Conversazione con Paolo Pirani, segretario generale UILTEC su sviluppo sostenibile e sistemi produttivi

Nell’ampio dibattito globale su sviluppo, sostenibilità e crisi sanitaria emerge con crescente forza come obiettivo/pilastro delle politiche di sviluppo la difesa dell’ambiente e l’esigenza di un modello circolare di economia.
Tra le più importanti iniziative in questo senso, si ricorda il Manifesto di Assisi, l’Enciclica Fratelli Tutti, Economy of Francesco, nelle quali si declina l’ecologia integrale per il futuro del mondo e della “società ipercomplessa”(P. Dominici).
Analizzeremo questa elaborazione innovativa insieme a Paolo Pirani, segretario generale della Uiltec nazionale, categoria che inerisce i settori tessili, energia, chimica, un lungo percorso da dirigente di primo piano nel sindacato di via Lucullo.
Segretario Pirani, ci può descrivere come il mondo produttivo che lei segue sta cambiando nella “Quarta Rivoluzione Industriale”?
Gli accordi internazionali degli ultimi anni segnano un percorso ineluttabile, che vedono la decarbonizzazione e la conversione alla chimica verde ed al riutilizzo di sostanze di scarto del processo produttivo come pilastri essenziali della trasformazione industriale. Saranno fondamentali per il nostro Paese, le scelte di politica industriale che verranno assunte nei settori interessati dalla transizione energetica e le azioni conseguenti utili a predisporre le imprese italiane al futuro, favorendone competitività e sviluppo. Abbiamo la responsabilità di contribuire alla realizzazione di un sistema energetico sicuro e sostenibile, che determini investimenti in ricerca, ammodernamento e realizzazione di nuove infrastrutture di sistema e favorisca condizioni di sviluppo occupazionale e vantaggio economico per imprese e consumatori. Nel settore energetico il Paese ha opportunità che scaturiscono da precise potenzialità. In questo ambito, in termini di sostenibilità ambientale, occorre sviluppare la competitività dell’industria ad esso connessa. Si deve, insomma, recuperare in primis una vera “governance” del settore e contemporaneamente prendersi la responsabilità di decisioni spesso non popolari che, su materie di interesse pubblico, non possono essere ostaggio di interessi locali non collettivi. Serve una grande campagna di informazione diffusa da parte dei soggetti interessati, in una cornice di patto nazionale nell’interesse delle nuove generazioni che necessitano di un ambiente migliore ma anche di sviluppo economico e lavoro. Ma, soprattutto, sono necessari investimenti e risorse certe. Guardiamo con attenzione ai contenuti presenti nel Piano nazionale di ripresa e resilienza che l’Italia, entro febbraio, dovrà presentare alla Ue: si tratta di progetti grandi, medi e piccoli per quasi 222 miliardi di spesa, di cui, al momento, solo 90 coperti da risorse aggiuntive europee. Il Governo punta ad utilizzare strumenti di spesa diffusa sostenuta da incentivi fiscali. Purtroppo, allo stato dei fatti. sono scese a 69 miliardi i fondi del Next Generation EU destinati alla rivoluzione verde e alla transizione ecologica. ‘Tagliato’ di circa 5 miliardi il precedente stanziamento di 74 miliardi di euro riservato alla missione green del Recovery plan. Quattro le componenti: “agricoltura sostenibile ed economia circolare” (5,5 miliardi), “energia rinnovabile, idrogeno e mobilità sostenibile” (18,2 miliardi), “efficienza energetica e riqualificazione degli edifici” (30,7 miliardi) e”tutela del territorio e della risorsa idrica” (14,5 miliardi). La prima componente, “Agricoltura Sostenibile ed Economia Circolare” (5,2 miliardi più 300 milioni di ReactEu) si articola su due linee progettuali: la prima punta a conseguire una filiera agroalimentare sostenibile, migliorare la competitività delle aziende agricole e le loro prestazioni climatico-ambientali, potenziare le infrastrutture della logistica del comparto; la seconda punta alla realizzazione di nuovi impianti, in particolare nelle grandi aree metropolitane del Centro e Sud Italia, per la valorizzazione dei rifiuti al fine del completamento del ciclo e all’ammodernamento di quelli esistenti in linea col Piano d’azione europeo per l’economia circolare. Nello specifico si investirà nel potenziamento e innalzamento tecnologico della raccolta differenziata, nello sviluppo di impianti di produzione di materie prime secondarie, nella conversione del biogas per la produzione di bio-metano da impiegare nei trasporti e anche per usi civili. Inoltre, questa linea di azione punta alla costituzione, nel quadro del fondo dei fondi connesso al Pnrr, di un fondo operativo volto a far leva sulle risorse del piano per favorire lo sviluppo dell’economia circolare e della chimica sostenibile. La seconda componente, “Energia rinnovabile, idrogeno e mobilità sostenibile” punta a incrementare la quota di energia prodotta da fonti rinnovabili in linea con gli obiettivi europei, a stimolare lo sviluppo di una filiera industriale in questo ambito e a potenziare e a digitalizzare le infrastrutture di rete elettrica.
L’aumento della produzione da fonti rinnovabili sarà realizzato in misura importante tramite lo sviluppo di parchi eolici e fotovoltaici offshore. Un’ulteriore linea progettuale, che viene rafforzata, riguarda gli investimenti nella filiera dell’idrogeno: risorse importanti sono destinate a forme di partenariato che convoglino le attività dei diversi centri di ricerca pubblici e privati per far convergere gli stati di avanzamento della ricerca disseminati sul territorio. Tra gli investimenti previsti, lo sviluppo del DRI connesso al progetto di decarbonizzazione dell’ex Ilva di Taranto e alla produzione di acciaio verde in Italia. Una specifica linea di azione è rivolta allo sviluppo della mobilità sostenibile attraverso il potenziamento delle infrastrutture per il trasporto rapido di massa e delle ciclovie e a un imponente rinnovamento del parco circolante di mezzi per il trasporto pubblico locale. Si promuove il rilancio dell’industria italiana produttrice di mezzi di trasporto pubblico e della relativa componentistica tramite public procurement, sostegno a ricerca e sviluppo, contributi agli investimenti. La distribuzione territoriale degli investimenti di questa componente dedicherà una quota significativa di risorse, superiore al 34%, al Mezzogiorno. La terza componente “Efficienza energetica e riqualificazione degli edifici” punta all’efficientamento energetico del patrimonio edilizio pubblico e privato con contestuale messa in sicurezza e digitalizzazione delle strutture. Per quanto riguarda il patrimonio privato, è prevista l’estensione della misura del superbonus del 110% al 31 dicembre del 2022 per il completamento dei lavori nei condomini e al 31 dicembre del 2023 per gli IACP e per gli 10 interventi di messa in sicurezza antisismica. È anche potenziato lo stanziamento per gli interventi di efficientamento energetico e riqualificazione degli edifici pubblici delle aree metropolitane. La quarta componente, “Tutela del territorio e della risorsa idrica”, riguarda la tutela del territorio e della risorsa idrica, attraverso interventi sul dissesto idrogeologico, sulla forestazione e tutela dei boschi sugli invasi e la gestione sostenibile delle risorse idriche (finanziati per 520 milioni dalle risorse FEASR). È fondamentale in questo contesto definire una cabina di regia che al momento non viene indicata con precisione. Al momento il governo ha reso noto che la presentazione del PNRR necessiterà di una più precisa definizione delle riforme e delle strategie di settore connesse al Piano e di ulteriori passaggi politico-amministrativi che consentano di finalizzare le progettualità e le tempistiche previste, attraverso l’individuazione dei soggetti responsabili, delle attività da compiere e delle modalità operative di lavoro e di coordinamento delle amministrazioni e degli attori istituzionali a vario titolo coinvolti. Occorre, invece, una precisa assunzione di responsabilità rispetto al ruolo della governance da porre in essere celermente.
Quali saranno, a suo avviso, le influenze e le opportunità di Agenda 2030 per il sistema Paese e l’apparato industriale?
Ci saranno precise ricadute non solo su quanto previsto dall’Agenda europea 2030, ma anche negli accordi internazionali o nelle linee della Ue come, ad esempio, l’Accordo di Parigi, Agenda Europea 2030 e il documento del Clean Energy Package. i costi che ci riguardano necessari alla transizione energetica non potranno essere sostenibili esclusivamente dal settore pubblico. Sono indispensabili interventi di riforma che incentivino il settore finanziario a promuovere e partecipare a investimenti che favoriscano la fase transitoria. La finanza privata va indotta ad investire sui progetti di adeguamento e di ammodernamento delle infrastrutture di sistema, attraverso strumenti ed incentivi fiscali sia in ambito nazionale, anche con scelte innovative, favorendo ad esempio l’uso dei capitali d’investimento dei Fondi Integrativi oggi prevalentemente investiti all’estero, che europeo. Le opportunità di business presenti nel ciclo di trasformazione del settore industriale dell’energia sono in condizione di creare nuove e significative opportunità di ritorni economici e sviluppi occupazionali che vanno rapidamente colte e favorite dalle scelte politiche. Un mondo con risorse limitate ci obbliga ad una profonda modifica del modo di produrre e consumare, ma in assenza delle risorse economiche necessarie nessuna transizione sarà possibile, nessuna economia circolare sarà attuabile, nessuna tecnologia sostenibile avrà mai costi economicamente compatibili.
La dipendenza energetica del nostro Paese è tra le più elevate in Europa e si caratterizza per la più alta dipendenza dal gas naturale tra tutti i paesi della Comunità Europea. La quota maggiore dei consumi è quella destinata agli usi civili, seguita dai trasporti e dall’industria. La quota più rilevante negli usi civili è quella della climatizzazione domestica. L’intervento pubblico sulle modalità di consumo negli edifici pubblici e nelle abitazioni private sarà quindi fondamentale per il raggiungimento dei nuovi obiettivi di politica energetica ed ambientale. Manca ancora una strategia di lungo termine per sostenere le ristrutturazioni del parco nazionale degli edifici residenziali pubblici e privati, necessario per ottenere minori consumi; manca un parco immobiliare de-carbonizzato e ad alta efficienza energetica nei tempi indicati; mancano strumenti e risorse destinate.
Negli ultimi decenni, si sono, inoltre, rinviate decisioni relative alla realizzazione di quelle misure che avrebbero consentito al sistema minor costi per miliardi di euro sia nel settore del gas che in quello elettrico. La sicurezza energetica, dovrà essere quindi assicurata per un periodo di tempo significativo dagli idrocarburi. Certamente, le componenti più inquinanti devono essere eliminate, le centrali più inquinanti devono essere modificate, e vanno incrementati gli investimenti in tecnologia per fare queste trasformazioni. Dobbiamo porre fine ai processi di chiusura di impianti e programmare una serie di riconversioni a gas di centrali esistenti che consentano una transizione economicamente sostenibile, avviando al più presto il meccanismo che crei partnership tra investimento privato e aziende a controllo pubblico.
Il trasporto pubblico urge un atto d’indirizzo importante e coraggioso che determini il rinnovamento del parco mezzi di trasporto nelle grandi aree urbane, con mezzi a basso impatto ambientale. Il contributo delle produzioni “Green Fuel” nella diffusione di Biometano e Biocarburanti a bassissima emissione, attraverso l’utilizzo di rifiuti e scarti dalla produzione agricola, appare uno strumento tecnologicamente disponibile nell’immediato e capace di sostituire a parità costi, prestazioni e flessibilità d’uso i mezzi attuali. In questo diventa determinante anche l’esperienza maturata e messa in uso attraverso la riconversione di diverse raffinerie italiane, dove al posto della tradizionale raffinazione di greggio, utilizzando oli vegetali, scarti alimentari ed altro, si produce Biodiesel. La transizione dai combustibili tradizionali ad altri alternativi a basso impatto di emissioni è un processo lungo e ancora economicamente non rilevante ma è ineludibile, ed il “know how”, le tecnologie e le risorse ci sono, possono e devono essere utilizzate di più. É su tale versante che dovrebbero concentrarsi pertanto, gli incentivi sul Tpl. La sfida della mobilità elettrica vede una diffusione dei veicoli elettrici ancora agli albori. Nel 2018 su 44 milioni di auto vendute a livello mondiale 1,2 milioni sono state elettriche. In Italia sono circolanti ad oggi 13mila vetture elettriche su un parco auto di 38 milioni di vetture circolanti. Il perché di questi numeri è dovuto ad un costo ancora elevato, ad un’infrastruttura di ricarica insufficiente e non ancora adatta ad abilitare un utilizzo dell’auto elettrica paragonabile a quello dei mezzi a trazione tradizionale. Gli sviluppi di mercato e tecnologici nonostante gli incentivi esistenti non lasciano intravedere per il futuro di medio periodo, tassi di diffusione in grado di incidere significativamente sul tema sostenibilità ambientale e sostituzione combustibili tradizionali. Per l’Italia, inoltre, si corre il rischio di essere completamente esclusi dalle filiere produttive industriali ad oggi completamente assenti nel panorama industriale nostrano, riducendoci in prospettiva a meri consumatori di prodotti provenienti da altri paesi. Restano, inoltre, alcune variabili come la disponibilità e la garanzia di approvvigionamento dei metalli come litio e cobalto necessari alla realizzazione delle batterie o la scelta tecnologica che potrebbe propendere per una sostituzione del pacco batterie e non la ricarica. La sfida della transizione energetica va oggi coniugata al tema di uno sviluppo ecosostenibile che abbia come elementi centrali nei settori industriali il riutilizzo ed il riciclo dei materiali, nell’ottica di una riduzione significativa delle discariche di rifiuti. Valga un esempio per tutti: negli anni 50 la produzione di plastica mondiale si attestava a qualche milione di tonnellate, da allora e fino ad oggi ne sono stati prodotti circa 9 miliardi ed indicativamente al 2040 si raggiungeranno i 34 i miliardi di tonnellate prodotte. Di questi volumi, attualmente soltanto meno del 10% è riutilizzato in varie forme, il restante 90% finisce in discarica o disperso. In questo campo il ruolo della termovalorizzazione dei rifiuti non riciclabili è al centro del piano di azione europeo per l’economia circolare. Il recupero di energia dai rifiuti non riciclabili è infatti, uno degli elementi centrali per il conseguimento degli obiettivi previsti dalla strategia europea e dall’accordo di Parigi. L’approccio ai processi di termovalorizzazione può determinare incentivi all’innovazione, contribuire alla soluzione dell’emergenza rifiuti italiana, alla creazione di posti di lavoro su tutta la catena del processo e a determinare un doppio vantaggio economico: rispetto sia ai costi pagati per i rifiuti che ci vengono prelevati che quelli sostenuti per l’energia importata dall’estero. I diversi processi di termovalorizzazione esistenti, consentirebbero al nostro Paese diverse soluzioni non necessariamente collegate alla realizzazione di impianti dedicati. Ad esempio il co-incenerimento dei rifiuti in impianti di combustione esistenti come le centrali elettriche, consentirebbe la riconversione ed un recupero di redditività di impianti altrimenti destinati alla chiusura. Qualora, comunque, si dovessero realizzare impianti dedicati potrebbero utilmente essere utilizzati alcuni dei siti industriali dismessi delle centrali elettriche, già infrastrutturati, con risparmi sia sugli investimenti sia sulla occupazione del territorio.
Nella gerarchia dei rifiuti, pilastro della politica e della normativa europea in materia di rifiuti, i processi di termovalorizzazione consentono l’ottenimento dei migliori risultati ambientali e l’affrancamento dalla dipendenza delle discariche e da tutto ciò che ne deriva. Il Piano nazionale di gestione dei rifiuti deve rivedere le capacità necessarie di termovalorizzazione aggiuntive, necessarie alla soluzione della gestione dei rifiuti non riciclabili del nostro Paese, ponendo fine alla spedizione di rifiuti transfrontaliera che con il trasporto necessario determina alla fine un impatto ambientale complessivo ancora maggiore. Il nostro Paese possiede il know-how e le imprese capaci di adottare quelle tecnologie ad alta efficienza energetica ed a bassa emissione che nella loro applicazione darebbero un contributo fattivo nella transizione a un’economia circolare nel rispetto delle indicazioni imposte secondo la gerarchia dei rifiuti della EU. La termovalorizzazione può quindi aumentare il contributo dell’economia circolare alla de-carbonizzazione, non sostituendo la prevenzione ed il riciclaggio ma completando il ciclo dei rifiuti non riciclabili.
Le prospettive per un nuovo modello di sviluppo sono molteplici. Mai come ora la nostra industria, soprattutto dal punto di vista della transizione energetica, da quello della produzione chimico-farmaceutica e dell’assistenza sanitaria sul territorio, necessita di risorse certe ed investimenti mirati. Dove questo avviene, la produttività del lavoro aumenta e migliorano le condizioni di benessere della comunità. Ripeto: risorse pubbliche, private e comunitarie sono indispensabili. E ripeto di nuovo: occorrerà porre in essere una vera e propria cabina di regia composta dai rappresentanti dell’esecutivo, delle Regioni, dei sindacati e delle imprese per indirizzare al meglio questa ingente mole di capitali, tenendo presente che sarebbe il caso di creare una struttura, con tecnici assunti dall’amministrazione governativa, dedita a progettare le opere infrastrutturali materiali ed immateriali, da realizzare poi con il coinvolgimento di aziende pubbliche e private. Insomma, ci vuole una strategia comune, affinché i citati investimenti vadano a buon fine e la transizione, soprattutto in campo energetico, diventi un pilastro fondamentale del sistema economico sostenibile verso cui tendere. Il rispetto dei criteri di economia circolare e la semplificazione dei processi autorizzativi saranno determinanti per rilanciare gli investimenti volti alla crescita delle filiere innovative e alla riconversione, all’adattamento e alla trasformazione degli asset esistenti, proprio nel rispetto dei principi di sostenibilità ambientale e sociale.
A seguito dell’emergenza sanitaria, dovuta alla diffusione in Italia e nel mondo del Covid-19, è emersa con virulenza una grave crisi economica da cui si dovrà uscire al più presto, garantendo livelli produttivi e crescita occupazionale. Solo per fare un esempio, uno studio di Confindustria Energia prefigura al 2030 investimenti per ben 110 miliardi di euro, esclusivamente privati, rivolti ad infrastrutture energetiche. Si tratta di un’azione che tiene conto di quanto previsto dal Piano Nazionale Integrato Energia e Clima e dal “Green New Deal”, ma che proietta il nostro Paese nel cuore del Mediterraneo, come hub strategico della transizione energetica e dell’economia sostenibile dell’Europa. Nello specifico, per quanto riguarda gli investimenti, si tratta di 8,2 miliardi di euro nella produzione di idrocarburi; 12 nel biometano; 36,8 nelle energie rinnovabili elettriche; 3,3 nella generazione a turbogas; 11,1 nella raffinazione di biocarburanti; 14,8 nella rete gas; 4,2 nello stoccaggio di gas naturale, GNL, GPL; 14,5 nella rete elettrica; 4,9 negli accumuli elettrici. Tutte risorse che non appesantiranno il debito pubblico nazionale, perché provenienti dal capitale delle aziende private. Secondo le proiezioni esaminate, la mole di investimenti previsti potrebbe determinare entro il 2030 ben 160 miliardi di euro di valore aggiunto con un PIL che, a seguito degli investimenti programmati, crescerà di almeno l’1% entro alla fine del prossimo decennio. Anche l’occupazione potrebbe avere dei risvolti postivi, con in media circa 160.000 occupati da qui al 2030 e con 40.000 nuovi addetti dopo questa data, necessari all’avvio e alla tenuta in funzione delle infrastrutture realizzate. Ma ci sono tante altre iniziative in campo. Snam e Saipem hanno firmato un ‘memorandum of understanding’ per dare vita a una collaborazione sulle nuove tecnologie focalizzate sulla transizione energetica: dall’idrogeno verde alla cattura e al riutilizzo della CO2, al fine di contrastare i cambiamenti climatici e contribuire all’avvio del mercato dell’idrogeno, supportando la “Hydrogen Strategy” della Commissione Europea.
Ancora, ad inizio anno, Eni ha lanciato una nuova strategia di lungo termine che, al 2050, la porterà ad essere leader nella fornitura di prodotti decarbonizzati, riducendo significativamente la propria impronta carbonica. Da parte sua, Enel chiuderà tutti i suoi impianti a carbone in Italia entro il 2025, spingendo ed investendo sul fronte delle energie rinnovabili. Chiudere le centrali a carbone è possibile purché la sostituzione, per garantire l’adeguatezza del sistema elettrico, si realizzi grazie a nuovi impianti rinnovabili e a gas, che dovranno ricevere le correlate autorizzazioni entro la metà del 2021. Le reti di distribuzione, poi, dovranno consentire l’efficienza e la resilienza del sistema, in modo che i nuovi impianti rinnovabili possano essere collegati alla rete senza riscontrare criticità.
Anche le multiutility vogliono giocare la loro partita realizzando progetti concreti, che siano in grado di attrarre le importanti risorse messe a disposizione dal “Recovery Fund”. Nello scenario nazionale ed in quello europeo – caratterizzato dalle forti differenze nella gestione di servizi ad alto impatto sulla qualità della vita delle persone – le multiutility hanno deciso di colmare il gap rispetto agli altri paesi europei registrato nei settori dell’energia, della gestione dei rifiuti e del ciclo idrico. In questa ottica, il gruppo A2A presenterà tra qualche mese un nuovo piano industriale di durata decennale, basato sulla transizione sostenibile con importanti investimenti in infrastrutture strategiche per la crescita del Paese. Il sindacato è pronto a fare la propria parte con senso di responsabilità e azione di prospettiva, ma al Paese occorre una comunità di intenti che poggi sull’intesa tra sindacati, imprese ed istituzioni nazionali e locali. Si tratta di un accordo che dovrà avere come base di partenza lo sviluppo economico garantito da una coerente transizione energetica.
Le proposte in tema di strategia industriale, di innovazione organizzativa quale sarà il vostro modello descrittivo?
Credo che finora non abbiamo fatto altro che riproporre la strategia sindacale che vogliamo condividere a livello di futuro industriale con le imprese e le istituzioni. Siamo proiettati in avanti come dimostra l’ennesimo esempio del nostro fare. La transizione energetica abbisogna di scelte precise e di risorse appropriate per sostenerla adeguatamente. Si tratta di una prospettiva che deve riguardare anche il tema dell’idrogeno. È questo il senso che ha guidato le nostre osservazioni rivolte al ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli. Proprio il titolare del dicastero succitato ha promosso una selezione pubblica delle linee guida preliminari della strategia nazionale Idrogeno e la nostra organizzazione sindacale ha avanzato una serie di considerazioni in merito, candidandosi ad essere iscritta nella lista degli “stakeholder”, che verrà redatta in sede ministeriale, sia per la definizione dei progetti tecnici dei progetti correlati, sia per le stesure delle politiche a supporto del mercato dell’idrogeno. L’idrogeno è senza dubbio il vettore chiave della decarbonizzazione associato alla generazione di elettricità da fonti rinnovabili, essenziale per il raggiungimento degli obiettivi di neutralità climatica previsti dall’accordo COP21 per l’anno 2050, ovvero per la neutralizzazione delle emissioni di gas effetto serra, e sostanze climalteranti in genere, al fine di contrastare il riscaldamento globale. L’idrogeno ha il ruolo di favorire e sostenere il processo di transizione proprio perché è versatile e flessibile, utilizzabile come materia prima, combustibile, vettore, o accumulatore di energia. L’aggiornamento dell’impegno europeo per la riduzione delle emissioni dal 40% al 55% richiede una revisione del PNIEC con un significativo incremento dell’impiego delle fonti rinnovabili anche per la produzione di idrogeno verde. La strategia di sviluppo deve prevedere integrazione tra le diverse tecnologie, predisponendo i processi industriali ed ammodernando le reti per la produzione di idrogeno. Diventa fondamentale una regia sulla transizione energetica, che accompagni lo sviluppo della produzione di idrogeno alle variazioni tecnologiche che interesseranno la produzione di carburanti a ridotto impatto ambientale e le trasformazioni già in atto nel mondo della generazione elettrica. Non tutta la mobilità potrà essere trasformata, per cui bisognerà porre l’attenzione su quei segmenti che continueranno ad essere alimentati dalle fonti fossili sviluppando i cosiddetti carburanti ad emissioni zero.
Nella stretta correlazione tra la generazione elettrica e la produzione di idrogeno, inoltre, andranno analizzati ed ovviati i problemi di utilizzo dell’energia elettrica da FER in luoghi distanti da quelli in cui è stata prodotta. Dato che, così come previsto nel Pniec, è necessario uno sviluppo integrato delle fonti energetiche, occorre istituire una cabina di regia, anche per garantire il rispetto delle tempistiche definite dallo stesso; il Mise ha le competenze per realizzare tale strumento con il coinvolgimento degli attori interessati. È fondamentale che gli investimenti sull’idrogeno riguardino l’intero territorio nazionale, con attenzione al Mezzogiorno: utilizzando i grandi poli industriali dismessi o da riconvertire; considerando che in tali zone sono già disponibili gli asset e le infrastrutture; valorizzando le risorse inutilizzate relativamente alla bonifica dei Sin. La sfida tecnologica ed economica va articolata, e le scelte integrate alla base della definizione della strategia complessiva dovranno considerare diverse istanze. Occorre tener presente la valorizzazione del gas naturale per la produzione di idrogeno blu associata al sequestro e stoccaggio del carbonio: la valutazione tecnica degli investimenti nelle tecnologie ed il costo complessivo dell’intero ciclo fino al prezzo finale dell’idrogeno prodotto, per garantire competitività e ritorno economico di investimento. Bisogna considerare la necessità di aumento di capacità di generazione di elettricità da fonti rinnovabili necessaria alla sola produzione di idrogeno verde. È basilare la realizzazione su larga scala di impianti di elettrolisi, alimentati da FER, prevedendo un meccanismo incentivante simile a quello che dal 2007 ha consentito la crescita del solare fotovoltaico anche per sfruttare la capacità di accumulo dell’idrogeno. La produzione deve puntare a coprire il fabbisogno energetico nazionale, e favorire l’aumento di capacità produttiva per il posizionamento dell’Italia come “hub” europeo. Tutta la filiera deve essere valorizzata, e andranno minimizzate le importazioni anche della componentistica, per garantire la ripresa economica del Paese. Lo sviluppo delle tecnologie può e deve essere diversificato al fine di raggiungere la flessibilità del nuovo modello energetico, in cui tutti i vettori contribuiscono al raggiungimento della capacità necessaria. Gli investimenti avranno ricadute non solo nel settore energetico, e contribuiranno alla ripresa economica, perché la transizione energetica deve sostenere il rilancio dell’Italia, garantendo occupazione e creazione di valore.
Oltre al progetto industriale del sistema Paese?
Quello da solo non basta. Il sindacato guarda con convinzione anche ai cambiamenti indifferibili per una nuova organizzazione del lavoro, ovvero a modelli partecipativi, anziché gerarchici basati sulle professionalità, sulla centralità della formazione, sull’incentivazione al ricambio generazionale, sulla valutazione dei risultati legati agli obiettivi, con la persona come soggetto del cambiamento. Il tutto da realizzarsi nell’ambito del negoziato contrattuale con le parti datoriali. Si tratta di un vero e proprio modello di organizzazione partecipata e circolare, che rinuncia a gerarchie rigide e vede con favore un progressivo ridimensionamento delle differenze di ruolo e una maggiore propensione al confronto orizzontale, all’autonomia e alla responsabilizzazione dei lavoratori. Se da un lato si avverte un forte bisogno di cambiamento da parte delle imprese, queste ultime, nella maggior parte dei casi restano ancora legate a modelli organizzativi tradizionali. Di fatto, l’organizzazione partecipata e circolare non risulta ancora largamente applicato. Occorre passare da un modello gerarchico a una struttura circolare, perché una forza lavoro deresponsabilizzata che esegue direttive calate dall’alto, ha un impatto fortemente negativo sulle performance e sulla capacità di innovazione delle imprese stesse. Inoltre, proprio questo tempo di emergenza sanitaria dovuto alla pandemia virale ha posto il problema di gestire al meglio la contrattazione relativa al passaggio dal lavoro a domicilio a quello agile. È evidente, sicuramente a nostro giudizio, che lo smart working rimane un rapporto di lavoro subordinato. Nel 2020, con l’emergenza succitata abbiamo stimato che circa 8 milioni di persone abbiano dovuto sperimentare la prosecuzione delle attività lavorative dalle loro case. Un cambio epocale rispetto solo all’anno precedente quando, secondo l’osservatorio del Politecnico di Milano, erano 700mila le persone che svolgevano o sperimentavano il lavoro agile per uno o due giorni alla settimana. Il riferimento aziendale è l’area dove andrà ad incanalarsi la riorganizzazione produttiva e logistica. È il piano aziendale quello che gestirà di fatto questo rapporto di lavoro. Occorrerà ragionare su quali procedure da seguire a livello aziendale. Ci sono lavoratori che devono stare giocoforza sul luogo del lavoro e altri che possono esercitare la loro attività professionale da casa. Il sindacato dovrà al più presto colmare il vuoto legislativo su questo tema. Ci vuole un protocollo in cui si definiscano delle macroaree con norme improntate nella logica di sicurezza sul lavoro perché il lavoro agile è servito e serve tuttora ad eliminare prima di tutto il contagio pandemico. La normativa nazionale è utile a definire le macroaree, mentre il riferimento aziendale deve costituire l’area specifica per incanalare la riorganizzazione produttiva logistica. È il piano aziendale quello che dovrà gestisce di fatto il rapporto di lavoro. Occorre ragionare su quali procedure seguire a livello aziendale tenendo presente il punto di arrivo costituito dall’esame esame congiunto in azienda. Ogni parte che riguarda il rapporto di lavoro dovrà seguire questo percorso: formazione, inquadramento professionale, scala retributiva ed altre. Datore di lavoro e delegati sindacali dovranno sedersi al tavolo e contrattare tra loro. Anche questo è un pezzo da aggiungere alle trasformazioni che riguarderanno il mondo del lavoro e del sistema produttivo.
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