Conversazione con Luisa Corazza, direttrice del centro di ricerca sulle Aree Interne e Appennini

È in corso un interessante dibattito sul tema delle aree interne, sia per l’attività della casa editrice Donzelli in relazione alle attività della Fondazione Civiltà Appennino e del Manifesto Riabitare l’Italia, sia per la ricostituzione di un ministero della Coesione territoriale e del Sud.
Una nuova attenzione al ritorno verso le piccole comunità dei borghi, in connessione con l’innesto obbligato della tecnologia nei processi umani e lavorativi. Un “grande esperimento psicologico del lavoro decentrato” (P. Legrenzi) che pone forti interrogativi antropologici “sulla riprogettazione delle condizioni di un nuovo equilibrio tra decentramento e soddisfazione sul lavoro”(P. Legrenzi).
Il movimento culturale espresso dalla Donzelli e dalle sue importanti attività ricompone invece il discorso pubblico sui luoghi, con una “chiara linea progettuale (G. Lupo) per poter invertire lo sguardo e rinnovare il protocollo del vivere” per dare nuova linfa a quegli spazi dei margini trascurati dalla modernità liquida, densi di potenzialità e di resilienza trasformativa (S. Zamagli).
Ne discutiamo con Luisa Corazza, docente di Diritto del Lavoro presso l’Università degli Studi del Molise.
A suo avviso, da giuslavorista, come cambierà il sistema lavoro con la crisi sanitaria, economica, e sociale da Covid-19?
La crisi sta avendo un impatto profondo sul sistema paese e sul sistema produttivo; ma oltre l’effetto immediato, visibile e riscontrabile avremo una rivoluzione copernicana inerente alle forme di lavoro, al tema della riduzione occupazionale e al tema delle disuguaglianze, con alcune eccezioni per ora nel breve medio periodo:
  • sul settore di ossatura del nostro sistema industriale (il manifatturiero)
  • sulla cura della persona e sui settori che riguardano il benessere dei cittadini
Inoltre la trasformazione digitale implementa nuove forme di lavoro come lo smartworking e il telelavoro, che diventano centrali per i processi produttivi e la creazione di attività economica.
Altro tema dirimente è, come dicevo, la percezione e la formazione delle disuguaglianze derivanti da questa crisi pandemica. Esse vengono percepite, in termini di coesione sociale ed economica, in maniera diversa in dipendenza dal contratto di lavoro e dalle sue forme giuridiche.
Insomma, chi già stava male nell’immobilità sociale del nostro paese, oggi soffre ancor di più in questo quadro sistemico in cui i governi, e i policy maker faticano a trovare soluzioni di prospettiva e di exit strategy.
Come cambierà l’organizzazione sociale, in connessione con i tempi di vita e di lavoro alla luce dell’utilizzo del telelavoro e dello smartworking?
 
Il fenomeno richiamato modificherà profondamente l’organizzazione sociale e il modello organizzativo dei sistemi sociali.
Esso diventerà una modalità strutturale, nella quale la prestazione lavorativa non sarà legata più all’ unità di luogo. Essa dovrà tuttavia essere oggetto di adattamento per i rischi di isolamento sociale e psicologico del lavoratore e, dal punto di vista sindacale, perché manca l’aggregazione del luogo e della piccola comunità, ma sarà una sfida culturale anche per la parte datoriale, abituata alla logica organizzativa del comando e del controllo, determinando un salto verso l’economia della fiducia e della cooperazione tra stakeholder.
Invece, sul lato dei benefici della conciliazione tempo di lavoro e di vita, a mio avviso avremo sempre criticità, in particolare per il gender gap non solo nel mondo del lavoro, ma anche nella cultura delle famiglie italiane, in cui la maggiore fatica degli oneri di cura è sulle spalle delle donne, come dimostrato nel periodo di chiusura di quest’anno (si vedano sul punto le numerose ricerche sulla didattica a distanza, sulla cura dei figli, degli anziani e delle persone non autosufficienti).
In questo quadro quale sarà il divario per le Aree interne?
La pandemia globale ribalta non solo le nostre abitudini, i nostri modelli sociali, ma anche la narrazione “dell’economia dei luoghi”, ovvero la narrazione che le scelte abitative o di vita vengano fatte in base a calcoli economici, tipiche dell’industrialismo fordista, che ha caratterizzato la storia sociale del lavoro, delle imprese e delle famiglie italiane (penso in proposito al saggio di Enrico Moretti sulla “La nuova Geografia del Lavoro”). Si guardi al recente fenomeno del southworking, che ribalta la storia dell’emigrazione italiana dal sud al nord, o le scelte di questa estate pandemica in cui le famiglie consumano turismo culturale e variano la “dieta” turistica, cercando qualità delle filiere e dei luoghi, non offerta di turismo di massa, tipica degli anni precedenti.
Si cercano percorsi di sviluppo sostenibile e qualità. In questo senso anche le scelte abitative post pandemia saranno un driver importante di sviluppo per le Aree interne e per il Sud, che fermenta negli elementi elencati.
Il riscatto di queste zone potrebbe avvenire non solo dal punto di vista dello sviluppo economico, ma anche dal lato del Capitale umano e intellettuale che viene attratto non più unicamente dalle tradizionali infrastrutture sociali ed economiche come quelle offerte dai grandi centri produttivi del nord come Milano, ma sempre più da motivazioni etiche, individuali o antropologiche (R. Reich).
Ci descrive le attività del centro di ricerca da lei diretto, ed eventuali proposte per dare coesione al quadro nazionale del sistema paese, vista la centralità delle aree interne per la programmazione europea contro il Covid19 e la specificità dei nostri territori e delle nostre geografie sociali, con riferimento al Sud e al PNRR (Piano nazionale di Resilienza e Ripresa)?
 
Il Centro di Ricerca detto “Centro di Ricerca per le Aree interne e degli Appennini” (ArIA) che dirigo ha un carattere di interdisciplinarietà su vari campi di ricerca come sanità, scienze sociali, ambiente, infrastrutture, rischio idrogeologico (tema caldo per noi in connessione con il tema dell’Abitare per la prossimità dell’Appennino). Tutti temi centrali per la progettazione dei fondi per Recovery Plan, o Next Generation UE, al fine di fronteggiare la crisi pandemica in atto.
Il Focus per cui il Centro di Ricerca sta lavorando in congiunzione con altri attori è quello di fertilizzare attività di ricerca e sviluppo per creare una prospettiva ecosistemica che valorizzi i territori, in una nuova visione non verticistica dei processi, che va dal superamento dei “divari territoriali o di cittadinanza” (L. Bianchi ndr) a “un nuovo sguardo all’Italia dei margini” come direbbe il prof. Giuseppe Lupo, insieme ad un’implementazione del Capitale sociale, e ad un ammodernamento della pubblica amministrazione.
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