazione umanistica” vs “formazione scientifica”. La (vera) ragione profonda del nostro ritardo culturale anche nel costruire le condizioni di un’interazione, senz’altro complessa, con la tecnica e le tecnologie. In tal senso, come sostenuto anche in tempi non sospetti, si rivela estremamente rischioso, oltre che fuorviante, anche soltanto pensare di poter definire i percorsi didattico-formativi e curriculari, ma anche gli stessi profili professionali, solo, ed esclusivamente, sulla base delle cd. “esigenze del mercato” e/o delle richieste sempre più specifiche delle imprese. Pur essendo in molti a pensarla in maniera diametralmente opposta (la maggioranza degli addetti ai lavori e dei cd. esperti), questa impostazione è estremamente sbagliata, e non soltanto rispetto alla natura ed agli obiettivi che le istituzioni educative e formative dovrebbero avere.
Come detto, l’educazione è “la” questione, anzi la questione delle questioni (insieme con la formazione e la ricerca che, evidentemente, vanno ripensate nelle stesse direzioni); la tecnologia/le tecnologie e il digitale sono opportunità straordinarie di cui non abbiamo ancora colto la valenza e le implicazioni di carattere epistemologico ed etico, con poca consapevolezza di trovarci di fronte a sistemi complessi adattivi, segnati da non-linearità, imprevedibilità, capacità di auto-organizzazione e adattamento. Dobbiamo accrescere, già a livello dei processi educativi, la consapevolezza dei nostri limiti, delle nostre inadeguatezze, della nostra incompletezza per costruire ed educare (e formare) ad una cultura del dubbio e dell’errore (Dominici, 1996); per educare alla complessità della vita in una prospettiva che non può che essere critica e sistemica (a questo livello la tecnologia e il digitale possono rivelarsi senz’altro decisivi per andare oltre): variabili complesse alla base, oltre che della ricerca scientifica, della vita e delle nostre esistenze, del “vivere insieme”, dell’incontro con l’ALTRO DA NOI. Educare alla complessità perché “Democrazia è complessità” (1995). Una complessità, una ipercomplessità che – come ripeto da molti anni – non può esser gestita né controllata fino in fondo. Possiamo soltanto provare ad abitarla, cambiando in maniera radicale educazione, formazione, ricerca.
In termini politici, potremmo rifondare le radici del progetto europeo e di una globalizzazione etica?
Come ho avuto modo di affermare in più occasioni, l’economia-mondo sta progressivamente depotenziando i meccanismi e i dispositivi propri dei regimi democratici e tutto ciò ha profonde ripercussioni non soltanto su assetti e gerarchie del sistema produttivo globale ma anche, e soprattutto, sull’architettura complessiva dei diritti e delle tutele riguardanti le Persone e, nello specifico, i lavoratori. In un quadro complessivo di generale indebolimento dei sistemi di welfare, si verifica così il passaggio dalla società del lavoro alla società del rischio (Beck), con la definitiva affermazione di un’economia politica dell’insicurezza. Dialettiche aperte, così le ho definite anni fa. Nell’era della globalizzazione e dei sistemi sempre più interdipendenti e interconnessi/iperconnessi, il sistema-mondo appare sempre più segnato da frammentazione e resistenze di tipo sociale e culturale, a loro volta correlate a nuove forme di disuguaglianza e a nuove asimmetrie, tipiche della cd. società della conoscenza. Un sistema-mondo caratterizzato da conflitti, locali e globali, reso strutturalmente instabile da “forze” centrifughe e centripete (2003 e sgg.) che lo rendono dinamico e, allo stesso tempo, caotico. Proprio in questa fase di mutamento globale, in cui la tecnica, le tecnologie, la “rivoluzione digitale”, sembrano restituirci – con tutta la sua potenza, anche in termini di immaginario – l’illusione del controllo totale e della razionalità nelle decisioni e dei sistemi (a tutti i livelli), dobbiamo necessariamente fare i conti con un ecosistema globale che, oltre ad essere caotico e complesso sotto tutti i punti di vista, è divenuto irreversibilmente policentrico. In questo scenario così incerto e ambiguo, la cui (iper)complessità non può certo essere restituita da poche parole e ragionamenti, l’Europa stessa è da tempo attraversata da una fase di crisi e di transizione che, in certi momenti, sembra metterne addirittura in discussione le ragioni del proprio esistere. Tuttavia, a mio avviso, mai come in questa fase storica, così delicata e segnata da frammentazione, incertezza e insicurezza a livello locale e globale (livelli interdipendenti), si avverte l’importanza di riaffermare l’idea originaria e i valori fondanti e fondativi di Europa: un’idea, una visione, un progetto tradotti nel tempo in maniera inadeguata, riduttiva e, perfino, controproducente. Ma si tratta di un’idea, di una visione, di un “progetto”, che vanno riaffermati con forza e ripensati proprio partendo dal sistema di valori su cui poggiano. Operazione tutt’altro che semplice quella di costruire le condizioni di un cambiamento che è soprattutto sociale, culturale e politico.
Per troppo tempo si è pensato, erroneamente, che la moneta unica e la creazione di un mercato unico determinassero, in maniera quasi automatica, anche la realizzazione di un modello di integrazione e interdipendenza fondato su una cultura e un’identità che, pur nel rispetto delle specificità e delle differenze, potevano e dovevano essere comuni e condivise. Sappiamo tutti che non è andata così e che è di vitale importanza ripensare le politiche e le strategie europee in una chiave che è quella habermasiana della “politica interna mondiale“. Come scritto, anche in tempi non sospetti, l’Europa, segnata, da tempo, da una profonda crisi non soltanto economica, (forse) inizia a prendere finalmente consapevolezza che la questione è culturale e che bisogna ripartire dal “fattore culturale” per tentare finalmente di ri-costruire un senso di appartenenza ad una comunità aperta e inclusiva che sappia affrontare le asimmetrie sempre più marcate e i nuovi conflitti, l’evoluzione tecnologica e culturale. In altre parole, rilanciare il “progetto Europa” significa, in primo luogo, porre l’attenzione sulle Persone, sugli spazi relazionali, educativi e della comunicazione (definita, a suo tempo, come “processo sociale di condivisione della conoscenza”); significa definire politiche (lungo periodo) transnazionali – si tratta della via obbligata perché tutti i sistemi sono sempre più interconnessi e interdipendenti – investendo risorse importanti su strumenti complessi di contrasto alle nuove disuguaglianze e asimmetrie che ostacolano concretamente le aperture, il dialogo, l’incontro con l’ALTRO DA NOI, la solidarietà, la stessa realizzazione di quel progetto così importante e ambizioso. In questi ultimi decenni, l’assenza di una Politica, sempre più marginale e ancella di poteri economici e tecnocrazia, la totale mancanza di un’identità (che ha tuttora costi pesantissimi anche in termini di comunicazione e percezione dello stesso “Progetto Europa”) e, a livello della prassi e della traduzione in azioni concrete, di strategie e di politiche definite e costruite sulle Persone e sui loro diritti – che non sono soltanto quelli legati all’essere consumatori – ha di fatto, e drammaticamente, aperto le porte dei vecchi Stati-nazione a populismi e nazionalismi, anche nelle loro forme più estreme, che stanno mettendo in discussione la stessa politica, i partiti e la rappresentanza, i regimi democratici.
Il progetto europeo, in altri termini, deve portare con sé l’obiettivo ambizioso di rimettere finalmente le Persone (e i mondi della vita), e non la tecnica, il mercato o il consumo, “al centro” di un modello di sviluppo che, fino ad ora, ha palesato tutte le sue criticità e incongruenze. In tal senso, è tempo di mettere in discussione il predominio/l’egemonia del paradigma economicistico, uscendo dalla prospettiva, per certi versi, ingannevole che definisce/riconosce la Società come un sotto-sistema dell’economia. Tali obiettivi potranno essere messi a fuoco meglio solo e soltanto se eviteremo di continuare a ricadere nell’errore degli errori: confondere – con tutto ciò che questo comporta – i “sistemi complessi” con i “sistemi complicati”, nella convinzione quasi ideologica e fideistica di poter controllare e, soprattutto, semplificare tutto, anche ciò che non è semplificabile: l’educazione, la comunicazione, il sociale, la democrazia, l’Umano. La deriva di certe dinamiche e processi è fin troppo nota ed è sempre la medesima: analisi e spiegazioni riduzionistiche e deterministiche dei fenomeni/processi e, soprattutto, soluzioni semplici a problemi complessi (1998).
Breve nota bio: Prof. Piero Dominici, Fellow della World Academy of Art and Science, insegna Sociologia della Complessità, di Comunicazione pubblica, di Intelligence. Reti e Sistemi Complessi e di Sociologia dei Processi Culturali e Comunicativi presso l’Università degli studi di Perugia. Sociologo e filosofo, Visiting Professor presso l’Universidad Complutense di Madrid, ha tenuto lezioni e conferenze in numerosi atenei nazionali e internazionali. Scientific Director dell’International Research and Education Programme on Human Complex Systems e Director (Scientific Listening) presso il Global Listening Centre. È Membro dell’Albo dei Revisori MIUR e del WCSA (World Complexity Science Academy), fa parte di Comitati scientifici nazionali e internazionali. Si occupa da oltre vent’anni (didattica, ricerca, formazione) di complessità e di teoria dei sistemi con particolare riferimento alle organizzazioni complesse ed alle tematiche riguardanti l’educazione, la comunicazione, l’innovazione, la democrazia, l’etica pubblica. Collabora con riviste scientifiche e di cultura ed è autore di libri e numerose pubblicazioni scientifiche.
More from Alessandro Mauriello

Conversazione con Amarildo Arzuffi. Formazione, sviluppo e sostenibilità

Rifletteremo con Amarildo Arzuffi, direttore area Formazione di Fondimpresa, pedagogista, specializzato in...
Read More