Profughi eritrei in Tigrai: almeno 4 morti e lo spettro del rimpatrio forzato

Almeno quattro morti, tra i profughi eritrei rifugiati in Tigrai, nella guerra civile in corso ormai da un mese tra l’esercito federale di Addis Abeba e le truppe regionali fedeli al governo di Macalle. Tre sono stati investiti da una raffica di schegge durante un pesante bombardamento che ha colpito l’area limitrofa al centro di accoglienza di Shimelba. Una strage dolorosa quanto inattesa: non risulta che ci siano “obiettivi strategici” nella zona e, in ogni caso, qualunque sia il motivo dell’attacco, non si è tenuto conto della presenza del campo profughi, dove vivono migliaia di donne, uomini e bambini inermi, che nulla hanno a che fare con il conflitto. La quarta vittima è un ragazzo sui vent’anni: lo ha ucciso a colpi di fucile uno degli agenti di guardia al campo di Mai Aini. E’ un mistero perché quel poliziotto abbia fatto fuoco: si sa solo che è accaduto la notte di lunedì 30 novembre, poco dopo le 23.
Di sicuro, la fine assurda di questo ragazzo, non meno di quella degli altri tre profughi morti sotto le bombe, dimostra come il conflitto stia colpendo e abbia precipitato in una condizione di grande pericolo e incertezza anche tutti gli eritrei che, fuggendo dalla dittatura di Asmara, si sono rifugiati in Tigrai. Sono tantissimi: circa 96 mila, più della metà degli eritrei che hanno chiesto e trovato aiuto in Etiopia a partire dal golpe di Afewerki nel 2001. Vivono da anni in quattro grandi centri di raccolta, tutti sotto l’egida dell’Unhcr, situati ad Adi Harush, Mai Aini, Hitsats e Shimelba. “Non sono mancati i problemi in tutti questi anni – dice don Mosè Zerai, dell’agenzia Habeshia, che sta cercando di richiamare l’attenzione della comunità internazionale sul grido d’aiuto che arriva da questi profughi – Negli ultimi mesi, anzi, la pandemia di coronavirus ha peggiorato una situazione già difficile. Non è mai venuta meno, però, la tutela internazionale che ha garantito i diritti di queste persone e consentito loro di avviare un nuovo percorso di vita, sia pure tra grosse difficoltà. Lo sconvolgimento portato dalla guerra rischia adesso di far saltare questo fragile equilibrio e, peggio, anche ogni forma di protezione. E’ vero, infatti, che i combattimenti, a parte il bombardamento a Shimelba, per fortuna non li hanno investiti direttamente, ma nei campi profughi si profilano due minacce non meno drammatiche: il rischio di deportazione forzata in Eritrea e difficoltà di sussistenza enormi a causa della brusca interruzione di tutte le forme di assistenza e rifornimento anche dei beni più indispensabili”.
Deportazione. La minaccia di deportazione riguarda in particolare il campo di Shimelba, quello più settentrionale e più vicino alla frontiera con l’Eritrea, distante una trentina di chilometri. Circolano da giorni notizie che circa 6 mila profughi sarebbero stati bloccati all’interno o nei dintorni del centro di accoglienza, in attesa di essere rimpatriati in stato d’arresto, da parte di reparti militari eritrei entrati in territorio tigrino, come alleati dell’esercito federale etiopico. In sostanza, una deportazione di massa, le cui vittime rischiano di diventare dei desaparecidos introvabili, perché i registri dell’Unhcr sarebbero stati distrutti, in modo da non lasciare traccia degli ospiti del campo o, comunque, da rendere estremamente difficili eventuali, future ricerche.
“In una realtà totalmente blindata come quella attuale del Tigrai, dalla quale i giornalisti e persino le organizzazioni umanitarie sono bandite – riprende l’agenzia Habeshia – non è stato possibile finora verificare se queste notizie abbiano fondamento. Ma se rispondono anche solo in minima parte a verità, sarebbe un fatto gravissimo, che chiama in causa le responsabilità del premier Abiy Ahmed, del suo governo e del suo esercito, perché neanche la guerra può essere invocata a giustificazione della violazione dei diritti fondamentali degli eventuali deportati: come profughi e come esseri umani. Anzi, proprio perché c’è la guerra, l’Etiopia è tenuta a garantire a maggior ragione l’incolumità e la libertà di quelle persone. Nessuno può ignorare, infatti, che tutti i profughi vengono considerati dal regime di Asmara ‘traditori’ e ‘disertori’: costringerli a tornare in Eritrea significa esporli a una vera e propria rappresaglia, fatta di galera e di morte. Ovvero, alla rivalsa e alla vendetta di quella dittatura che ogni rifugiato ha messo sotto accusa di fronte al mondo intero con la sua stessa fuga”.
Assistenza. E’ un problema di crescente gravità che riguarda tutti i campi profughi. Fino alla guerra, assistenza e rifornimenti sufficienti per la vita quotidiana delle migliaia di profughi sono stati assicurati dal governo del Tigrai e da aiuti umanitari internazionali. Dall’inizio del conflitto le forniture e i servizi si sono rapidamente ridotti fino ad esaurirsi: la situazione peggiore sarebbe sempre quella dei campi di Shimelba e di Mai Aini. A Shimelba i militari eritrei arrivati da oltreconfine avrebbero sequestrato anche tutta la scorta di medicinali residua dell’Unhcr. A Mai Aini è stato distrutto il deposito dell’acqua che, situato su una collina all’esterno del campo, assicurava il fabbisogno quotidiano. I profughi cercano di rifornirsi in un vicino ruscello ma, a quanto pare, dovrebbero sottostare al ricatto di alcuni abitanti della zona, pagando ogni volta, anche per pochi litri, una “tassa” piuttosto esosa. E problemi di rifornimento d’acqua vengono segnalati pure in altri campi, dove sembra si siano interrotti del tutto gli approvvigionamenti, prima garantiti dall’arrivo regolare di autocisterne.
In una situazione così difficile e che minaccia di peggiorare ancora di più, non si può nemmeno contare sull’intervento di istituzioni come la stessa Unhcr o varie Ong e associazioni umanitarie, tutte espulse e tagliate fuori dalla regione su disposizione di Addis Abeba. Manca così ogni possibilità di intervento e manca anche ogni possibilità di verificare sul posto le condizioni all’interno dei campi, fornire notizie esatte, segnalare le situazioni più difficili e le eventuali emergenze.
“Questa dei profughi eritrei – afferma don Zerai – è una tragedia nella tragedia della guerra che, oltre tutto, nelle ultime settimane, ha anche costretto decine di migliaia di profughi etiopi a rifugiarsi in Sudan. Occorre allora che tutte le principali istituzioni internazionali mettano in campo interventi urgenti e concreti. In particolare le Nazioni Unite, l’Unione Africana e l’Unione Europea, ma anche lo stesso governo di Addis Abeba. E’ chiaro che il primo obiettivo è quello di ristabilire subito la pace, scongiurando il rischio che, come si teme da più parti, si sviluppi ora, dopo la conquista di Macalle da parte delle truppe di Addis Abeba, una guerriglia che potrebbe durare anni e anni. Ma intanto, per il problema degli eritrei, si profilano tre obiettivi prioritari. Il primo è la verifica della fondatezza della notizia dei rimpatri forzati in Eritrea di migliaia di profughi. In caso ci siano state effettivamente delle deportazioni, occorre intervenire con la massima rapidità e risolutezza perché tutti i prigionieri vengano rilasciati e messi nella condizione di andarsene di nuovo dall’Eritrea, senza alcun pregiudizio per sé e per i loro familiari. Il secondo punto è la necessità di organizzare canali umanitari che consentano il trasferimento verso altri Stati delle migliaia di profughi che si sono trovati loro malgrado coinvolti nel conflitto. Infine, vanno riaperte subito le frontiere del Tigrai agli aiuti umanitari e, per quanto riguarda il Governo di Addis Abeba, va riattivata la gestione ordinaria dei campi, sotto il controllo dell’Unhcr, cessata da parte del governo regionale di Macalle con l’inizio della guerra”.
Un’ultima nota l’agenzia Habeshia la riserva al premier etiopico: “Negli ultimi due anni il percorso di Abiy si è intrecciato sempre più strettamente con quello di Isaias Afewerki, tanto che non pochi osservatori vedono nel dittatore eritreo il suo principale alleato nel Corno d’Africa. Neanche questa alleanza – anzi: tantomeno questa alleanza – giustifica, sempre ovviamente che la notizia abbia fondamento, l’eventuale accondiscendenza alla deportazione dei profughi eritrei. Se questa deportazione c’è stata e addirittura è ancora in corso, non è credibile infatti che le autorità e l’esercito etiopico non se ne siano accorti. Se è vero cioè che si sta commettendo questo delitto, un crimine di lesa umanità, vuol dire che Addis Abeba ha preferito voltarsi dall’altra parte. Attendiamo allora che Abiy, memore di cosa significhi il Premio Nobel per la Pace, fornisca al più presto, all’intera comunità internazionale, prove credibili e concrete che non ci sono state, non ci sono e non ci saranno deportazioni di profughi in Eritrea o, in caso contrario, che si attivi lui stesso per liberarli”.
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