Conversazione con Giorgio La Malfa, presidente della Fondazione Ugo La Malfa

L’attuale fase di crisi pandemica fa emergere criticità strutturali inerenti ai processi decisionali dell’architettura istituzionale comunitaria e le dinamiche di ritardo di sviluppo del nostro sistema paese, insieme al tema della “qualità del lavoro” come fondamento qualificante di una società più equa. Tali aspetti erano già in evidenza con l’avvento della quarta rivoluzione industriale, che polarizza e crea nuove disuguaglianze. Di questi giorni, il monito della Presidente della Commissione europea all’Italia a “prendere la palla” per progettare le riforme, attraverso il Recovery fund sui vari temi, come la transizione energetica, digitalizzazione e inclusione sociale.
Con Giorgio La Malfa, economista, più volte ministro e attuale presidente della Fondazione Ugo La Malfa, riflettiamo sulla programmazione economica europea.
Gentile presidente, quale reattività ha avuto l’Ue e la politica globale alla crisi da Covid?
La risposta, o come la chiama lei la reattività della Ue, ha interessato la più grande crisi sistemica del dopoguerra, un vero punto di svolta politica per la condivisione di obiettivi e di destino comune della comunità appunto politica del Vecchio Continente.
Da un lato vi è stata la decisione della Banca Centrale Europea di interpretare il suo mandato statutario nel senso di sostenere le politiche di bilancio dei paesi membri. Si tratta di una evoluzione ulteriore da parte di Cristine Lagarde rispetto al Quantitative Easing introdotto nel 2015 da Mario Draghi per sostenere la ripresa delle economie dei paesi dell’Unione Monetaria Europea.
Dall’altro vi è stata la decisione della Commissione e del Consiglio europeo di immaginare uno sforzo eccezionale di sostegno alla ripresa economica dei paesi dell’Unione, finanziato attraverso l’emissione di titoli europei sui mercati finanziari e distribuito fra i paesi membri non in ragione delle loro quote di partecipazione all’Unione, ma in base alle loro necessità obiettive.
Quale agenda economica per riparare il capitalismo, come lei richiama nel suo ultimo editoriale su Affari e Finanza?
In questa crisi, a differenza della situazione del 2008, è emersa l’idea che le politiche di bilancio abbiano un ruolo essenziale nello sforzo di fare riprendere il cammino della crescita. È il ritorno di Keynes, dopo un lungo tempo nel quale si è pensato che i mercati fossero da soli in grado di rispondere efficacemente alle esigenze delle società. Questa illusione si è scontrata prima con la crisi e poi con la difficoltà di uscire dalla crisi affidandosi solo ai mercati.
Vedo però anche un pericolo in questa riscoperta tardiva di Keynes. Temo cioè che si passi all’estremo opposto di ritenere che l’intervento pubblico ed anzi il deficit sia sempre e comunque una risposta efficace e priva di pericoli.
Come ha fatto osservare in vari suoi scritti Pierluigi Ciocca che di Keynes è un attento studioso, il grande economista inglese non era affatto favorevole a un uso indiscriminato della finanza pubblica. In un suo articolo del 1937 scrisse che sarebbe stato opportuno sancire l’obbligo del pareggio del bilancio dello Stato di parte corrente e cioè che non dovesse essere consentito il finanziamento in deficit delle spese correnti.
Le spese in deficit dovrebbero essere riservate alle fasi nelle quali l’economia non riesce da sola a portare alla piena occupazione e dovrebbe trattarsi di spese di investimento tali da migliorare il sistema nel suo complesso.
Nello scenario attuale non si può aspettare il mercato, bisogna usare l’arma delle politiche di bilancio, ma facendo in modo che essa si concentri sugli investimenti pubblici. Il significato del Next Generation Ue è questo.
È ovvio che la pandemia richiede anche degli interventi di sostegno dei redditi, degli interventi, come si dice, di “ristoro”, ma l’azione pubblica non può limitarsi al ristoro, deve precedere una solida politica di investimenti che aiutino non solo a fare ripartire l’economia, ma a darle dei connotati diversi e più solidi: per esempio che aiuti la trasformazione dell’economia verso il digitale, che promuova una maggiore sostenibilità ambientale e così via .
Il nostro sistema paese con il Recovery Plan quali azioni dovrà intraprendere in termini di progettazione e programmazione?
Con il Next Generation EU, l’Italia potrebbe ricevere oltre 200 miliardi di euro in tre anni, una cifra pari ad oltre il 15 per cento del reddito nazionale di quest’anno, cioè una iniezione di risorse, parte sotto forma di trasferimenti a titolo gratuito, parte sotto forma di debiti a bassissimo interesse, che spese bene possono davvero cambiare il volto della nostra economia.
Ma il problema è come organizzare il progetto in modo da assicurarci che siano ben scelti i progetti da finanziare e la loro esecuzione sia efficace e tempestiva. È uno sforzo immane per un Paese che ha una esperienza non felice nell’uso delle risorse europee e in generale nella spesa pubblica. Io ho pensato che intorno a questo tema si dovesse aprire un grande dibattito non solo fra le forze politiche, ma nelle Università, nella scuola e in generale nella società italiana per individuare le cose da fare. E il primo capitolo di questo dibattito doveva essere e dovrebbe essere individuare il modo di organizzare il piano. Io ho proposto che si prendesse a modello un’esperienza del New Deal di Franklin Delano Roosevelt nel 1933, la Tennessee Valley Authority, un ente federale che aveva la responsabilità complessiva delle politiche infrastrutturali per i sette stati americani che gravitano intorno al bacino del fiume Tennessee. Oppure che si prendesse a modello la Cassa per gli interventi straordinari nel Mezzogiorno istituita da Alcide De Gasperi nel 1950 o infine l’esperienza recente della ricostruzione del Ponte Morandi di Genova, affidata non alle strutture ordinarie della pubblica amministrazione, ma a un commissario straordinario. Sfortunatamente il governo e le forze politiche finora si sono mostrate assolutamente restie ad affrontare questo problema.
L’attuale governo è in ritardo sulla pianificazione. Molti si stanno rendendo conto che l’approccio descritto è la sola strada che potrebbe assicurare il successo del piano, insieme con la scelta di affidarne la guida a personalità di alto profilo che possano anche mantenere un utile colloquio con le istituzioni europee.
Come si vede, la situazione politica di queste settimane verte intorno alla definizione del Piano italiano per il Next Generation EU. Questo è un segno che in sostanza il Governo ha perso i sei mesi trascorsi dalla decisione europea di varare il progetto ad oggi. Ora siamo in ritardo, come spesso accade al nostro Paese. Io ho fiducia nella forza delle idee e penso che alla fine molte delle nostre proposte verranno ascoltate.